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Un saltimbanco

domenica 21 dicembre 2014

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Per secoli, in tutti i dialetti d’Europa, in rime rozze e calde, le storie dei paladini furono la bella letteratura dei poveri: una fiaba di amori, di audacie, di tradimenti. C’è qualcosa di più bello al mondo? Ci furono cantastorie famosi, contesi da mercato a paese, cantastorie umili e rochi, finti cantastorie. Come questo che ora ascoltiamo, una faccia accigliata e magra, due occhi più pensosi che furbi, bizzarri e svelti. Che singolare saltimbanco: si finge un dappoco, come quei prestigiatori che simulano una laboriosa inettitudine, e si trovano pieni di conigli e cilindri e fazzoletti e spade che non tagliano. Alla folla un po’ sbalordita, quell’uomo ingegnoso e strano, comincia a raccontare una fola mai dita, una miscela di fiabe antiche, nuove, paesane e colte, e molte inventate proprio or ora:

In principio era il Verbo appresso a Dio,
ed era Iddio il Verbo e’l Verbo Lui:
questo era nel principio al parer mio,
e nulla si può far sanza Costui.
Però, giusto Signor benigno e pio,
mandami solo un degli angel tui,
che m’accompagni e rechimi a memoria
una famosa, antica e degna storia.

[Giorgio Manganelli, Un’allucinazione fiamminga. Il Morgante maggiore raccontato da Manganelli, Roma, Socrates 2006, p. 41]