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Scuola elementare.

Eravate solo dei bambini

sabato 30 giugno 2018

Ecco, un’altra cosa singolare, mi sembra, dei fatti di Riva del Garda, è che qui le persone che organizzano questo gruppo, che si chiama I figli della montagna, che a me mi suona in testa insieme a Figlia dell’officina, che è una canzone anarchica che a me sembra meravigliosa,  Figli dell’officina, o figli della terra, già l’ora si avvicina, della più gusta guerra, La guerra proletaria, Guerra senza frontiere, Innalzeremo al vento, Bandiere rosse e nere, questo gruppo, dicevo, è un gruppo di ragazzi; quanti anni avranno avuto, sedici anni, diciassette, diciotto, facevano il liceo, e a me è venuto in mente quel libro di Vonnegut che parla del bombardamento di Dresda, bombardamento che Vonnegut ha visto di persona, era prigioniero dei tedeschi, libro che si chiama Mattatoio numero 5, sottotitolo La crociata dei bambini, che Vonnegut all’inizio va da uno che era a Dresda con lui per chiedergli cosa si ricordava, e la moglie di questo intanto che loro sono in cucina a parlare va avanti e indietro nervosissima, gli porta da bere con una gran malagrazia e a un certo punto si rivolge a Vonnegut e gli dice: Eravate solo dei bambini allora! Cosa? risponde Vonnegut. Eravate solo dei bambini, durante la guerra. E Vonnegut annuisce e pensa È vero. All’epoca della guerra eravamo degli stupidi sbarbatelli appena usciti dall’infanzia. Ma lei – dice la donna a Vonnegut – questo non ha intenzione di scriverlo, vero? Io… non lo so, dice Vonnegut. Be’, lo so io, dice la donna. Fingerà che eravate degli uomini, anziché dei bambini, e poi ne tireranno fuori un film interpretato da Frank Sinatra e John Wayne o da qualcun altro di quegli affascinanti vecchi sporcaccioni che vanno pazzi per la guerra. E la guerra sembrerà qualcosa di meraviglioso, e così ne avremo tante altre. E a combatterle saranno dei bambini. 
Allora Vonnegut si alza, e le fa una promessa. 
Mary, dice, non credo che arriverò mai a finire questo libro. Ormai devo aver scritto cinquemila pagine, e le ho buttate via tutte. Se mai lo finirò, comunque, le do la mia parola d’onore: non ci sarà una parte né per Frank Sinatra né per John Wayne. 

[Un pezzetto di Senza pensieri, che leggo stasera a Riva del Garda]

Niente, Qualcosa, lunatici e rompicoglioni

sabato 30 giugno 2018

L’altra volta abbiamo detto che, per scrivere una cosa che valga qualcosa, servono urgenza e disperazione, e abbiamo detto che questa settimana avremmo dato dei consigli per provocarle: cominciamo dalla disperazione.
Una volta una signora, alla presentazione di un libro, mi aveva chiesto, con tono dispiaciuto: «Ma perché lei scrive così?».
L’accento cadeva sul «Così», e era stata una domanda che mi aveva fatto piacere, perché voleva dire che era un «così» che la metteva in difficoltà e, se una cosa che hai scritto mette qualcuno in difficoltà, non è detto per forza che sia un brutto segno.
Con un gruppo di una cinquantina di persone, da tre anni circa, stiamo provando, a Bologna, a fare una rivista.
Ci troviamo, per farla, una volta ogni due mesi in una saletta al primo piano della Biblioteca Salaborsa. All’inizio avevamo pensato di chiamarla Niente, la rivista, perché ci piaceva poter rispondere, a chi ci chiedesse «Dove stai andando?», «A far Niente».
Poi, fare Niente si è rivelato un compito al di sopra delle nostre forze e ci siamo trovati, qualche mese dopo, a immaginare un’altra rivista, che adesso, è incredibile, uscirà veramente, e si chiama Qualcosa.
Qualcosa sarà una rivista che, anche se pubblicata da una casa editrice romana, che si chiama Sempremai, avrà un cuore emiliano, se così si può dire, e sarà una rivista che deriva da due altre riviste della fine del secolo scorso e dell’inizio di questo, Il semplice e L’accalapiacani, che si facevano una a Modena e l’altra a Reggio Emilia, la prima guidata da Gianni Celati e Ermanno Cavazzoni, la secondo con la collaborazione, tra gli altri, di Daniele Benati e Ugo Cornia.
Celati, Cavazzoni, Benati e Cornia hanno diffuso, anche attraverso le cose che hanno scritto sul Semplice e sull’Accalappiacani, una poetica che viene riconosciuta come la poetica dei cosiddetti lunatici, che è una poetica che ha portato a grandi libri, ma che, alla fine, dopo tanti anni, come etichetta, come forse tutte le etichette, ha l’effetto, un po’, di depotenziare quello a cui viene appiccicata.
Un discorso, se diventa il discorso di un lunatico, è un discorso che sì, è divertente, o anche molto divertente e, essendo divertente, o molto divertente, non è una cosa da prendere sul serio, è da lunatico.
Io, tra l’altro, apro una parentesi, quando faccio una lettura in pubblico, e ne faccio tante, il commento che mi dà forse più fastidio, alla fine, non è «Ma perché scrive così?», è: «Molto divertente».
Mi viene un nervoso, quando sento dire che una cosa che ho scritto è «Molto divertente», che non riesco a spiegarlo, chiusa la parentesi.
Alla fine del primo numero di Qualcosa, quando uscirà, in settembre, ci sarà scritta una frase che dice «Noi non siamo lunatici, siamo rompicoglioni». Cioè siamo della gente che si propone, tra le altre cose, di dare fastidio (che era un po’ il compito che si proponeva, tra gli altri, lo scrittore austriaco Thomas Benhard, se non ricordo male).
Su Ivan Puni, che è uno dei grandi pittori della grande avanguardia Russia, un centinaio di anni fa Viktor Šklovskij ha scritto un pezzo che dice: «Ivan Puni è l’uomo timido per eccellenza. Ha capelli neri, parla piano, suo padre era italiano. Ho veduto di questi timidi sullo schermo cinematografico. È come un imbianchino che se ne va con una lunga scala sulla spalla. Modesto, silenzioso. Ma la scala urta i cappelli dei passanti, fracassa i vetri, ferma i tram, distrugge case. Puni invece dipinge. Se dovessimo raccogliere tutte le recensioni scritte su di lui in russo e spremerne il furore, si potrebbero raccogliere alcuni secchi di liquido molto corrosivo e inoculare con questo la rabbia a tutti i cani di Berlino. I cani a Berlino sono 500.000. Puni offende la gente perché non si beffa mai di nessuno. Dipinge un quadro, lo guarda, pensa: Io non c’entro, doveva essere fatto così. I suoi quadri sono irrevocabili e obbligatori. Puni vede lo spettatore, ma è organicamente incapace di tenerne conto. Accetta gli insulti dei critici come un fenomeno atmosferico» (la traduzione è di Maria Olsoufieva). Ecco, io credo che, per uno che scrive, l’atteggiamento da tenere, nei confronti della critica, sia quello di Puni, considerarla un fenomeno atmosferico, guardare fuori dalla finestra e pensare «To’, nevica», e rimettersi a lavorare. Credo però che sia una cosa impossibile. Quando il più grande scrittore russo di tutti i tempi, Aleksandr Puškin, era agonizzante, dopo il duello che l’avrebbe ucciso, sembra che gli abbiano chiesto se voleva dire qualcosa ai critici, e sembra che lui abbia risposto «Dite a quelli che hanno voluto ferirmi che ci sono riusciti», che è una risposta che mi sembra così bella forse perché è vera.
Un’altra domanda che fanno, ogni tanto, a chi scrive dei libri è: «Perché scrive?». Senza «così». «Perché scrive?». E basta. Che anche questa, uno poi può avere anche un buon carattere, ma se uno che ha letto un tuo libro ti chiede «Perché scrive?», è difficile che sei contento, dovrebbe essere evidente da quello che hai scritto, perché scrivi, secondo me.
Però fai finta di niente, e rispondi, e a me quando me l’han chiesto ho risposto «Per disperazione», che era vero, poi però, quando ho sentito la risposta che aveva dato Garcia Marquez, quando l’avevano chiesto a lui: «Perché la gente che mi vuole bene mi voglia ancora più bene», mi son ricordato di quando, da piccolo, ho scoperto che non tutti mi volevano bene, che mi era sembrata una cosa incredibile, e ingiusta, e mi ricordo, tanti anni dopo, nel 1999, quando stava per uscire il mio primo romanzo, non me lo dicevo chiaramente, ma, sotto sotto, io pensavo che l’uscita del mio primo romanzo avrebbe rimediato a questa ingiustizia, che sarebbe piaciuto a tutti e tutti avrebbero capito che bisognava volermi bene.
Ecco.
Non succede così.
Quindi: per la disperazione, non preoccupatevi, viene da sola.
Per l’urgenza, il primo romanzo che scrivete, se scriverete un romanzo, dovrete pensarci voi. Dal secondo in poi, voi firmate un contratto e poi, per i primi nove-dieci mesi non fate niente.
Cominciate a lavorare quando mancano quindici, massimo venti giorni alla consegna. Vedrete che l’urgenza, viene anche l’urgenza. Basta saperla aspettare.

[Uscito ieri sulla Verità]

Come si depura la vernice per mobili

venerdì 29 giugno 2018

Qual è l’ingrediente del «Balsamo di Canaan» che apprezziamo più di tutti? Be’, naturalmente il denaturato. Anche se il denaturato, essendo solo oggetto d’ispirazione, il denaturato di per se stesso di ispirazione è assolutamente privo. Che cosa, dunque, apprezziamo più di ogni altra cosa, nel denaturato? Ma certamente, la nuda sensazione gustativa. E ancora di più il miasma che emana. Per attenuare questo miasma serve almeno un pizzico di profumo. Per questo motivo, nel denaturato si versa – nella proporzione di 1:2:1 – della birra vellutata, meglio se Ostankino, o Senator, e della vernice per mobili depurata.
Non mi metto a ricordarvi come si depura la vernice per mobili. È una cosa che sanno anche i bambini. Non si capisce perché in Russia nessuno sa come è morto Puškin, e come si depura la vernice per mobili lo sanno tutti.
In breve, scrivete la ricetta del «Balsamo di Cana- an». Ci è data una vita sola, e dobbiamo viverla in modo da non sbagliare le ricette:

Alcool denaturato 100 g.
Birra vellutata 200 g
Vernice depurata 100 g.

Ed ecco, davanti a voi, il «Balsamo di Canaan» (chiamato familiarmente “volpe bruna”), un liquido che ha effettivamente un colore nero-grigio-marrone, moderatamente forte e con un aroma tenace. Non è neanche un aroma, è un inno. L’inno della gioventù democratica. Proprio così. Dal momento che, in chi beve questo cocktail, maturano la volgarità e le forze oscure. L’ho notato tante di quelle volte.
E per prevenire, in qualche maniera, queste forze oscure, ci sono due modi. Il primo, non bere il «Balsamo di Canaan», il secondo, bere al suo posto lo «Spirito di Ginevra».

Una canzone

venerdì 29 giugno 2018

Adesso io, sto per uscire di casa, e tra poco, intanto che scendo le scale ho pensato che canticchio «Andiam, andiam, andiamo a implementar!». Ecco. Buongiorno.

Una parola

venerdì 29 giugno 2018

La sento usare continuamente, anche stamattina per radio, e non so cosa vuol dire, c’è qualcuno che mi spiega la parola implementare? Così implemento qualcosa anch’io, magari, uno di questi giorni.

Autoanalisi

giovedì 28 giugno 2018

Quando devo pagare una fattura, la perdo quasi sempre, per qualche ora. Sono semplicissimo, io, il mio subconscio.

Venedikt Erofeev

giovedì 28 giugno 2018

Coglioni, la loro capitale, Christiania, l’hanno ribattezzata Oslo.

[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, Moskva, Vagrius 2001, p. 91]

Due argomenti

giovedì 28 giugno 2018

Nel testo teatrale che va in scena domani, davanti al museo di Ustica, a Bologna, e che si intitola Dimenticare (la Bolognina) si parla, tra le altre cose, della Svolta della Bolognina, cioè della fine del Partito Comunista Italiano, e dei Cuccioli cerca amici, e le ragazze che recitano la cosa, che hanno tra i 15 e 17 anni, mi sono sembrate più interessate ai Cuccioli cerca che alla Svolta della Bolognina, e mi è venuto in mente che la Battaglia, quando aveva tipo sei anni, e io dovevo andare ad Amsterdam e le ho chiesto “Cosa vuoi, da Amsterdam?”, lei mi ha risposto “Un cucciolo cerca amici”, e io li avevo cercati, ad Amsterdam, non li avevo trovati, mi sembra di ricordare. Buongiorno.

Una mail

mercoledì 27 giugno 2018

Mi è arrivata questa mail:


che dice: «Ciao Tommy, stai rimuginando, indeciso se usufruire della nostra offerta Deezer Premium+? È arrivato il momento di smettere di riflettere e di iniziare ad ascoltare musica illimitata senza pubblicità, ovunque tu vada!
Ottieni 3 mesi di Deezer Premium+ a €0,99* prima che sia troppo tardi!».

Gli ho risposto gli ho scritto: «Tommy?».

Vediamo

mercoledì 27 giugno 2018

Una ragazza di tredici anni che conosco, che ha appena fatto l’esame di terza media, ieri si è fatta tagliare i capelli da un parrucchiere che, a suo tempo, li ha tagliati anche ai fratelli Righeira, mi han detto e, quando è uscita, era molto contenta, si guardava in tutte le vetrine e si stimava molto, mi han detto, poi stasera era un po’ dispiaciuta perché non era sicura se le piacevano. Oppure no. Vediamo.