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Un’isola senza mare

giovedì 19 marzo 2015

missiroli, atti osceni in luogo privato

Nelle prime pagine del romanzo di Marco Missiroli Atti osceni in luogo privato, appena uscito per Feltrinelli, al protagonista succede che: «avevo saputo come andava il mondo e come sarebbe andata la mia vita» (a pag. 16). Che «ebbi il più inaspettato e misericordioso dei battesimi» (a pag. 19). Che «quando arrivammo a destinazione avevo sconfitto la solitudine» (a pag. 21). Che «Fu il momento che decise il mio destino» (è quando esce l’asso di spade intanto che la mamma gli sta leggendo le carte, a pag. 26). Che «Compresi definitivamente che l’estetica contava quanto il fattore ormonale» (a pag. 34). Che i libri «avevano iniziato a mettermi al mondo» (a pag. 48). Che «Papa Hemingway e Don Mario Vargas Llosa» gli insegnano «l’arte della seduzione» (a pagina 52). Che decide «cosa avrei fatto del mio avvenire» (a pag. 63).
Il libro è una piccola collezione di momenti memorabili, di svolte epocali individuate con grande esattezza e che ricostruiscono la vita del protagonista, che si chiama Libero e ha una mamma che lo chiama «Ometto di mondo» e che, a pag. 18, gli dice: «Sai cosa fa andare bene l’umanità, ometto di mondo? Il silenzio, il maquillage e Dio».
Il padre, che lo chiama «Cher Libero», nella stessa pagina spiega al figlio «perché la religione era la più grande illusion dell’uomo». «Per due motivi, cher Libero. Primo: Dio non si è mai fatto vedere per confermare la sua presenza. Secondo: nessuno è mai tornato da morto per confermare la presenza di Dio».
Quando Libero conosce l’amica di un amico dei suoi genitori, che lo chiama Grand Liberò e che gli chiede se ha amici a Parigi, lui risponde «che no, ero un’isola senza mare. Un’isola senza mare. Era una frase che papà mi aveva consigliato per tramortire le donne».
Parlano tutti un po’ così, nel romanzo di Missiroli, anche il suo datore di lavoro, che si chiama Giorgio, («Giorgio tifava Inter e citava Gramsci, coltivava amori per Gabriel Garcia Márquez e Fernando Pessoa», si legge a pagina 123, poco prima di leggere, a pag. 125: «La mia cecità cadde, di colpo, e io cominciai a guardare»).
Questo Giorgio chiama Libero LiberoSpirito, e una delle prime cose che gli dice è che: «Ognuno di noi accetta di superarsi per appartenere a qualcosa di altro da sé».
Dicon tutti delle frasi un po’ così, nel romanzo di Missiroli, delle frasi che aspirano a essere memorabili e un po’ tutto, anche i giorni, raccontati dentro il romanzo, sembra che anche loro aspirino a essere memorabili, come quelli descritti a pag. 125: «Erano giorni di volo, e di cadute. Giorgio riconosceva i miei maremoti e metteva i dischi della risalita, Rino Gaetano e gli Stones, o quelli dell’equilibrio, Fossati e Dalla. Guccini per spronarmi. Frank Zappa come ricostituente generale». È come se ogni disco che suona, in questo romanzo, ogni libro che si legge, ogni frase che si sente, debba avere una giustificazione, un motivo, debba incidere, con il suo significato, sulla biografia del protagonista, non c’è niente che succede così, perché succede; quando Libero va a scuola, per esempio, ci tiene a farci sapere che alla fine dell’anno «avevo avuto la media del 6,76» (pag. 40), che quando finisce le superiori si «accaparra» il suo Bac (Libero studia a Parigi) «con 16/20 e les félicitations du jury» (a pag. 65), e che quando va all’università conclude «la sessione di esami con una media del 18,8 su 20» (a pag. 76).
Adesso io non saprei cosa dire, in generale, del romanzo di Missiroli, se non che a me, quando Libero, a pag. 33, chiama Parigi «La Ville Lumière», e poi, a pag. 95 chiama New York «La grande mela», mi è venuto in mente quel passo di Aldo Buzzi (dalla Lattuga di Boston) in cui Buzzi dice che lui, a quelli che scrivono «pallone» e poi, due righe sotto, per non ripetere pallone, scrivono «la sfera di cuoio», gli darebbe l’ergastolo. E adesso, io, niente ergastolo, ma questo libro di Missiroli, devo dire, mi ha turbato, e alla fine Montaigne, mi è venuto in mente, quando dice che «Le ragioni dei disordini che turbano il mondo sono perlopiù di natura grammaticale».

[uscito ieri su Libero]