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mercoledì 27 gennaio 2010

(Metto qui sotto il discorso sulla dittatura letto ieri al cinema Kijow di Cracovia. Molto lungo, con un po’ di cose che forse qualcuno ha già letto, pieno di refusi, ma la nostra guida polacca ci ha detto che domani mattina ci svegliamo alle sei e quindi dobbiamo dormire velocemente)

Di chi è la colpa
discorso sulla dittatura
pronunciato al cinema Kijov di Cracovia
il 26 gennaio 2010
nell’ambito della manifestazione
Un treno per Auschwitz
organizzato dalla fondazione Fossoli

Buona sera.
Mi presento, mi chiamo Paolo Nori, ho 46 anni, sono nato a Parma, vivo a Bologna, di mestiere scrivo dei libri e ne traduco, anche, dal russo, per via che ho studiato russo, che questa è una cosa che so che provoca una certa reazione che la gente quando dico così gli viene spontaneo di chiedersi Ha studiato russo? e delle volte gli viene spontaneo di chiederlo anche a me: hai studiato russo? che questa è una domanda che mi han fatto tante di quelle volte che io una volta, per rispondere una volta per tutte, ammesso che si possa rispondere una volta per tutte, non credo, ho scritto una risposta scritta, che è poi finita dentro un romanzo che si intitola Storia della Russia e dell’Italia che io all’inizio non avrei voluto leggerla, stasera, l’ho letta tante di quelle volte, solo che poi ho deciso di leggerla per vari motivi ma principalmente per via che se non la leggevo, dopo io sono sicuro che un po’ di voi, nel corso dei prossimi giorni che dobbiam stare insieme venivano da me mi dicevano Hai studiato russo? Ma come mai? e gli altri, quelli che non venivano, adesso non tutti, che molti di voi, mi rendo conto, non è che son qui per via che pendono dalle mie labbra che non vedono l’ora di sentire le cose che ho da dire, son qui perché, in un certo senso, sono obbligati, son venuti in Polonia, c’è questa cosa, un programma rigido, non è che potevano scegliere se venire qui o andare da un’altra parte, in un certo senso sono costretti e ascoltano così, per modo di dire e quello che dico, potrei dire anche Papè Satan Papé Satan Aleppe, non farebbero neanche una piega, a me piace molto Papé Satan Papé Satan Aleppe, non so perché, e non è neanche tanto importante.

Però ce ne sono degli altri, di voi che siete qua, che invece stanno attenti, che gli interessa tutto, gente curiosa, ma timida, però, che anche se non verrebbero da me a chiedermi come mai studio russo se lo chiederebbero, nella loro testa, Ha studiato russo? Ma come mai? anche magari domani, mentre stanno attraversando la strada, magari col semaforo rosso, come si fa anche in Italia, se non ci son macchine, e così facendo concentrerebbero la loro attenzione su un fatto del recente passato invece di essere presenti a se stessi e di stare attenti al fatto che noi, adesso, non siam mica in Italia, siamo in Polonia, e in Polonia vigono delle regole diverse, da quelle che vigono in Italia, per esempio in Polonia è molto frequente il fatto che chi attraversa col rosso, anche se è a piedi, e anche se non c’è neanche una machina in giro, se passa di lì un vigile, magari in borghese, lo ferma gli dà una multa di 300 euro, a chi fa così, un vigile polacco.

Che dopo potrebbero pensare Ecco, se Nori diceva come mai aveva studiato russo, io questa multa non la prendevo, dunque io, a scanso di equivoci, preferisco mettere subito qui quella cosa che è una cosa che ho scritto qualche anno fa in un romanzo che si intitola Storia della Russia e dell’Italia che è un romanzo storico epistolare che è fatto di lettere che si scambiano due che uno si chiama Marco e l’altro si chiama Learco e il pezzo che vi leggo è l’inizio di una lettera di Learco a Marco che io la metto qui per via che non voglio responsabilità, e fa così:

Caro Mario,
ero lì che stavo cominciando a scriverti, volevo dirti che non capisco il motivo del tuo pessimismo in un momento che Alvise ci sta risolvendo i problemi forse sottovaluti il target, ti avrei scritto, che a te le storie della Russia di Tano Cariddi di Toto Cutugno forse a te ti sembrano poco interessanti per via che quando facevamo l’università le hai raccontate e sentite raccontare tante di quelle volte, che quando facevamo l’università tutte le volte che andavamo da qualche parte che c’era della gente che non ci conosceva dopo di solito succedeva sempre che a un certo punto una qualche figa, attratta dal nostro magnetismo animale si avvicinava cercava di attaccare bottone E voi, cosa studiate? chiedeva, Studiamo russo, rispondevamo, Russo? diceva lei. Eh, russo. Ma dài, diceva la figa, ma che interessante, oh, chiamava la gente si rivolgeva anche agli altri, loro studiano russo? Russo? si giravano gli altri si fermavano nei loro discorsi Ma dài, dicevano, Ma che interessante, Ma lo parlate, anche? Ma ci siete stati, in Russia? Ma non c’è freddo? Ma cosa si mangia? Che allora noi, ti avrei ricordato, se le prime volte questo interesse per la millenaria cultura russa era una cosa che ci faceva piacere, che c’era scappata anche qualche fiondata, che te Pensa, dicevi, ci son quelli che vanno in Russia, per fiondare, a noi ci succede che grazie al fatto che siam stati in Russia fondiamo in Italia se le prime volte era anche piacevole, ti avrei ricordato, dopo però dopo due o tre anni di questo andiamo io mi sarei ricordato che ci eravamo un po’ rotti i maroni, di parlar sempre delle stesse cose, e che a un certo punto quando ci chiedevano Ma non c’è freddo? Freddo in Russia? rispondevamo, Ma cosa dici? Nelle stagione delle piogge tirano i monsoni siberiani non c’è freddo c’è il clima continentale come in pianura padana con in più i monsoni siberiani, gli dicevamo. E che quando ci chiedevano cosa mangiano i russi noi I bambini, rispondevamo, ti avrei ricordato, e che in generale erano buoni, dicevamo, te dicevi che soprattutto gli uzbechi e i georgiani, ti piacevano, A me piaccion di più gli armeni son più delicati, dicevo io. Solo, ti avrei detto poi dopo, la gente non si scoraggiava neanche dirgli che in Russia c’era caldo che si mangiavano i bambini Ma davvero? dicevano, Ma che interessante. Allora mi sarei ricordato che gli ultimi anni quando alle feste le fighe, attratte dal nostro magnetismo animale si avvicinavano e ci chiedevano Ma voi, cosa studiate? noi una volta avevano anche detto Noi non studiamo. Davvero? E cosa fate? Facciamo i facchini. I facchini? Eh, i facchini. Ma dài, aveva detto la figa quella volta lì, mi sarei ricordato, ma che interessante oh, aveva chiamato la gente si era rivolta anche agli alri, loro fanno i facchini! I facchini? Si eran girati gli altri si eran fermati nei loro discorsi Ma dài, avevan detto, ma che interessante, Ma esistono ancora? Ma ci siete già stati, a far dei traslochi? Ma non c’è freddo? Ma cosa mangiano, i facchini? Allora poi dopo, ti avrei scritto poi dopo, abbiamo imparato le ultime feste degli ultimi tempi dell’università in Italia quando la figa, attratta dal nostro magnetismo animale si avvicinava chi chiedeva Ma voi, cosa studiate? Economia e commercio, rispondevamo. Ah, scusate, diceva la figa.

Ecco. Detto questo, ricominciamo.

Buongiorno. Mi presento, mi chiamo Paolo Nori, ho 46 anni, sono nato a Parma, vivo a Bologna, di mestiere scrivo dei libri e ne traduco, anche, dal russo, per questo mi hanno chiesto di scrivere un discorso sulla dittatura da dire qui a Cracovia in questo Cinema Kijov dove son stato anche l’anno scorso e anche due anni fa.

L’argomento, la dittatura, è un argomento talmente vasto, c’è da dire, talmente complesso, che a me, nel momento in cui è stato il momento di scriverlo, questo discorso, m’è venuto da pregare dei cancheri a quello che me l’aveva affidato, questo argomento, solo che, siccome l’avevo scelto io, questo argomento, mi son trattenuto dei cancheri non me se sono pregati mi son detto Coraggio, un passo alla volta.

La prima cosa che mi è venuta in mente è che questo argomento, che oggi per noi che viviamo in Italia potrebbe sembrare scontato, e anacronistico, la dittatura è una cosa che non ci piace, e che noi, personalmente, non conosciamo, be’, prima di tutto non è proprio scontato, Voltaire, per esempio, che non era uno stupido, credeva che una dittatura illuminata fosse la soluzione migliore, meglio della democrazia, non che io sia un esperto, di Voltaire, l’ho sentito dire per radio, secondariamente non è detto che sia anacronistico.

Tutti noi, prima di tutto, abbiamo avuto e abbiamo dei genitori, nel mio caso, dei nonni, nel vostro, che dentro la dittatura ci sono nati, e che pensavano che fosse una cosa giusta, e normale, ma per forza.

Mi viene in mente quella storiella raccontata dallo scrittore americano Foster Wallace ai suoi studenti, che c’è un pesce vecchio che passa di fianco a due pesci giovani e che gli dice Ciao, com’è l’acqua? E questi si girano, lo guardano, gli dicono L’acqua? Che acqua?

E questa cosa, forse, vuol dire che rendersi conto del posto in cui siamo è difficile, e probabilmente, se qualcuno avesse chiesto ai miei genitori, o ai vostri nonni, quando loro erano piccoli, Com’è vivere in una dittatura? Loro probabilmene avrebbero risposto Dittatura? Che dittatura?

Che poi, tra l’altro c’è della gente, lo sapete, l’avete sentito forse anche voi condividete questo punto di vista, c’è della gente, dicevo, che pensa che oggi, in Italia, c’è un regime, c’è comunque una dittatura, mascherata, ma non per questo meno pericolosa di quelle esplicite e dichiarate.

Ecco, le cose che proveremo a fare, sono due, principalmente, la prima è fare un paragone, vaghissimo e marginale, e con gli strumenti di uno che di mestiere non fa lo storico e che in questo momento si sta chiedendo perché si è preso questa responsabilità di parlare per cinquanta minuti di un tema del genere a seicento settecento studenti provenienti prevalentemente dalla provincia di Modena, la prima fare un paragone, dicevo, tra la dittatura che hanno conosciuto i nostri genitori e i nostri nonni e la situazione che viviamo noi, adesso, oggi, non qui, a Cracovia, che la Polonia, io, non la conosco, o meglio la conosco poco, l’unica cosa che mi viene in mente a pensare alla Polonia è che dan le multe se uno attraversa a piedi col rosso e poi mi viene in mente anche la battuta finale dell’Ubu Roi di Jarry che dice Se non esistesse la Polonia, non esisterebbero i polacchi, che è una cosa vera e fa sempre piacere ribadirla, non qui dicevo, ma in Italia, a casa nostra, a Modena, a Parma, a Reggio Emilia, a Bologna e a Riva del Garda.

Che è un posto stranissimo in trentino dove c’è un microclima che crescon persino gli ulivi.

L’altra cosa, che proveremo a fare, e con la quale cominciamo, è vedere, in un paio di casi, come, rispetto alla dittatura e alla democrazia, così si chiamavano le acque in cui vivevano, si sono comportati due persone che sono vissute nel secolo scorso, un russo e un italiano, è il primo di cui voglio parlarvi è uno scrittore che non è molto conosciuto e che a me piace moltissimo, si chiama Daniil Charms.

È un autore russo nato nel 1905 e morto nel 1942 che quando era in vita era conosciuto come autore per bambini anche se lui i bambini non li sopportava.

C’è un raccontino, di Charms, nel quale lui immagina la città ideale e nella sua città ideale nella piazza centrale c’è un buco dentro il quale si devon buttare i bambini e i pastori tedeschi, e ogni tanto un po’ di calce viva che se no vien su del cattivo odore.

Daniil Charms, tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni quaranta, in Unione Sovietica, scriveva delle cose, le sue cosiddette opere per adulti, che furono pubblicate solo a partire dalla fine degli anni sessanta, più di vent’anni dopo la scomparsa di Charms, e dico scomparsa perché per molto tempo Charms non si è saputo la fine che aveva fatto.

Girava una voce che era uscito di casa nel 1941 dicendo Vado a comprare le sigarette, e che poi non era mai tornato. Ogni tanto, negli anni sessanta e settanta, in Unione Sovietica, si spargeva la voce che Charms era stato avvistato ai limiti estremi dell’impero Sovietico, a Baku, a Vladivostok, a Tamara, a Murmansk.

Qualcuno pensava anche che l’avesero fatto sparire, e ricordava che Charms era giù stato arrestato, nel 1932, con l’acccusa di fare arte antisovietica, e era stato condannato a qualche mese di soggiorno obbligato in una città poco distante da San Pietroburgo, che allora si chiamava, se non ricordo male, Leningrado.

Un cantautore, Galič, a metà degli anni sessanta ha anche scritto una canzone che si intitola Pesen’ka o tabake, Canzonetta sul tabacco, dove si dice che Charms, quand’era uscito di casa nel 1941 per andare a comprare le sigarette aveva trovato la tabaccheria chiusa, e ne aveva cercata un’altra e aveva trovato chiusa anche quella lì, e ne aveva cercata un’altra e aveva trovato chiusa anche quella lì, e ne aveva cercata un’altra, chiusa, un’altra, chiusa, un’altra chiusa, eran più di vent’anni che girava cercando da fumare, dice la canzone di Galič, e dopo alla fine degli anni novanta un critico letterario russo ha rintracciato la moglie, di Charms, in Venezuela, dove gestiva una libreria esoterica, e si era preso su era andato in Venezuela con un registratore aveva registrato le memorie delle moglie di Charms ne aveva fatto un libro, uscito poi nell’anno 2001 col titolo Mio marito Daniil Charms, libro nel quale si scopriva che Charms era morto, probabilmente di fame, in un ospedale psichiatrico di Leningrado, dove era stato mandato perché c’era stata una persona, nel 1941, si era nell’imminenza dell’assedio tedesco di Leningrado, c’era stata una persona che aveva testimoniato che Charms aveva detto che secondo lui la guerra la vincevano i tedeschi, allora avevan preso Charms l’avevano arrestato.

L’avevano interrogato gli avevano chiesto se era vero, che lui aveva detto che la guerra l’avrebbero vinta i tedeschi, Charms aveva negato allora han pensato che era schizofrenico l’avevan mandato all’ospedale psichiatrico, dove sua moglie l’andava a trovare gli portava dei pacchi, e una volta, febbraio del 1942, aveva passato il pacco per suo marito attraverso lo spioncino, dopo un po’ lo spioncino si era riaperto le avevan ridato un pacco con sopra scritto Deceduto il 2 febbraio del 1942.

Prima di essere arrestato Charms era convinto che se fosse cominciato l’assedio di Leningrado, la prima bomba sarebbe caduta su casa sua, e così è stato, una delle prime bombe è caduta sulla sua casa che è stata sfollata e le opere per adulti di Charms, quelle a cui lui aveva lavorato per tutta la vita convinto che fossero la cosa più importante che faceva e sapendo benissimo che non le avrebbe potute mai pubblicare, le opere per adulti di Charms erano rimaste in quella casa, dentro una valigia.

Dicono che un amico di Charms, un filosofo che si chiama Druskin, è andato fino alla casa abbandonata di Charms, ha recuperato la valigia in cui Charms conservava tutti i suoi manoscritti, l’ha portata a casa sua e l’ha conservata per i successivi venti e passa anni fino a che, sul finire degli anni sessanta, non è stata possibile l’edizione a stampa di queste opere per adulti di Charms, in Germania, e poi, con la Prestorjka, a partire dalla fine degli anni ottanta, queste opere sono state pubblicate anche in Russia e hanno determinato la fama postuma di Charms che poi è diventato uno degli scrittori più conosciuti, e più pubblicati, e più letti, e più imitati della Russia sovietica e post sovietica, e le opere sono poi queste, per fare un esempio.

C’era un uomo rosso di capelli, che non aveva occhi né orecchie. Non aveva nemmeno i capelli, tanto che lo dicevano rosso convenzionalmente. Parlare non poteva, dato che non aveva la bocca. Nemmeno il naso aveva. Non aveva neppure le mani e i piedi. E il ventre non aveva e la schiena non aveva e la spina dorsale non aveva, né aveva viscere di nessun tipo. Non c’era niente. Quindi non si capisce di chi si tratti. Meglio che di lui non parliamo più.

Oppure un’altra che si sintitola Vecchie che si ribaltano.

Vecchie che si ribaltano

Una vecchia, per la troppa curiosità, s’è ribaltata dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata.
Dalla finestra s’è sporta un’altra vecchia, e ha cominciato a guardare in giù quella che si era sfracellata ma, per la troppa curiosità, s’è ribaltata anche lei dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata.
Poi dalla finestra s’è ribaltata una terza vecchia, poi una quarta, poi una quinta.
Quando s’è ribaltata la sesta vecchia mi sono stancato di guardarle, sono andato al mercato Mal’cevskij, dove, dicevano, a un vecchio cieco avevano regalato uno scialle fatto a mano.

Sono per la maggior parte racconti di questa dimensione, ma ce ne sono anche di più brevi.

A me piacciono solo le giovani donne sane e formose. Per gli altri rappresentanti dell’umanità nutro diffidenza.

Può darsi che sul pianeta Marte ci sia qualcuno più intelligente di me. Sul pianeta terra ne dubito fortemente.

Prova a mantenere l’indifferenza, quando finiscono i soldi.

Quando compri un uccello, guarda se ci sono i denti o se non ci sono. Se ci sono i denti, non è un uccello.

Ma ce ne sono anche di più lunghe, come questa lettera:

Caro Nikandr Andreevič,
ho ricevuto la tua lettera e ho capito subito che era tua. All’inizio avevo pensato che magari non fosse tua, ma quando l’ho aperta ho capito subito che era tua, mentre prima avevo pensato che magari non fosse tua. Sono contento che è già un po’ che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella con cui si voleva sposare, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Per questo sono molto contento che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella che voleva, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Ieri ho ricevuto la tua lettera e ho pensato subito che era tua, poi ho pensato che sembrava che non fosse tua, l’ho aperta, ho guardato, era proprio tua. Hai fatto proprio bene a scrivermi. Prima non mi scrivevi, poi tutto d’un tratto mi hai scritto, anche se anche prima, prima di non scrivermi per un po’, tu m’avevi già scritto. Subito, appena ho ricevuto la tua lettera, ho deciso subito che era tua, e poi sono molto contento che ti sei già sposato. Perché se uno ha voglia di sposarsi, bisogna che si sposi e basta. Per questo sono molto contento che tu, alla fine, ti sei sposato proprio con quella con cui ti volevi sposare. E hai fatto proprio bene a scrivermi. Sono stato molto contento quando ho visto la tua lettera, e ho perfino pensato subito che era tua. A dir la verità, mentre l’aprivo, ho pensato che magari non fosse tua, ma poi ho deciso che era tua in ogni caso. Te ne ringrazio molto e sono molto contento per te. Tu, forse, non sai spiegarti perché sono così contento per te, te lo dico subito, sono contento per te perché ti sei sposato, e proprio con quella con cui ti volevi sposare. E è proprio bene, sai, sposarsi proprio con quella con cui ci si vuole sposare, perché così si ottiene quello che si vuole. Ecco perché sono così contento per te. E sono contento anche che mi hai scritto una lettera. Fin da subito avevo deciso che la lettera doveva essere tua, l’ho presa in mano e ho pensato: e se per caso non è tua? Poi ho pensato: ma no, certo che è tua. Apro la lettera e intanto penso: è tua o non è tua? È tua o non è tua? Be’, come l’ho aperta, l’ho visto subito, che era tua. Sono stato molto contento e ho deciso di scriverti anch’io una lettera. Ho molte cose da raccontarti, ma non ho proprio tempo. Quello che ho potuto, te l’ho scritto in questa lettera, il resto te lo scriverò un’altra volta, adesso non ho più tempo. Intanto, è un bene che mi hai scritto una lettera. Adesso so che è già un po’ che ti sei sposato. Anche dalle lettere precedenti, sapevo che ti eri sposato, e adesso lo vedo ancora: è proprio vero, ti sei sposato. E sono molto contento che ti sei sposato e che mi hai scritto una lettera. Subito, appena ho visto la tua lettera, ho deciso che ti eri sposato un’altra volta. Be’, ho pensato, è un bene, che ti sei sposato un’altra volta e che me l’hai scritto in una lettera. Scrivimi adesso com’è la tua nuova moglie e come sono andate le cose. Salutami la tua nuova moglie.
Daniil Charms
25 settembre e ottobre 1933

Ecco. Sono molto contento, quando ho l’occasione di leggere Charms in pubblico. Quasi quasi ne leggo altri due. Per esempio questo che parla d’amore e che fa così:

Ho letto un libro molto interessante su un giovanotto che si è innamorato di una giovane donna, ma questa giovane donna amava un altro giovanotto, ma questo giovanotto amava un’altra giovane donna, ma questa giovane donna amava anche lei un altro giovanotto che non amava lei, ma un’altra giovane donna.
E all’improvviso questa giovane donna inciampa in uno sportello aperto e si incrina la colonna vertebrale. E quando è già quasi del tutto guarita, all’improvviso prende freddo e muore. Allora il giovanotto, che l’amava, la fa finita con una pistolettata. Allora la giovane donna, che amava questo giovanotto, si butta sotto il treno. Allora il giovanotto, che amava questa giovane donna, monta per il dispiacere sul palo del tram e tocca i fili e muore per la corrente. Allora la giovane donna, che amava questo giovanotto, mangia del vetro tritato e muore per le ferite nell’intestino. Allora il giovanotto, che amava questa giovane donna, scappa in America e si mette a bere così tanto che è costretto a vendere il suo ultimo vestito: e, visto che non ha più vestiti, è costretto a stare a letto e gli vengono le piaghe da decubito e per le piaghe da decubito muore.

E anche questo dialogo che si intitola Dissapore:

Dissapore

Kuklov e Bogadel’nev siedono a un tavolo coperto da un’incerata e mangiano la minestra.
Kuklov: Io sono un principe.
Bogadel’nev: Ah, tu saresti un principe!
Kuklov: Be’, e anche se sono un principe?
Bogadel’nev: Anche se sei un principe, ti verso addosso la
minestra.
Kuklov: No, non devi.
Bogadel’nev: E perché non devo?
Kukov: Perché dovresti versarmi addosso la minestra?
Bogadel’nev: Perché, cosa credi, che ai principi non gli si può versare addosso la minestra?
Kuklov: Sì, lo credo.
Bogadel’nev: E io credo il contrario.
Kuklov: Tu la pensi in un modo, io la penso in un altro.
Bogadel’nev: E a me non me ne frega niente di te!
Kuklov: E tu non hai nessun contenuto interiore.
Bogadel’nev: E tu hai un naso che sembra una vasca per il bucato.
Kuklov: E tu hai un’espressione che sembra che non sai dove sederti.
Bogadel’nev: E tu hai un collo fusiforme!
Kuklov: E tu sei un maiale!
Bogadel’nev: E io adesso ti strappo le orecchie.
Kuklov: E tu sei un maiale.
Bogadel’nev: E io adesso ti strappo le orecchie!
Kuklov: E tu sei un maiale!
Bogadel’nev: Un maiale? E tu chi saresti?
Kuklov: Io sono un principe.
Bogadel’nev: Ah, tu saresti un principe!
Kuklov: Be’, e anche se sono un principe?
Bogadel’nev: Anche se sei un principe, ti verso addosso la minestra.
Kuklov: No, non devi.
Bogadel’nev: E perché non devo?
Kukov: Perché dovresti versarmi addosso la minestra?
Bogadel’nev: Perché, cosa credi, che ai principi non gli si può versare addosso la minestra?
Kuklov: Sì, lo credo.
Bogadel’nev: E io credo il contrario.
Kuklov: Tu la pensi in un modo, io la penso in un altro.
Bogadel’nev: E a me non me ne frega niente di te!
Kuklov: E tu non hai nessun contenuto interiore.
Bogadel’nev: E tu hai un naso che sembra una vasca per il bucato.
Kuklov: E tu hai un’espressione che sembra che non sai dove sederti.
Bogadel’nev: E tu hai un collo fusiforme!
Kuklov: E tu sei un maiale!
Bogadel’nev: E io adesso ti strappo le orecchie.
Kuklov: E tu sei un maiale.
Bogadel’nev: E io adesso ti strappo le orecchie!
Kuklov: E tu sei un maiale!
Bogadel’nev: Un maiale? E tu chi saresti?
Kuklov: Io sono un principe.
Bogadel’nev: Ah, tu saresti un principe!
Kuklov: Be’, e anche se sono un principe?
Bogadel’nev:Anche se sei un principe, ti verso addosso la minestra.
Ecc.

Ecco. Io andrei avanti ancora per delle ore, eh, ma purtroppo questo non è un discorso su Charms è un discorso sulla dittatura. Che a pensarci adesso, se io invece di prendere come argomento la dittatura avessi preso come argomento Charms, forse saremmo stati tutti più contenti, invece con Charms bisogna finire e finisco dicendo che la cosa stupefacente, di Charms, è che lui, che non lo lasciavano pubblicare le cose che erano la ragione della sua vita, e che era stato arrestato due volte con delle accuse insensate, e che per settimane non sapeva come mangiare, e che, con sua moglie, restava a letto fino alle tre del pomeriggio perché aveva sperimentato che a stare a letto vien meno fame, e che per quelle accuse lì poi è morto di fame in un manicomio, Charms, se uno va a leggere i suoi diari, che hanno ripubblicato recentemente, non si lamenta mai, di queste cose. Non si lamenta mai degli altri. Le uniche lamentele che si trovano nelle diari di Charms, sono rivolte a se stesso. Oggi non ho scritto le mie 3-4 pagine. Sono completamente abbrutito. È terribile. La degradazione si vede perfino dalla calligrafia. Quale folle pertinacia c’è in me, nell’inclinazione al vizio. La mia caduta è immensa. Ho perso del tutto la capacità di lavorare. Sono un cadavere vivente. Abba padre, sono caduto. Aiutami a risollevarmi.

Era credente Charms, io non sono credente, e mi viene in mente l’epigrafe di un libro molto bello, di Daniele Benati, che si intitola Silenzio in Emilia, e che fa così: Signore, se ci siete, fate che la mia anima, se ce l’ho, vada in paradiso, se c’è. Ecco a me viene da dire, a proposito di Charms: Signore, se ci siete, fate che la sua anima, che ce l’ha, vada in paradiso, se c’è.

Ma al di là del paradiso, mi viene da dire che qui da noi, non in Polonia, in Emilia, ma anche in Polonia, probabilmente, per chi, come me, si occupa di libri, scrive dei libri, e ne legge, una cosa come Daniil Charms, una persona come Daniil Charms, le opere di Daniil Charms, sono una benedizione, che ti viene da star con la testa per aria a ringraziare il signore, se c’è, che ci ha fatto capitar tra le mani quelle cose che Charms ha scritto nella sua stanzetta di San Pietroburgo nella prima metà del novecento nonostante intorno tutti gli dicessero che erano delle sciocchezze, non pubblicabili, che era arte degenerata, antisovietica, l’hanno messo anche in prigione, l’hanno mandato al manicomio, l’hanno fatto morire di fame e lui non se la prendeva neanche con loro, se la prendeva con se stesso, devo scrivere di più, oggi non ho scritto le mie tre quattro pagine.

Eppure sarebbe stato così facile, per Charms, la prima cosa, tutti noi avremmo fatto così, credo, mettersi a pregare dei cancheri al potere sovietico, dare la colpa della propria rovina e della propria caduta a un potere cieco e sordo e ingiusto e crudele e stupido, e invece no, e per questo noi oggi non abbiamo in mano delle invettive, ma dei capolavori. Che è una testimonianza, secondo me, di una grandezza che nasce dal niente, di un’anima immortale, veramente, e mi vengono in mente due cose, quel che diceva Anna Achmatova, che l’arte nasce dall’immondizia, e quella pagina di Guerra e Pace, di Tolstoj, dove Pierre Bezuchov, il protagonista, un russo che è stato catturato dai francesi nel corso della campagna napoleonica, è lì, di notte, nel recinto dei prigionieri, che guarda il cielo stellato e, tutto d’un tratto, scoppia a ridere. E ride forte, e a lungo. E ride per questo pensiero, che gli è venuto: Ma la mia anima immortale, come fanno a tenerla prigioniera?

E mi viene in mente anche Bartolomeo Vanzetti, un italiano giustiziato, negli Stati Uniti, insieme al suo compagno Nicola Sacco, il 23 agosto del 1927 a mezzanotte e diciannove minuti, sulla sedia elettrica, perché accusato di aver ucciso un contabile, nel corso di una rapina, nonostante le prove evidenti della sua innocenza, tra le quali la confessione dell’autore della rapina, Celestino Madeiros, e mi vengono in mente le ultime parole che ha detto, Vanzetti, ai giudici delle contea di Norfolk, il 9 aprile del 1927, dopo che gli era stata notificata la condanna a morte, inflitta da una giuria presieduta da un giudice, che si chiama Webster Thayer, che aveva detto di Vanzetti e di Sacco che era due anarchici bastardi, mi viene in mente Vanzetti, dicevo, e mi viene in mente quando, rispondendo alla domanda di rito «Bartolomeo Vanzetti, avete qualcosa da dichiarare?», Vanzetti disse di sì, e parlò per mezz’ora, e le ultime cose che disse furono queste: «Ho già detto che non soltanto non sono colpevole di questi delitti, ma non ho mai commesso un delitto invita mia, non ho mai rubato, non ho mai ucciso, non ho mai versato una goccia di sangue, e ho lottato contro il delitto, ho lottato sacrificando anche me stesso per eliminare i delitti che la legge e la chiesa ammettono e santificano.
Questo è ciò che volevo dire. Non augurerei a un cane o a un serpente, alla più miserevole e sfortunata creatura della terra, ciò che ho avuto a soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un’altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e in effetti io sono un anarchico; ho sofferto perché sono un italiano, e in effetti io sono un italiano; ho sofferto più per la mia famiglia e per i miei cari che per me stesso; ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora.
Ho finito. Grazie».
Ecco. L’anima. L’anima è una cosa così difficile, da sentire, da percepire, ma a me, non posso farci niente, mi viene da dire che la sua anima immortale, di Bartolomeo Vanzetti, non è finita su quella sedia elettrica.
Deopo, le cose qui si complicano un po’.

Perché uno, sente il caso di Charms, dice, be’, è colpa del Comunismo sovietico, che è stata un’ideologia disumana e che è da condannare, e che è del resto è stata condannata anche dalla storia; poi sente il caso di Vanzetti, e scopre che Vanzetti, perché ce l’avevan con Vanzetti?

Secondo Tommaso Gurrieri, autore dell’introduzione a Non piangete la mia morte, raccolta degli scritti di Bartolomeo Vanzetti pubblicata dalla Casa editrice Barbès di Firenze nel 2009, Vanzetti è stata una vittima dell’anticomunismo, dell’«ondata repressiva lanciata dal presidente americano Woodrow Wilson e dal suo ministro della giustizia Palmer contro la “sovversione”»; della necessità, in breve, di trovare dei capri espiatori.

Però qui, mi vien da pensare, c’è una differenza. Cioè, in unione sovietica, negli anni 30, era una dittatura; in America, sul finire degli anni 20, era una democrazia. Meglio morire di fame, innocenti, in manicomio, in una dittatura, o morire sulla sedia elettrica, innocenti, in una democrazia? Voi cosa dite? Io, non lo so. Quello che so, è che loro, Charms e Vanzetti, casi diversi, in due posti diversi, eran diventati tutti e due dei capri espiatori, e se uno diventa un capro espiatorio, è in una posizione un po’ complicata.

Ecco, non che sia una cosa necessaria, ma siamo in Polonia, mi piaceva citare anche un autore polacco, e il libro che sto leggendo in questi giorni è il libro di un polacco, che ha un cognome polacco che è difficilissimo da pronunciare, si scrive Esse, Zeta, Ci, Zeta, Ipsilon, Gi, I, E, Elle, credo si pronunci Scigiel.

Il libro si intitola Gottland, e parla della Cecoslovacchia, racconta molte storie, la prima della quali è quella della famiglia Bata, che sono quelli della fabbrica di scarpe, le Bata, che hanno cominciato nel 1894, a produrre scarpe, e che avevano, all’epoca, 4 dipendenti, e che nel giro di trent’anni arriveranno ad avere 105.700 dipendenti.

Non riassumo la vicenda, vi consiglio di leggere il libro, che è uno dei libri più belli che ho letto quest’anno, Gottland, di Marius Szczygiel, se lo cercate cercatelo col titolo, Gottland, con due t, non vi riassumo né il libro né la vicenda di Bata, volevo solo parlare di un momento, nel 1933, un periodo difficile, dove sembra ci fosse bisogno, in Europa, di qualcuno a cui dare la colpa non si sa bene di cosa, della crisi, forse, del malessere, era il momento in cui Charms scriveva quella lettera Caro Nikandr Andreevic che è una lettera, secondo me, in cui lui, senza parlare di nazismo, di fascismo, di comunismo, rende benissimo il senso dell’epoca, senso che forse viene fuori anche da quel che succede al titolare del calzaturificio Bata, Jan Bata, nel 1933, quando in Germania si diffonde la voce che Bata sia un ebreo cecoslovacco. «Le pagine dei periodici nazisti, scrive Szczygiel, sono zeppe di sue caricature: RABBBI BATA, è TUTTO DIRE. Il direttore dello stabilimento Bata di Berlino si reca in Cecoslovacchia per indagare sulle origini della famiglia, che risultano cattoliche, da sette generazioni. Torna a Berlino e pubblica sui giornali un comunicato sulle vere origini di Bata. Viene interrogato dalla Gestapo. Jan decide di vendere immediatamente la fabbrica tedesca. Quella francese era stata inaugurata appena un anno prima. Eppure bisogna chiuderla, perché la concorrenza ha dato il via a una campagna diffamatoria: Bata è UN TEDESCO. Le gigantesche fotografie attaccate ai muri lo ritraggono come il prototipo del puro prussiano: capelli chiari e occhi azzurri. In Italia la concorrenza fa diffondere la voce che sui giornali cecoslovacchi Bata attacca Mussolini. In Polonia si rumoreggia che da un anno una delegazione sovietica segreta si rechi spesso nella sede Cecoslovacca di Bata: BATA AIUTA I SOVIETICI.
Erano cinque anni, scrive Szczygiel, che, nonostante la crisi, la Cecoslovacchia vantava il primato mondiale nell’esporatazione delle calzature in pelle.
Ecco. Un bel caso di capro espiatorio, Jan Bata, che dal libro di Szczygiel non sembra che fosse uno stinco di santo, ma difficilmente poteva essere ebreo, tedesco, e cecoslovacco insieme. Magari era vero che aveva attaccato Mussolini e che aveva aiutato i sovietici, come dire, nessuno è perfetto, però le altre cose eran difficili, da immaginare tutte e tre insieme, e niente. Forse non c’entra tanto perché Bata poi, subito prima della guerra, è andato in Brasile, ha salutato la Francia la Germania l’Italia la Polonia è andato a fondare una fabbrica di scarpe in Brasile e si è salvato, e detto questo abbiam messo dentro il discorso anche un autore polacco.

Dopo di che, siamo arrivati oltre la metà del discorso e adesso bisognerebbe cominciare a tirare le fila, come si dice, a capire cosa abbiam detto, solo che prima, vorrei mettere qui un intermezzo, tirare un po’ il fiato. È una cosa, anche quella, che non c’entra molto, a pensarci. È un intermezzo. Se qualcuno vuole uscire a fumare, tra cinque minuti finisce ci son le conclusioni. Tanto non c’entra tanto.

Forse c’entra soltanto per il fatto che, secondo me, una cosa difficile, da fare, in questi casi, quando scatta quel meccanismo dall’accanimento, della caccia al caprio espiatorio, che succede anceh nella nostre vite, nelle nostre esistenze minuscole, a scuola, sul lavoro, succede, e quel che succede è cha l’accanimento non ti fa vedere altro che il tuo accanimento: cambiano proprio le cose che vedi, e non ti puoi più fermare, per fermarti dovresti fare una cosa semplicissima e complicatissima, che è una cosa di cui ha parlato Carlo Lucarelli in un incontro preparatorio a questo viaggio.

Lui, Lucarelli, ha raccontato che una volta, da piccolo, stava bruciando delle formiche con una lente d’ingrandimento, l’ha visto sua nonna e gli ha chiesto E se te lo facessero a te? E lui, da quella volta lì, non ha più bruciato le formiche con la lente d’ingrandimento, perché si è messo nei panni della formica e s’è visto sotto una lente d’ingrandimento grandissima con sopra un gigante che provava a bruciarlo.

Ecco, in questo pezzetto, in questo intermezzo, per tirare un po’ il fiato, si parla di una volta che anch’io mi sono messo nei panni di un altro. Era un periodo che io avevo una fidanzata che si chiamava Francesca, che adesso è la mamma di mia figlia, che era un po’ comunista, laureata in Storia dell’Unione Sovietica, e io la chiamavo Togliatti, quindi un po’ c’entra, anche, col discorso sul comunismo e sull’anticomunismo, e anche sulle dittature.

Ma solo marginalmente. Si parla anche di brigatisti, vedrete, ma la cosa principale è proprio quel movimento lì di mettersi nei panni degli altri, credo. Non lo so. Comunque non dura tantissimo. Neanche poco, eh, cinque sei minuti. Forse anche otto. Portate pazienza. Biosgna anche dire, per capire, che il pezzetto è scritto all’inizio del 2000, poche settimane prima che io pubblicassi il mio primo libro per Einaudi, e era un periodo che io non capivo bene cosa mi stava succedendo, ero un po’ confuso, e il pezzetto fa così.

Aspettare Francesca vedere il secchiaio pieno di piatti sporchi avevo deciso di mettermi a lavare i piatti fare una sorpresa a Francesca mi ero messo a lavare intanto che lavavo Pensa, avevo pensato, uno scrittore che tra poco lo pubblicano con Einaudi, guardalo qui a lavare i piatti. Che umiltà, avevo pensato, e poi mi ero fermato nel mio lavare, Ma sei deficiente? avevo pensato, e mi era tornato in mente uno scrittore russo che diceva che quando aveva diciotto diciannove anni, quando qualcuno gli parlava di cose poco interessanti lui diceva Ma che stupidata! Ma vale la pena di parlare di queste cose? diceva. E gli altri Be’, gli dicevano, sentiamo, cos’è che non è una stupidata? E lui Non lo so, rispondeva, ma c’è. È cominciato tutto da lì, diceva questo scrittore, mi era tornato in mente, e avevo finito poi di lavare ero andato a cercare quel libro di questo scrittore solo che i libri in casa nostra erano in uno stato, pietoso, avevo cercato nelle nostre due librerie dieci minuti senza trovare poi era tornata Francesca dovevamo partire. Dovevamo andare al Teatro occupato che c’era la presentazione di un libro ma anche a vedere la sede nuova che non c’eravamo mai stati allora eravamo partiti, eravamo saliti sull’autobus, ci eravamo seduti in due posti che avevamo trovato uno di fronte all’altro di fianco a me c’era una signora sessantenne bionda e truccata, di fianco a Francesca un signore sessantacinquenne grigio con la giacca sdrucita ma questo me n’ero accorto poi dopo, che io ero entrato nell’autobus avvolto in una nuvola di pensieri letterari molto intelligenti che mi ottundevano tutte le percezioni Slyšal? mi aveva detto Francesca a un certo momento, che Francesca lei ogni tanto quando siamo in ambienti affollati che non vogliamo che la gente capisce quello che ci diciamo l’uno con l’altro lei mi parla in russo che a lei le piacciono molto, queste attività poliziesche da agente segreto Slyšal? mi aveva chiesto, che vuol dire, in russo, Hai sentito? Net, le avevo risposto, ne slyšal, che vuol dire No, non ho sentito. Ta z*enšina, mi aveva detto in russo Francesca, blondinka kotoraja sidit rjadom s toboj, mne sprosila Chotite li vy sidet’ rjadom s vašem otcom? Che significa Quella donna, la bionda che è seduta di fianco a te, mi ha chiesto Si vuole sedere vicino a suo padre? Eto ty, mi aveva detto Francesca, Ona dumaet, c*to ty, moj otec. Che significa Sei tu, lei pensa che tu, sei mio padre. Ech, le avevo detto a Francesca, ponjal. Che significa, Eh, avevo capito. Ne nado povtorit’, le avevo detto, che significa Non c’è bisogno che me lo ripeti. No ne serdiš’sja, mi aveva detto Francesca, eto smešno, che significa Ma non arrabbiarti, è divertente. Dumaeš’? le avevo detto, mne ne kaz*etsja, smešno, Davvero? significa, A me non mi sembra, divertente. Che tra me e Francesca ci sono undici anni di differenza e io pensavo che si vedevano tutti, invece si vede se ne vedon di più, ma lasciamo perdere. Comunque poi Moz*et byt’, nam pora, avevo detto a Francesca, che significa Può darsi che dobbiam scendere. Che era una cosa che non c’era nessun bisogno di dirla in russo solo che io con Francesca quando cominciamo a parlare in russo entriam nella parte dopo smettere poi dopo è difficile andiamo avanti automaticamente per delle ore. Allora ci siamo alzati Kakaja ostanovka? le ho chiesto a Francesca Che fermata? significa, e lei Francesca mi ha guardato stava per rispondermi quello davanti a noi si è girato Gde vam nuz*no? ci ha chiesto in russo, che significa in russo Dove dovete andare? Francesca, sentire così che eravamo stati scoperti lei mi ricordo mi ha guardato con uno sguardo drammatico ma risoluto come se voleva dirmi che non avevamo altra scelta procedura kappa ventisette inghiottire la pillola di cianuro, voleva dire Francesca. Io, mi ricordo, non sapevo cosa dire cosa fare in che lingua parlare Al Teatro occupato, gli ho detto al ragazzo Allora scendete qui, ci ha detto lui, e è sceso anche lui la nostra stessa fermata ho cominciato a parlare con lui con Francesca che mi lanciava degli sguardi Non dargli confidenza non simpatizzare, voleva dire. Che lui a me mi sembrava uno normale anche gentile Siete qui di Bologna? chiedeva, No, si intrometteva Francesca gli rispondeva, Siamo umbri, diceva cercava di sviare le tracce e intanto entravamo al Teatro occupato ci dicevamo con lui che dopo la presentazione del libro prendevamo qualcosa insieme Io non capisco la confidenza che dài te agli estranei, mi diceva Francesca intanto che ci accomodavamo che ci preparavamo a seguire la presentazione di un libro al Teatro occupato. Il libro che presentavano era il libro di una brigatista che erano le sue memorie di brigatismo in Italia nel settantasette nel settantotto, e quella brigatista lì io pensavo di non conoscerla quando ha cominciato a parlare mi son ricordato che la conoscevo, ma dopo. Che prima ha cominciato a parlare un signore che presentava la brigatista in realtà più che presentare la brigatista parlava dei libri dei brigatisti in generale diceva delle cose anche interessanti soprattutto parlava di Oreste Scalzone. Oreste Scalzone, chi non si intende di storia di sociologia di antropologia di ribellismo Oreste Scalzone deve sapere che è stato un extraparlamentare molto ascoltato molto influente molto presente ora in esilio in Francia non ne so molto, di Oreste Scalzone, che io di storia di sociologia di antropologia di ribellismo a dire il vero io ne so poco comunque quel poco che so so che Oreste Scalzone è un antagonista in rifugio in Francia ancora molto presente nel dibattito sull’antagonismo italiano contemporaneo. Di questi libri di brigatismo io ne ho presentati parecchi, ha detto quello che ha parlato quella sera lì al Teatro occupato, ma devo dire che rispetto alle altre presentazioni di libri di questo genere, stasera c’è una novità. La novità, è che stasera non c’è da guardare nessun video di Oreste Scalzone. Che di solito quando c’è in Italia una presentazione di un libro di brigatismo di solito alla Gare de Lyon di Parigi al mattino alle sei di solito Oreste Scalzone consegna una videocassetta a un capotreno che gli organizzatori italiani delle presentazioni dei libri di brigatismo poi dopo gli tocca di andarla a prendere in una stazione italiana a delle ore improbabili alla sera anche tardi e poi chi viene a un dibattito o alla presentazione di un libro in Italia gli tocca poi dopo sorbirsi tre quarti d’ora di intervento in video di Oreste Scalzone invece stasera niente si vede che Oreste non l’ha saputo, che c’era questa presentazione, ha detto quello che ha parlato al Teatro occupato, che se lo sapeva state tranquilli che alle sei del mattino era alla Gare de Lyon a consegnare il suo video al capotreno adesso ci toccava sorbirci tre quarti d’ora di Oreste Scalzone. Invece stasera possiam cominciare direttamente parlando del libro, ha detto, e ha dato poi la parola alla brigatista. Che appena ha cominciato a parlare Io questa brigatista qua io me la ricordo, ho pensato, io mi ricordo che l’ho vista tre anni fa o quattro anni fa non mi ricordo l’ho vista comunque una volta a maggio inoltrato a Reggio Emilia che c’era un caldo che si crepava che in quell’occasione nel caldo emiliano c’era una manifestazione che c’erano degli scrittori esordienti o appena esorditi che leggevano i loro scritti davanti ai critici importanti e affermati e poi dopo i critici loro all’impronta dicevano il loro parere ultima di questi scrittori doveva leggere la brigatista. Questa brigatista, là a Reggio Emilia, mi ricordo, pensavo al Teatro occupato, in quell’occasione, prima di leggere, nel corso del pomeriggio, quando ha letto il primo, poi quando ha letto il secondo, poi quando ha letto il terzo, lei era la quarta, questa brigatista io mi ricordo quel pomeriggio c’ero seduto davanti questa brigatista lei diceva Mamma mia mamma mia mamma mia adesso tocca a me aiuto aiuto aiuto aiuto, mi ricordo, diceva, ho pensato al Teatro occupato. Mamma mia, dio dio dio dio dio dio dio mio, diceva la brigatista sottovoce prima di andare a leggere le sue paginette di esporsi alle critiche, mi ricordo, e quando poi alla fine era andata a leggere che aveva letto che i critici avevano incominciato a criticarla io mi ricordo che intanto che la criticavano lei guardava per terra era pallidissima tratteneva il fiato ancora un po’ muore soffocata, pensavo là a Reggio Emilia, mi son ricordato al Teatro occupato. Che anche questa signora, pensavo al Teatro occupato, abituata a brigatare a fare delle rapine a vivere da clandestina a sovvertire l’ordine costituito, messa di fronte alla letteratura anche lei ha perso tutto il suo sangue freddo la sua calma il suo aplomb anni e anni di addestramento andati in fumo in dieci minuti. Che in quel momento lì la letteratura a me mi è sembrato che guardarla da fuori la letteratura è un canchero che uno che capisce che canchero è potrebbe anche smettere, ho pensato, di scrivere di occuparsi di letteratura, solo che la letteratura è un canchero così cancerogeno che anche se ti accorgi che è un canchero ormai è troppo tardi non c’è più niente da fare, mi è sembrato al Teatro occupato. Che mi era tornata in mente quella cosa che diceva Sartre che un cameriere non è uno che è, un cameriere, è uno che fa, il cameriere, che io Sartre non lo conosco bene non mi piace neanche tanto quello che ho letto ma questa cosa del cameriere mi sembra che la capisco che abbia ragione solo togliersi di dosso i vestiti interni da cameriere anche quando si è dentro nel ristorante, come si fa? avevo pensato. Poi mi era tornato in mente quello che diceva Foucault che noi siamo molto più liberi di quel che pensiamo che io Foucault lo conosco ancora meno di Sartre lo capisco anche poco ma questa cosa del fatto che siamo più liberi di quel che crediamo mi sembra che la capisco che abbia ragione solo comportarsi da liberi intanto che si è prigionieri, come si fa? avevo pensato al Teatro occupato, e intanto che pensavo così era già finita la presentazione non avevo sentito niente di quel libro lì. Che io con Francesca poi finita la presentazione ci eravamo alzati, ci era venuto incontro il ragazzo che ci aveva indicato la strada per arrivare ci eravam messi a bere una birra lui aveva cominciato a parlare di cosa faceva che lui traduceva dal russo, aveva studiato all’università di Bologna, aveva tradotto un libro sulla storia del Kgb Ma va’, diceva Francesca, Sì sì, diceva lui, ma niente di che, faceva il modesto. E voi, invece, chiedeva, cosa fate? Io faccio la pettinatrice, diceva Francesca, Ah, diceva lui, ma pensa. E tu, mi chiedeva, cosa fai? Io scrivo, gli dicevo. E cosa scrivi? mi chiedeva. Romanzi, gli dicevo. Ma, scusa, come ti chiami, tu, di cognome? Che mentre lui mi chiedeva così Ma scusa come ti chiami tu di cognome Francesca si appoggiava alla spalliera della sua seggiola si metteva fuori dall’orbita del traduttore non si faceva vedere da lui con il braccio mi faceva un segno deciso No, mi diceva col braccio Francesca, No, no, no e no. Eh, gli dicevo io al traduttore, Lucarelli, mi chiamo. Ah, mi diceva lui, sei famoso. Insomma, gli dicevo, sono famoso perché vado in televisione. Be’, mi diceva, io non ce l’ho, la televisione, però ti conosco lo stesso, di nome. Ah, be’, sì, gli dicevo io, forse hai ragione, sono abbastanza conosciuto, gli dicevo. Che dopo, quella sera lì, dopo che avevo detto che ero Lucarelli dopo che mi ero trasformato in un certo senso in Lucarelli quella sera lì io mi ricordo al Teatro occupato anche Francesca si è tranquillizzata si è lanciata in una manovra di controspionaggio ha cominciato a parlar dei miei libri dell’evoluzione mia letteraria a cominciare dai primi gialli pubblicati per Granata Press poi per Hobby & Work poi per Sellerio fino all’approdo alle grandi case editrici alla televisione alla collaborazione mia futura con Celentano Be’, mi ha chiesto il traduttore quando ha saputo che conoscevo Celentano, com’è, Celentano? Ma, gli ho detto io, è gentile, con un tono come se di queste cose io preferivo se non se ne parlava son stato bravo, non mi son dato arie son stato modesto simpatico gli ho fatto fare una figura bellissima, a Lucarelli, che alla fine quando ci siam separati il traduttore mi ha detto che avrebbe senz’altro comprato un mio libro mi ha chiesto quale gli consigliavo Indagine non autorizzata, è l’opera cui sono più affezionato, gli ho detto, e l’ho lasciato con questo consiglio siamo andati a aspettare l’autobus io con Francesca intanto che aspettavamo Pensa, ho pensato, uno scrittore che tra poco lo pubblicano con Einaudi che invece di parlare di sé parla di un suo collega gli fa vendere anche le copie che modestia, ho pensato.

Ecco. No. Niente. Volevo solo dire che è stato bellissimo, essere Lucarelli. (Scusa)

Allora: avevo detto, all’inizio, che avremmo provato anche a parlare della differenza tra la situazione che hanno conosciuto i nostri genitori, e i nostri nonni, che vivevano in una dittatura, e quella che conosciamo noi, adesso, che viviamo, ci dicono, in una democrazia.

Allora, io di questa cosa, ci ho pensato un po’ di tempo fa, quando mi hanno chiamato a scrivere una cosa in occasione dell’anniversario di un fatto che è successo a Riva del Garda nel 1944, il 28 giugno del 1944, quando i nazisti hanno ucciso quattro ragazzi che facevano parte di un gruppo di antifascisti, i figli della montagna.

Ecco, c’è da dire che per me, queste parola qua, antifascimo, e anche la parola resistenza, sono parole che, nella mia esperienza, hanno avuto una vita un po’ strana.

Io, come ho detto, ho 46 anni, sono nato nel 1963, e per me, per quelli che, come me, sono nati più o meno a metà degli anni sessanta, io ho l’impressoine che quelle parole lì, io devo dire che per molto tempo sono state delle parole vuote, prive di significato e piene di nebbia.

Questo dipende forse da una legge che l’ha tirata fuori uno scrittore russo che si chiama Zinov’ev, che in un libro che ha scritto che si chiama Cime abissali, lui tirava fuori delle leggi sociali che secondo me erano molto interessanti, come per esempio questa legge qua: Tutto quello che è ufficiale, è falso.

Che è una cosa, se uno ci pensa, i documenti ufficiali, ma tutti, eh, anche quelli dei notai, Oggi in data tale, alle ore tali, si è presentato di fronte a me il Tal dei Tali, e invece di fronte a lui non si è presentato nessuno, gli han telefonato gli han detto Ascolta, devo fare un rogito.

Oppure voi, quando vi capiterà, ma forse vi è già capitato, di scrivere un curriculum, dopo che l’avete scritto provate a rileggerlo come se leggeste una cosa che non avete mai letto, e poi pensate se quello lì che avete descritto siete voi o se non vi sembra piuttosto qualcun altro, anche noioso, anche piuttosto antipatico, un arrivista, uno che pensa solo al lavoro, pensateci.

E vi accrogerete, secondo me, che ha proprio ragione Zinov’ev: Tutto quello che è ufficiale, è falso.

Ecco quelle parole lì, secondo me, Resistenza e Antifascismo, per quarant’anni venivano pronunciate praticamente solo nelle occasioni ufficiali, e per noi che le abbiamo sentite solo da quei palchi lì, dai palchi ufficiali, quelle parole lì alle nostre orecchie per quarant’anni son suonate false, piene della nebbia retorica che viene su dai palchi ufficiali.

Dopo però è successa una cosa, in Italia, a un certo momento, quindici anni fa, che quelle parole lì sono sparite, dai palchi ufficali, e ne è risultato che quelle parole lì, Resistenza e Antifascismo, che per tanti anni erano state mortificate dai discorsi ufficali, con la loro scomparsa dai discorsi ufficiali sono state vivificate, hanno ripreso senso, adesso si possono usare.

Io una volta, un anno fa, abbiamo fatto un corso, a Bologna, e la prima lezione, le quindici persone che facevano il corso, ci siamo trovati tutti in una stanzetta e si faceva il giro, ci si presentava, e c’era un ragazzo, un ragazzo, avrà avuto quarant’anni, si chiamava Pasquale, la prima cosa che ha detto, nella sua presentazione, è stata: Io sono un antifascista. E era una cosa così forte che sembrava che in quella stanzetta fosse caduto un sasso.

Ecco, oggi, mi sembra, forse non c’è mai stato un periodo, nella vita di quelli che hanno la mia età, che le parole resistenza e antifascismo, avessero un peso così forte come ce l’hanno oggi.

Però dopo noi, bisogna dire, quelli che hanno 46 anni, come li ho io, proprio per quello, proprio perché per degli anni quelle parole lì le abbiamo tenute lontane, noi siamo forse quelli che ne sanno meno, di resistenza di antifascismo.

Io fino a poco tempo fa l’8 settembre del 1943, non lo sapevo, di preciso, cos’era successo. Che la famiglia reale e Badoglio avevan mollato lì tutto era scappati a Brindisi. Avevan mollato metà dell’Italia in mano ai tedeschi che da un giorno all’altro da alleati diventavano nemici, e loro via a Brindisi, non lo sapevo.

Solo recentissimamente, sono andato a cercarmi la dichiarazione ufficiale che Badoglio ha letto per radio l’8 settembre:

Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenouer, comandante in capo delle forze angloamericane.
La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane, deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi provenienza.

Eventuali attacchi da qualsiasi provenienza. E lui scappa a Brindisi.

Una cosa interessante, dei fatti di Riva del Garda, è che lì a Riva del Garda c’era un gruppo di antifascisti che esisteva anche prima dell’otto settembre del 43, che è un caso che non mi sembra molto frequente, in Italia.

E un’altra cosa singolare, mi sembra, dei fatti di Riva del Garda, è che lì le persone che organizzano questo gruppo, che si chiama I figli della montagna, che a me mi suona in testa insieme a Figli dell’officinia, che è una canzone anarchica che a me sembra meravigliosa, Figli dell’officina, o figli della terra, già l’ora si avvicina, della più gusta guerra, La guerra proletaria, Guerra senza frontiere, Innalzeremo al vento, Bandiere rosse e nere, questo gruppo, dicevo, è un gruppo di ragazzi; quanti anni avranno avuto, sedici anni, diciassette, diciotto, facevano il liceo, la vostra età, e erano nati nel fascismo, l’acqua nella quale stavano era il fascismo, e quando sono entrati al liceo non avevano dubbi, eran fascisti, e se gli avessero chiesto E la dittatura? Avrebbero risposto La dittatura? Che dittatura?

Ecco io, quando mi sono occupato di questa faccenda, mi son documentato, come si fa, ho letto dei libri, ho visto dei film, e in un film c’era un intervista a Arnaldo Zanella, che all’epoca faceva il barbiere, il barbiere di Arco, che è un paesino di quelle parti, che diceva Ho avuto contatto con tutta questa gente, cioè coi partigiani, perché se uno voleva uscire di casa doveva essere ben rasato, per esempio una staffetta partigiana, altrimenti i tedeschi, bastava un baffo fuori posto, lo fermavano subito.

Ecco, adesso è un dettaglio, ma oggi, non ti ferma nessuno, oggi, per strada, se non sei ben rasato, difatti i barbieri secondo me fan fatica, io ormai sono degli anni che i capelli me li taglio da solo con una macchinetta che si usa anche per i cani.

Io, una volta, vicino a casa mia, c’era un uomo, sui quarant’anni, molto abbronzato, che ha incontrato per strada una sua conoscente, un po’ più anziana, sui settanta, io passavo di lì ho sentito che lei gli diceva Ma Mauro, ma guarda che ti fermano i carabinieri, sembri un extracomunitario nero, scusa, eh.

Ecco, oggi, ti fermano se sembri un extracomunitario nero. Dopo Mauro ho sentito che gli rispondeva Eh, cosa vuoi che ti dica, ho preso il sole, e aveva un accento che neanche un carabiniere sordo, poteva scambiarlo per un extracomunitario nero.

Ma forse la cosa più stana, di quel mondo lì, all’inizio degli anni quaranta, prima della guerra, rispetto al nostro, ho pensato, se si potesse fare una fotografia delle idee, delle idee che giravano allora, in Italia, e confrontarla con la fotografia di quelle che girano oggi, se si potesse fare, o delle ideologie, se così si può dire, rispetto a oggi allora si vedrebbe, è una banalità, molta più uniformità. O forse anche no, però. Non delle idee dentro la testa, forse, ma di quella fuori, dalla testa, delle idee dette in pubblico.

Cioè all’epoca, è una banalità, c’era una specie di mare, dentro il quale tutti eran dentro. L’acqua in cui si nuotava era il fascismo, e alzare la testa sopra il pelo dell’acqua era una cosa che si poteva fare, ma bisognava farla con qualche precauzione.

In molte delle memorie dei liceali di Riva del Garda dell’inizio degli anni quaranta, si ricorda il professor Adolfo Leonardi, che presentandosi all’inizio dell’anno, diceva agli studenti Chiedo scusa per il mio nome, non è colpa mia.

Ecco questa frase qua, semplicissima, Chiedo scusa per il mio nome, non è colpa mia, è stata, a legger le memorie degli studenti di Riva del Garda che son poi diventati antifascisti, una frase memorabile, come una piccola sveglia che ti diceva Sta attento. Prova a ragionare. Prova a guardare. Prova a pensare con la tua testa. Prova a ascoltare. E aveva il pregio di dirti tutte queste cose senza dirti niente. Ti diceva, soltanto: Chiedo scusa per il mio nome, non è colpa mia.

O il professor Guido Gori, e il modo in cui lesse il sesto canto del Purgatario: Ahi, serva Italia, di dolore ostello, / nave senza nocchiero in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!

Non ci fu bisogno di spiegazioni, scrive Giorgio Tosi in una testimonianza raccolta in una pubblicazione intitolata per la resurrezione di Riva e curata da Graziano Riccadonnna.

Ahi, serva Italia, di dolore ostello, / nave senza nocchiero in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!

Daniil Charms, lo scrittore di cui abbiamo parlato prima, ha scritto una volta, Voglio che le parole che scrivo siano come pietre, che se le butti contro la finestra si spacchi la finestra. Ecco, ci sono delle parole che sono così; certe cose fan male, sempre. Sempre.

Solo che la differenza tra oggi e allora, all’epoca quei ragazzi, i figli della montagna, avevan del coraggio, eran bravi, erano in quella fase della vita in cui quasi nessuno ha rinunciato a provare a stare al mondo come si deve e all’epoca, per assurdo, avevano più strumenti, mi sembra, di quelli che ci sono oggi.

Il barbiere di Arco, Arturo Zanella, nel film Zum Tode, racconta che una volta, sul monumento al Segantini trovarono uno striscione tricolore con un panino nero e la scritta Tu Giovanni, che hai lo stomaco di ferro, digerisci, se puoi questo pane dell’impero.

Ecco queste cose, al regime di allora, non solo gli davano fastidio, erano inammissibili. Non si potevano dire. Facevan paura. Le parole, erano delle cose delle quali si aveva paura.

Oggi, invece, sembra che si possa scrivere quello che si vuole, basta che non si vada in televisone, non si dà fastidio a nessuno, si può scrivere quello che vuole, si può dire quello che vuole, si può pensare quello che vuole, se ci riesce. Perché … Non so.

Faccio un esempio che ho fatto anche l’anno scorso mi piace molto.

Io, quando sto bene, che ci riesco, non guardo la televisione, non leggo i giornali, e se sto proprio benissimo riesco anche a non sentire la radio.

E questa è una cosa che ogni tanto, produce degli effetti singolari, per esempio l’ultima volta che è morto un papa, io di questa morte del papa, e del successivo convegno di cardinali per eleggerne un altro, l’avevo saputo per via che nel bar dove andavo a far colazione, sotto casa mia, a Bologna, eran diventati tutti dei vaticanisti.

Un bar che fino a pochi giorni prima era frequentato da bancari, studenti, pensionati, commercialisti, idraulici, sarti, professori di ginnastica, tabaccai, ortopedici, musicisti, impiegati comunali, bidelli, avvocati, fisioterapisti, garagisti e bibliotecari, tutto d’un tratto, dans l’espace d’un matin, come si dice, era diventato il bar dei vaticanisti. E discutevano fra loro, e si dividevano in fazioni, e c’erano i bene informati e i male informati, e c’era chi assicurava che il giorno successivo tutto sarebbe finito, e chi diceva che no, che per altri tre giorni niente fumata bianca, e era in tutto e per tutto quello che un mio amico chiamava la recita del pensare, e per un momento sembrava che radio, e giornali, e televisioni servissero a quello, a permettere alla gente di abbandonarsi a questa generale recita del pensare e per un attimo uno se lo dimenticava, che invece servono per vendere la pubblicità.

E viene in mente il discorso che il poeta Aleksanrd Blok aveva fatto in occasione di non so più che anniversario della morte di Puškin, causata dal duello di Puškin con D’Anthès, quando Blok aveva detto che Puškin non era morto per il proiettile di D’Anthès, era morto per mancanza d’aria.

Ecco, io, sarò molto pessimista, da un lato, ma noi c’è il rischio che finiamo così, che moriam soffocati, mi sembra.

A me, da un lato, delle volte mi vien da pensare che noi siamo tutti impastati di sonno, non siam più capaci di fare niente, neanche di aver dei pensieri nostri, o di distinguere i nostri dagli altri, e che anche se ci riuscissimo, con un gran sforzo, per un attimo, sarebbe probabilmente inutile.

Cioè il mondo comunque andrebbe per conto suo e noi non avremmo nessuna possibilità non solo di mettere in discussione l’andiamo del mondo, neanche di dare il minimo fastidio. Ecco. E allora uno potrebbe pensare, e allora non bisogna far niente? No. A me, in questi casi, di solito, quando penso queste cose, mi torna in mente un passo del Cyrano di Bergerac, di Rostand.

Cosa dite? È inutile? Lo so. Ma non ci batte nella speranza del successo. So bene che alla fine mi metterete sotto; non importa. Io mi batto, io mi batto, io mi batto.

E se poi devo perdere, come sarà, probabilmente, mi sembra che abbia ragione Brodksij, quando dice, nel 1987, in un discorso tenuto a Vienna che si intitola La condizione che noi chiamiamo Esilio: «Comunque, se vogliamo avere una parte più importante, la parte dell’uomo libero, allora dobbiamo essere capaci di accettare, o almeno di imitare, il modo in cui un uomo libero è sconfitto. Un uomo libero, scrive Brodskij, quando è sconfitto, non dà la colpa a nessuno».

E in un altro discorso, celebre, il discorso in occasione del Nobel per la letteratura che gli hanno assegnato, Brodskij scrive «Il compito di un uomo, si tratti di uno scrittore o di un lettore, sta prima di tutto nel vivere una vita propria, di cui sia padrone, non già una vita imposta o prescritta dall’esterno, per quanto nobile possa essere all’apparenza.
La lingua e, presumibilmente, la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura esprime spesso nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora, dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito. Un sistema politico, una forma di organizzazione sociale, è per definizione una forma del passato remoto che vorrebbe imporsi sul presente (e spesso anche sul futuro); e chi ha fatto della lingua la propria profesisone è l’ultimo che possa permettersi il lusso di dimenticarlo. Il vero pericolo per uno scrittore non è tanto la possibilità (e non di rado la realtà) di una persecuzione da parte dello Stato, quanto la possibiltà di farsi ipnotizzare dalla fisionomia dello Stato, una fisionomia che può essere mostruosa o può cambiare verso il meglio ma è sempre provvisoria. La filosofia dello Stato, la sua etica, per non dire la sua estetica, scrive Brodskij, sono smepre ieri. La lingua e la lettatura sono sempre oggi e spesso domani.

Ai tempi di Pushkin, Pushkin veniva considerato uno strampalato, uno a cui piacevan e donne, ero oggetto di scherno, da parte dei suoi stessi amici, lo zar gli aveva dato una onorificenza che si dava di solito ai ragazzi di quindici anni, e lo voleva obbligare a andare in giro con quell’uniforme lì, da quindicenne.

Ecco oggi nessuno in Russia si ricorda, per fortuna di Nicola I, i documenti ufficiali firmati da Nicola I, la falsità delle sue convinzioni, l’arbitrarietà del suo governo, il suo amore per le caserme e per le punizioni corporali, la sua refrattarietà alla cultura; sono cose consegnate agli storici, sono: ieri, sono: passato remoto.

Ma quasi tutti, in Russia, dal muratore al professore universitario, oggi conoscono, citano, leggono, ricordano, le parole di Puskin, che rivivono sulle loro labbra, pensano, con le parole di Puskin, che sono parole pesanti come le pietre ed erano, e sono: domani; erano e sono: futuro.

Qualcuno di voi si ricorda chi governava in Spagna quando Cervantes scriveva Il don chisciotte? O a Venezia quando Goldoni scriveva La locandiera? O a Londra quando Shakespeare scriveva L’Amleto? O ad Amsterdam quando Erasmo da Rotterdam scriveva L’elogio della Follia?

Io non me lo ricordo. E mi sembra che questa regola, che è evidente per il passato, valga anche per il presente.

Quelli che si illudono di governarci, siano essi dei dittatori o dei presidenti democraticamente eletti, se noi facciamo quella scelta lì di cui parlava Brodskij, la scelta di vivere una vista nostra, non hanno su di noi nessun potere.

Può darsi che saremo sconfitti, ma, se cercheremo di fare la parte degli uomini liberi, come dice Brodskij, non sarà colpa loro, sarà colpa nostra.

Perché la nostra anima immorale, se c’è, come fanno a tenere prigioniera la nostra anima immortale?

I governi, a pensarci, sono piccoli, e non hanno nessuna possibilità di diventare grandi; noi, siamo piccoli anche noi, ma abbiamo la possibilità di diventare grandi. Ho finito.