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Una cosa che forse non ho scritto

sabato 23 luglio 2016

Una delle cose che mi dicono, sulle cose che scrivo, è che ne scrivo tante. Io ho l’impressione contraria, di scriverne poche. Nonostante questa impressione è difficile che, nelle cose che scrivo, non ci infili anche delle cose che ho già scritto, un po’ perché mi piacciono le ripetizioni, un po’ perché forse hanno ragione anche quelli che mi dicono che ne scrivo tante, di cose. La cosa che sto per scrivere credo sia una cosa che non ho mai scritto, anche se forse mi sbaglio, ed è il fatto che io, per un anno, nel 1984, sono stato iscritto a un partito politico. Era il Partito Radicale, la cui tessera, all’epoca, costava 200.000 lire, che io avevo pagato con il mio stipendio di manovale da muratore, aspettavo di andare a militare e avevo lavorato per tre mesi come manovale in una casa sulla via Emilia dove un giorno ero finito anche nel pozzo di un ascensore ho ancora la cicatrice sulla gamba sinistra e mi fa ancora male a pensarci. Mi sembrava sensato iscrivermi al Partito Radicale perché sentivo spesso Radio Radicale e ero incantato da alcune idee che ne venivano fuori, come per esempio l’idea che la durata è la forma delle cose, e che bastava anche un millimetro al giorno, ma che era importante che quel millimetro fosse nella direzione giusta. Ascolto ancora Radio Radicale ma, dopo quel 1984, non mi sono più iscritto al Partito. C’era, fin da subito, qualcosa che non andava, non riuscivo a capire bene che cosa e mi sembra d’averlo capito l’altroieri, trentadue anni dopo, quando ho sentito Maurizio Turco, tesoriere del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito, o Sergio D’Elia, segretario di Nessuno Tocchi Caino, uno dei due (li confondo, per radio) che, parlando delle ultime elezioni politiche (del 2013), alle quali i radicali hanno partecipato con una lista che si chiamava Amnistia, Giustizia e Libertà, lista che ha preso, alla camera, poco meno di 65.000 voti (0,19 %) e, al senato, poco più di 63.000 (0,2 %), ha detto che la colpa di quel brutto risultato elettorale non era dell’astruso programma radicale ma dei tanti, anche dentro il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito, che non avevano capito le rivoluzionarie idee della lista Amnistia, Giustizia e Libertà.
Quando ho sentito così, l’altro giorno, mi è venuta in mente un signore che mi viene in mente spesso, Iosif Brodskij.
Iosif Brodskij, che per via del fatto che faceva il poeta senza essere iscritto all’Unione dei Poeti era stato accusato, in Unione Sovietica, di parassitismo, e condannato, nel 1964, a cinque anni di lavori forzati, per riabilitarlo (e mi vien da pensare che i campi di riabilitazione sovietica funzionavano bene, l’hanno riabilitato talmente bene che poi è diventato premio Nobel per la letteratura), in un discorso che si chiama La condizione che noi chiamiamo esilio, tenuto a Vienna nel 1987, pochi mesi prima di ricevere il Nobel, a un certo momento dice: «Comunque, se vogliamo avere una parte più importante, la parte dell’uomo libero, allora dobbiamo essere capaci di accettare, o almeno di imitare, il modo in cui un uomo libero è sconfitto. Un uomo libero, – dice Brodskij, – quando è sconfitto, non dà la colpa a nessuno». Ecco perché, da un certo momento in poi, non ci si poteva più iscrivere al Partito Radicale (Nonviolento, Transnazionale e Transpartito), secondo me.

[Uscito ieri su Libero]