Una possisbilità

mercoledì 3 gennaio 2018

Per me, fare l’università, iscrivermi all’università a venticinque anni, dopo aver lavorato per tre anni all’estero per guadagnare i soldi per iscrivermi all’università, iscrivermi con i miei soldi, iscrivermi a lingue e letterature straniere, avere di fronte a me quattro anni in cui non avrei dovuto fare altro che studiare le lingue e le letterature straniere, per me, era una cosa, quando l’ho fatto, nel 1988, che andava al di là delle mie più rosee aspettative.
Finiva, in quegli anni lì, per me, l’idea che la vita, lo studio, il lavoro, fossero una specie di condanna, una tassa da pagare per poi potersi divertire (a me non è mai piaciuto divertirmi).
Potevo finalmente studiare una cosa che mi piaceva, ci avevo messo venticinque anni a conquistarmi questo diritto e uno dei primi corsi che ho seguito è stato il corso di letteratura francese della professoressa Mariolina Bertini.
Una cosa che mi ha sempre stupito, ripensando a quel corso e, in particolare, a un testo di Šklovskij che la Bertini ci aveva fatto leggere, L’arte come procedimento, che è diventato, nel corso degli anni, il testo che io ho letto più volte nella mia vita, lo leggo due volte l’anno quando comincio un seminario di letteratura (seminario che si chiama Scuola elementare di scrittura emiliana e che faccio, a Bologna, due volte l’anno), una cosa che mi ha sempre stupito, ripensando a quell’esame e a quel testo, è che una cosa che studi all’università dopo la usi nella tua vita. Era, anche questa, una cosa che andava al di là delle mie più rosee aspettative.
Adesso che sono passati trent’anni, a pensare ai corsi della Bertini mi vien da dire che sono stati, per me, delle piccole rivoluzioni, nel senso letterale del termine: io per esempio Balzac, non lo sopportavo, prima di sentirlo raccontare dalla Bertini, dopo ho fatto dei periodi che non leggevo altro; io per esempio Perec, Šklovskij e Bachtin non li avevo mai sentiti nominare, prima di sentirli nominare dalla Bertini, dopo son diventati forse gli autori a cui penso più spesso, quando penso alla letteratura.
Io mi ricordo Velimir Chlebnikov, il grande poeta russo, che parla di una ragazza di cui era innamorato e dice, a Šklovskij: «Avrei scritto in un modo diverso, per lei».
Ecco io, nel mio piccolo, credo che se non avessi incontrato, in quell’autunno dell’ottantotto, Mariolina Bertini, nell’Aula magna del dipartimento di lingue e letterature straniere dell’Università di Parma, in viale San Michele, io credo che scriverei in un modo diverso, e quell’incontro lì, le cose che sono venute fuori da lì, sono andate, anche loro, al di là delle mie più rosee aspettative, devo dire, e mi viene da ringraziare i curatori di questa cosa che mi danno la possibilità di dire grazie.

[Libri e lettori. Tra autori e personaggi. Studi in onore di Mariolina Bertini, a cura di Laura Dolfi, Maria Candida Ghidini, Alba Pessini, Elena Pessni, Parma, Nuova Editrice Berti, pp. 15-16]