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Un pezzetto

giovedì 30 giugno 2011

[Del discorso da fare a Custoza il 2 luglio]

Ecco, c’è da dire che di libri stampati dove la gente parla come la gente per strada, ce ne sono, un po’. Uno, per esempio, è un libro di Alfredo Gianolio, e si intitola Vite sbobinate, e ci son proprio delle cose così, delle vite, racontate a Gianolio, che lui poi ha sbobinato, cioè trascritto, e io voglio leggervi un pezzetto della vita di Emilde Vacondio, nata nel 1927 a Fellegara di Scandiano, ed è il pezzo dove Emilde Vacondio racconta le vicende che capitarono a suo padre prima ancora che lei nascesse, nel corso della guerra del ’15 ’18.

Mio padre aveva fatto quattro anni di trincea, dormivano in mezzo ai morti per non farsi trovare dal nemico, oppure in trincea, quando non c’era l’acqua; da mangiare avevano del pane duro che si chiamava galletta. Mi raccontò di quando li decimavano, ne prendevano dieci a sorte, li mettevano in fila e poi li fucilavano; e poi mi raccontò che qualcuno si sparava una fucilata a un braccio o a una gamba per farsi ricoverare in ospedale; e mi raccontò di quando c’è stata la battaglia del Tagliamento, sono andati all’arma bianca, cioè si sono scannati. Di trentasette che erano partiti per il fronte, da Fellegara, era tornato solo lui. Aveva visto girare le mosche da un cadavere all’altro, e le lucertole e gli scarafaggi che passavano da un cranio all’altro. Era rimasto ossessionato e quando era tornato a casa non poteva vedere le mosche; ma le case dei contadini allora erano piene di mosche che cadevano anche nel piatto; si prendevano dal piatto e si continuava a mangiare come niente fosse; ma lui era ossessionato, si ricordava delle mosche dei cadaveri, e non mangiava, andava fuori.
Quando è stato al fronte, ha trovato una donna che aveva una tabaccheria; è stato al fronte per tre anni e non ha saputo più niente di casa sua, perché non arrivava mai la posta e lui era anche analfabeta. Era una gran fortuna in quei tempi avere una tabaccheria, e lui, finita la guerra, disse a quella donna che sarebbe andato a Fellegara a salutare i genitori, e poi sarebbe tornato da lei. Penso che avesse avuto da quella donna anche un figlio, ma non sono sicura. Quando è tornato a casa ha trovato che i genitori, Domenico Vacondio e Scalabrini Virginia erano già morti da un pezzo e, stando al fronte, non sapeva che erano morti tutti e due a cinquantun anni. A casa c’erano rimasti i cinque fratelli più piccoli, pieni di miseria e non se l’è sentita di abbandonare i suoi fratelli più piccoli. Fece allora la scelta di rimanere e non ha  potuto nemmeno avvisare quella donna della tabaccheria perché non sapeva né leggere né scrivere e non c’erano le comunicazioni che ci sono adesso. Ma quella donna, stanca di aspettare, ci ha trovato il verso ed è venuta a Fellegara, e vedendo la situazione e saputo il perché non era tornato, se ne andò e non si fece più vedere.
Dopo si è sposato con Rossi Edmea, mia madre; sarà stato il venti. Però penso che quella donna non l’abbia più dimenticata. Mio padre dopo la guerra aveva dei debiti dappertutto, mi diceva che doveva arrivargli una polizza, che era il compenso per chi era stato in guerra, e che quando gli sarebbe arrivata avrebbe pagato il mugnaio e tutti gli altri, ma credo che la polizza non sia mai arrivata. Nella mia famiglia c’era una miseria nera, eravamo oltre a mio padre e a mia madre tre sorelle e un fratello, ma loro non ricordano niente, non badavano a quello che il papà gli raccontava della guerra.
Era un gran lavoratore, mezzadro prima a Fellegara, poi a Sabbione e a Pratissolo e credo che non abbia mai visto il mare.
Quando si ammalò di un tumore disse:
Voglio andare a vedere dove ho combattuto sul Tagliamento, dove ci siamo scannati.
Eravamo nel 1963 e si cominciava ad avere le prime macchine. Gli abbiamo detto:Adesso ti portiamo.
Non è più guarito, è morto nel ’67, non ha fatto in tempo. Io allora mi sono detta:
Voglio andare io a vedere dove ha combattuto mio padre, mi sembra di vedere con i suoi occhi. Mi ha portato là mio cognato Boni Franco con una 126. Credevo di trovare chissà che cosa. Andavo in cerca del Tagliamento e vidi un contadino che vendemmiava e gli dissi:
Senta, mi potrebbe dire dov’è il Tagliamento, dov’è avvenuta quella battaglia che si sono scannati? Mi ha detto:
È là.
Credevo di trovare chissà che cosa. Non c’erano più i segni della guerra. Il terreno era coltivato a vigna; l’ho davanti agli occhi quel Tagliamento, un fiume più piccolo del Tresinaro; si può chiamare un fosso più che un fiume. Mi ricordo che c’era un cimitero di marmo bianco con su scritto: Cimitero della gioventù.
Quando io ero piccola veniva il prete a prendere l’arquest, cioè veniva col campanaro a prendere un po’ di uva e un po’ di grano a sostegno della chiesa; i soldi non c’erano e ci davano questo compenso che chiamavano l’arquest. Mio padre si è messo a chiacchierare con questo parroco e gli disse:
Io ho fatto tre anni di guerra, ho sentito giovani morire pieni di sofferenza, chiamare mamma e babbo, chiamare aiuto da tutti, anche da Gesù Cristo: io speravo tanto che si facesse vedere, non si è fatto né vedere né sentire.