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Un pensiero

mercoledì 9 settembre 2015

Tolstoj, La morte di Ivan Il'ic

In fondo all’anima Ivan Il’ič sapeva che stava morendo, ma non solo non era abituato a una cosa del genere, proprio non la capiva, non riusciva in nessun modo a capirla.
Quell’esempio di sillogismo che aveva studiato nel manuale di logica del Kiesewetter, Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, perciò Caio è mortale, gli era sembrato, per tutta la vita, valido solo in rapporto a Caio, e in alcun modo in rapporto a se stesso. Una cosa era l’uomo-Caio, l’uomo in generale, e in questo caso il sillogismo andava benissimo; ma lui non era né Caio né l’uomo in generale, ma era sempre stato un essere molto, molto particolare, molto diverso da tutti gli altri esseri; era stato Vanja, con la mamma, col papà, con Mitja e Volodja, con i giochi, con il cocchiere, con la njanja ; e poi con Katen’ka, con le gioie, i dolori, gli entusiasmi dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza. Aveva mai sentito Caio l’odore del pallone di cuoio che al piccolo Vanja piaceva così tanto? Aveva mai baciato la mano alla mamma, Caio, e avevano mai frusciato così dolcemente, per Caio, le pieghe della seta del vestito della mamma? Aveva mai litigato, Caio, per le frittelle, all’istituto di giurisprudenza? E Caio, era mai stato innamorato? E sapeva, Caio, presiedere un’udienza in tribunale?
Certo che Caio è mortale, lui è giusto che muoia, ma io, piccolo Vanja, io, Ivan Il’ič, con tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, io sono un’altra cosa. Non è possibile che mi tocchi morire. Sarebbe troppo orribile.
Questo sentiva.
«Se dovessi morire anch’io, come Caio, allora lo saprei, una voce interiore me l’avrebbe detto, ma non c’è stato, dentro di me, niente del genere; e io, e tutti i miei amici abbiamo sempre pensato che non dovesse succedere a noi come a Caio. E adesso guarda un po’! – diceva a se stesso, – Non è possibile. Non è possibile, e invece è così. Come mai? Cosa vuol dire?».
E non riusciva a capire e cercava di scacciare questo pensiero come un pensiero bugiardo, sbagliato, morboso, e di espellerlo per mezzo di altri pensieri giusti, sani. Ma quel pensiero non era già più un pensiero, era, in un certo senso, realtà, e tornava indietro e si fermava davanti a lui.