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Una quarta di copertina, forse

domenica 4 dicembre 2016

Stracciari registra i silenzi.
Registra anche i suoni; gli piacciono i suoni, i silenzi, le calze delle donne, la carta che si infilava tra i raggi della bicicletta per far finta di avere una moto, il suono del modem le prime volte che ci si collegava a internet, il messaggio che si sentiva quando entravi in banca «Siete pregati di depositare gli oggetti metallici nell’apposita cassettiera». Ci farebbe una mostra, di silenzi e di suoni.
Gli piace anche quando lo mandano affanculo e quando gli dicono «Poverino».
Una cosa che non può sopportare, è quando gli chiedono «Come stai?». «Eh», risponde.
Ha un giubbetto con un’etichetta con «Poliestere» scritto in trenta lingue diverse, e un vicino di casa che si chiama Baistrocchi che lo tratta un po’ male, e un bar sotto casa che loro chiamano Tristobar. Gli piace anche il Tristobar, a Stracciari. E gli piacciono quelli che fanno albering, supermarketing, funiviìng, macchining, bankomating, lavòring, antropològiing.
E gli è piaciuta una ragazza sarda che ha vissuto con lui per un po’ di anni e in tutti quegli anni non gli ha mai detto «Amore» o «Caro» o «Tesoro» o delle cose del genere. Al massimo gli ha detto «Disgraziato». Se era proprio molto ma molto contenta, gli diceva «Delinquente». E lui era così contento, anche lui.

[Undici treni, esce in gennaio]