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Un libro stranissimo

domenica 23 dicembre 2012

Qualche settimana fa, a Bologna, alla Libreria Corraini Mambo, ho presentato un libro stranissimo, che non sapevo cosa dire e come presentare.
Si intitola Appunti di parole e l’ha scritto, se così si può dire, un’illustratrice giapponese che si chiama Yocci e che da anni abita in Italia in provincia di Bologna più precisamente a Pianoro, se non mi sbaglio.
Non era la prima volta che presentavo un libro con Yocci, perché Yocci ha illustrato un libro che si intitola 13 favole belle e una brutta che ho scritto io e che abbiamo presentato due o tre volte insieme e quando l’abbiamo fatto facevamo così, che io leggevo le favole e intanto lei disegnava e aveva funzionato, solo che lì, nel caso del libro Appunti di parole, non potevamo fare la stessa cosa perché il testo del libro, che è un libro di circa 200 pagine, consiste di 118 parole in tutto, che per leggerle, 118 parole, ho fatto la prova, ci si mette, senza correre, un minuto, quarantasei secondi e tre decimi.
Se volete potete provare anche voi, le parole scelte da Yocci sono:

Malandrino, Inconcepibile, Fungosità, Flemma, Trottata, Fumista, Poliglotta, Tramortire, Commutabile, Austero, Sterpo, Assopimento, Cianfrusaglie, Lanoso, Spilluzzicare, Meandro, Gorgo, Tentone, Precipitoso, Bacatura, Effimero, Oblio, Tenebroso, Subbuglio, Ronfare, Pusillanime, Miagolare, Pimpante, Soave, Equilibrista, Procacciare, Ambiguo, Verrucoso, Corvino, Cianciare, Marmocchio, Altalena, Lillipuziano, Ispido, Zolletta, Giulebbe, Sfolgorio, Pigna, Gattonare, Vano, Orticaria, Sovrumano, Unanimità, Verdiccio, Cascame, Bipede, Sperticato, Aguzzatura, Staccio, Rapata, Colorista, Alticcio, Monile, Nodale, Pericolante, Stanare, Proboscide, Pasciuto, Crepuscolare, Tentennante, Bighellone, Avaro, Temperato, Tracannare, Ingorgo, Viluppo, Esca, Tuta, Ciancia, Tozzo, Crogiolare, Bisbiglio, Torma, Sbrodolone, Marmotta, Burbero, Chioma, Menda, Pecetta, Iracondo, Frugolo, Esile, Bislacco, Zufolo, Esoso, Zefiro, Cagnara, Petalo, Setola, Birba, Sgranocchiare, Ciarpame, Siccità, Biscia, Ipometrope, Ovino, Mogio, Importuno, Attecchire, Chioccia, Sgualcito, Tortuoso, Ipolipidico, Boccheggiare, Bonomia, Bobba, Viuzza, Folto, Uggia, Sonnambulo, Picco, Vogata e Fifone.

Allora, a parte il fatto che, mi rendo conto adesso, ho appena fatto una cosa abbastanza singolare, cioè ho copiato il testo integrale del libro che avevo intenzione di recensire, che sarebbe una cosa che, in circostanze normali, renderebbe superflua ogni recensione, a parte questo fatto, l’altro giorno, alla libreria Mambo Corraini a Bologna, a me è venuto da dire che Yocci, con questo suo «Dizionario di idiolemmi in rigoroso disordine alfabetico», ha fatto un’operazione abbastanza complicata.
Per esempio, a guardare il disegno che definisce il lemma numero 69, Tracannare, ho detto l’altra sera alla libreria Corraini, un ragazzo che beve da un’enorme bottiglia di succo d’arancia un’enorme sorsata di succo d’arancia, rosso, a guardarlo, vien proprio da dire che quel ragazzo lì sta tracannando, non sta bevendo, non sta degustando, non sta delibando, no no no: sta tracannando.
E a guardare per esempio il disegno che definisce il lemma numero 70, Ingorgo, che ci sono otto ragazzi e un cane che aspettano in fila dietro una porta chiusa, e al di là della porta c’è un bambino, seduto sul vater, che sta sforzandosi di fare la cacca, con la carta igienica e tutto, ecco, a guardare quell’idiolemma di Yocci vien proprio da dire che quello lì è un ingorgo.
E a guardare il disegno che definisce il lemma numero 67, Avaro, che c’è un ragazzo con in mano una boccia di vetro piena di puntini neri, e c’è un gattino che allunga una ciotolina e il ragazzo gli lancia un puntino nero, che uno si immagina sia una crocchetta, ecco, a pensare a uno che, al suo gatto, gli dà una crocchetta al giorno, be’, vien da pensare che, se c’è un avaro, quello lì è proprio avaro.
Allora, ho detto l’altro giorno alla libreria Mambo Corraini, quello che fa Yocci con questo lavoro, mi sembra sia quello che Viktor Šklovskij, un critico russo del secolo scorso, diceva essere il compito dell’arte: cioè Yocci prende delle parole che noi, normalmente, usiamo senza farci caso, automaticamente, parole che, quando le usiamo noi, avvolgono gli oggetti cui si riferiscono come un imballaggio, come un doppio giro di pluriball, quella carta trasparente con i pallini pieni d’aria, che se la si prende in mano vien voglia di farli scoppiare, prende quelle parole, gli toglie il pluriball, e ce le fa vedere senza imballaggio, cioè fa il lavoro, difficilissimo, che, secondo Šklovskij, è il lavoro dell’arte («per risuscitare la nostra percezione della vita, per rendere sensibili le cose, per fare della pietra una pietra, esiste questa cosa che noi chiamiamo arte», scrive Šklovskij).
E fa, Yocci, con il suo dizionario di idiolemmi, lo stesso lavoro, mi sembra, che deve fare chiunque scriva un dizionario, cioè descrivere una cosa come se la si vedesse per la prima volta. Provate a pensare come è difficile scrivere una definizione non tautologica della parola Cosa, c’è da diventar matti, ho detto l’altro giorno alla libreria Mambo Corraini e poi, per fare un esempio, ho preso il Dizionario affettivo della lingua italiana, uscito, a cura di Matteo B. Bianchi, qualche anno fa per Fandango.
Matteo B. Bianchi, qualche anno fa, ha chiesto a un centinaio di scrittori italiani di scegliere una parola cui erano affezionati e di raccontare perché ci erano affezioanti e io, l’altro giorno, alla libreria Mambo Corraini di Bologna, ho letto la parola a cui era affezionato Carlo Fruttero, che era Sfiga, e diceva così:

SFIGA
Dalle misere macerie lessicali del ’68 emerge, unico fiore superstite, questo geniale termine di italiano “volgare”. La “s” privativa esalta la cosa negata, massimo bene dunque dell’uomo, origine del mondo. Un vero e proprio omaggio stilnovistico, che il Boccaccio avrebbe sicuramente usato e con ogni probabilità lo stesso Alighieri.

Ecco, adesso, quello che ho detto esattamente, l’altro giorno, alla libreria Mambo Corraini di Bologna, io non me lo ricordo bene, credo di aver detto che Fruttero, con questa definizione, fa un po’ la stessa cosa che fa Yocci con il suo dizionario di idiolemmi, cioè prende la parola Sfiga e la toglie dall’imballaggio, le tira via il pluriball e, così facendo, ce la fa vedere meglio, e la nobilita, a vederla nuda sembra proprio una bella parola, e la stessa cosa, credo, succede, in quel libro lì a cura di Matteo B. Bianchi, con la parola scelta dallo scrittore sardo Luciano Marrocu, che ha scelto la parola Sì e l’ha definita così:


È sì, – ha scritto Marrocu , – la parola che preferisco e che uso spesso quando scrivo. Sì, parola chiave dell’assenso, della condivisione, della generosità, dell’amore. (Orrenda, invece, l’associazione del sì con assolutamente, il caporalesco assolutamente sì. Un’espressione tra l’altro incongrua, mettendo insieme la granitica certezza di assolutamente – sempre sospetta di prepotenza e intolleranza – con la mitezza che si intuisce dietro il sì.

Ecco, io, se devo dire una cosa che non ho detto l’altro giorno alla libreria Mambo Corraini di Bologna, alla mitezza del sì ci ho pensato per la prima volta quando ho visto questa definizione di Marrocu, l’ho riconosciuta, la mitezza del sì, quando ho visto il sì che Marrocu ha spogliato, per me, dei suoi giri di pluriball, se così si può dire.

Poi, una cosa che sicuramente l’altro giorno alla libreria Mambo Corraini non l’ho detta, perché me ne sono accorto stasera intanto che copiavo il testo integrale del libro di Yocci, è il fatto che, definendo la parola Tentone, che Yocci definisce con il disegno di un ragazzo con gli occhi chiusi che ha un cesto legato sulla schiena e che lancia, a occhi chiusi, delle palle rosse dentro quel cesto, ecco, a pensare a questo idiolemma di Yocci, a me è venuta in mente la parola del Dizionario affettivo della lingua italiana scelta da Tiziano Scarpa, che è Ghingeri, e che fa così:

GHINGHERI
La parola che preferisco è ‘ghingeri’, perché è una parola prigioniera: si usa soltanto nell’espressione “in ghingheri”. Mai nessuno che dica: “Come sei elegante con questo ghinghero!”, oppure: “Oggi ho comprato due ghingheri di Prada”. (E per di più, ormai esiste solo al plurale, ha perso la sua sostanza, viene menzionata solo sfuocatamente, in gruppo, la sua consistenza è indistinta, indefinibile.) Mi affascinano tutte le parole ostaggio di un’espressione avverbiale. Come il parente stretto di ghinghero: ganghero, che si usa soltanto in “uscire fuori dai gangheri”. A me invece piacerebbe riuscire a scrivere frasi così: “Mario si stava rilassando, a poco a poco riuscì a rientrare dentro i gangheri”. Che cos’è un ganghero? E che cos’è un ghingero? Non lo so. Anche per questo mi piace questa parola. Perché è enigmatica. E anche se me la spiega un dizionario etimologico, rimane una parola esotica, buffa, improbabile. È una di quelle parole fossili che sono state bloccate dentro un modo di dire, come gli insetti invischiati nella resina che poi si è indurita, conservandoli intatti nella trasparenza carceraria dell’ambra. Mi piacerebbe riuscire a disincrostare queste parole, a rimetterle in vita, a farle volare, di nuovo libere di attraversare il linguaggio

ha scritto Tiziano Scarpa, e io non l’ho detto sabato scorso alla libreria Mambo Corraini perché mi era sfuggito l’idiolemma di Yocci Tentone, e invece di dir questa cosa ho chiesto a Yocci di disegnarmi una delle mie parole, che è una parola che io, che sono di Parma, sono abituato che in casa mia si usava fin da quando ero piccolo, e che credevo fosse una parola italiana e invece ho scoperto che era una parola parmigiana, che a Reggio Emilia e Modena già non la usava nessuno e la parola era Salviettone, che vuol dire una salvietta grande, cioè un telo mare, ho scoperto che dicono nel resto d’Italia, anche se per me Salviettone è molto più bella, e Yocci ha disegnato uno che usciva dalla vasca da bagno perché era suonato il telefono, e, avvolto in un salviettone, sgocciolava per tutta la casa, e poi abbiamo chiesto alla gente che c’era di chiedere loro una parola, e le parole che hanno chiesto sono state Distruzione, Simbiosi, Stuzzicare, quelle che mi ricordo, e poi ce n’è stata anche qualcuna che non mi ricordo, e poi hanno chiesto anche di disegnare Sionismo, che però abbiamo detto che ci sembrava una parola che era meglio non disegnarla.

E dopo, intanto che tornavo a casa, l’altro giorno, a Bologna, mi è venuto da pensare, a proposito di dizionari, al dizionario dei luoghi comuni, di Flaubert, e mi è venuto in mente che qualche anno fa, con una ragazza che si chiama Manuela Ardingo, avevamo cominciato un piccolo dizionario contemporaneo, dei luoghi comuni, che dopo un po’ ci eravamo accorti che non l’avremmo mai finito, e sono andato a cercare le definizioni che avevo scritto io e ho trovato queste:

ALTRO. Sempre preceduto da E quant’.
FILO. Può essere di tre tipi: rosso (il filo francese), diretto, e da torcere.
ATTESA. Prevalentemente dolce.
SENEGALESI. Molto simpatici.
FRANCESI. Son bravi solo loro.
TORINESI. Falsi e cortesi.
MILANESI. Grandi lavoratori.
MILANO. Città di contrasti.
TEMPO. Si divide in Perso e Da perdere (vedi Uso del).
MARCIA. Può essere funebre o nuziale.
USO DEL TEMPO. Se ne possono fare due usi: o lo si perde, o lo si è perso.
PLASTICA. Sempre preceduto da Chirurgia.
ORA. Sempre seguita da Esatta.
DATA. Sempre seguita da Esatta.
CORSI. Si seguono.
GIORNO. Se è preceduto dall’articolo Il, è seguito da Prima, Dopo, o Stesso. Se è preceduto da Un, può essere seguito da Prima o Dopo. Non da Stesso. Sarebbe un errore.
ROMA. Città di contrasti.
BUCO. Prevalentemente: dell’ozono.
CRISI. In cinese vuol dire opportunità.
NEVE. Ne parlano gli eschimesi.
DITO. Da usare nelle frasi in cui compare; Luna.
NAPOLI. Città di contrasti.
GIORNATA. Ne esistono di due tipi: Buona e Internazionale.
MURO. Molto usato nella pallavolo.
LUNA. Da usare nelle frasi in cui compare: Dito.
SCRITTURA. Dire del potere salvifico.
ESPLOSIONE. Prevalentemente eruttiva.
BARATRO. Ci si scivola.
POTERE. Spesso Salvifico (vedi Scrittura).
SENSAZIONE. È quasi tangibile.
ANDIRIVIENI. Sempre continuo.
CAMBIAMENTO. Lo si coglie.
FIRENZE. Città di contrasti.
LIBRO. Nelle grandi occasioni, fare precedere da: È riduttivo chiamarlo.
COSE. Spesso circondano.
PERSONE. Spesso circondano anche loro. A volte Sono accomunate da un’esperienza.
ATTIVITÀ. Svolta, da svolgere, o che si sta svolgendo.
PASSIVITÀ. Vedi Debiti.
ELABORAZIONE. Ne esistono di due tipi: dei dati (minoritaria), del lutto (prevalente).
ESPERIENZA. Accomuna.
CHIACCHIERE. Oziose.
IMPERIA. Città di contrasti.
MOSTRA. Spesso è bella e di sé.
DEBITI. Evitare di parlarne in pubblico.
SPESSO. Sempre seguito da E volentieri.
IMPLEMENTARE. Si può dire di qualsiasi cosa.
RASSEGNARSI. Se lo si fa seguire da Definitivamente, si viene capiti meglio.
PREFISSO TELEFONICO. Da qualche anno usato soltanto dopo l’espressione Una percentuale da.
PAESE. Bene se preceduto da Questo nostro. Negli altri casi meglio Città o Cittadina.
UN INCANTO. Da ripete almeno tre volte (Un incanto, un incanto, un incanto).
INQUINAMENTO. Se non è atmosferico, è probativo.
UN ORRORE. Da ripetere almeno tre volte (Un orrore, un orrore, un orrore).
TEATRO. Usare sono come diminutivo (Teatrino) e sempre seguito da Della politica.
UN INCUBO. Da ripetere almeno tre volte (Un incubo, un incubo, un incubo).
ACQUA SPORCA. Vedi Bambini.
UNA MERAVIGLIA. Da ripetere almeno tre volte (Una meraviglia, una meraviglia, una meraviglia).
BAMBINI. Non buttarli.
BOLZANO. Città di contrasti.

E poi, l’altro giorno, a Bologna, mi è venuto da pensare al libro (di AlFb) Scusa l’anticipo ma ho trovato tutti verdi (e altri 499 luoghi comuni al contrario) e sono andato a cercarlo e l’ho aperto e ho trovato:

Ti lascio perché ti amo troppo poco.
Premetto che sono razzista.
Credo all’oroscopo, ma non lo leggo.
Mi hanno rubato il portafogli, ma non è per i documenti e le chiavi, è per i soldi.
Non cenare, che poi non mangi i biscotti.
C’è la crisi, c’è la crisi, e poi la sera stanno tutti a casa.
Perché bere l’acqua del rubinetto? A Roma per esempio l’acqua in bottiglia è buonissima.
Cerchiamo almeno di vincere con dignità.
A forza di scrivere non saremo più capaci di mandare Sms.
Dicono di essere di sinistra, e poi non hanno la barca a vela.

Dopo, l’altro giorno, qualche giorno dopo rispetto alla presentazione del libro di Yocci, mi è successa una cosa che sembra che non c’entri niente e invece secondo me c’entra; cioè io mi son trovato, l’altro giorno, nella biblioteca Sala Borsa di Bologna che dovevo leggere un discorso su Chlebnikov, che è un poeta che è nato nel 1895 ed è morto nel 1922, ed è un poeta sul quale io ho fatto la tesi, e ci ho scritto sopra un romanzo, e ho tradotto le sue poesie, e ero un po’ agitato ma ero contento, di dover fare questo discorso su di lui, e il discorso l’avevo scritto qualche giorno prima, e l’avevo stampato, solo che dieci minuti prima di cominciare mi sono accorto che mi ero scordato a casa la stampata e allora il mio discorso ho dovuto farlo così, a memoria, a braccio, e, come succede, è andata a finire che ho detto delle cose che non mi aspettavo, di dirle.
Per esempio il fatto che Chlebnikov, tra le sue letture preferite c’erano i dizionari, e che aveva una grande capacità di giocare con la lingua, era una specie di equilibrista, come testimoniavano i suoi versi palindromi, versi che si leggono nello stesso modo da destra a sinistra e da sinistra a destra (come, per fare un esempio, la nota frase «I topi non avevano nipoti»): e che per lui, però, questi giochi, questa specie di ginnastica da equilibrista, non era proprio una ginnastica, non era solo un allenamento e non era mai (mi sembra) ostentazione, ma aveva un senso anche tragico, era parte della sua lotta per la conoscenza della lingua, che era lo strumento per conoscere il mondo, i misteri del mondo, e che penetrare i misteri della lingua voleva dire, per Chlebnikov, rubare il fuoco agli dei, se avevo capito bene, ho detto l’altro giorno in Sala Borsa, e intanto che dicevo così mi è venuta in mente una cosa che mi ha detto un mio amico qualche anno fa, d’estate, in Sardegna, alla fine di una delle giornate di un festival di poesia che c’è tutti gli anni a Seneghe.
Eravamo lì, al bar, e con un filosofo sardo che si chiama Diego Zucca parlavamo di palindromi, io gli raccontavo di Chelbnikov, lui mi diceva di Perec, che sembra abbia scritto il palindromo più lungo del mondo, e questo mio amico scrittore, che si chiama Luciano Marrocu, e è quello la cui parola preferita è Sì, e è un signore che insegna storia contemporanea all’Università di Cagliari, ci ha guardato un po’ di traverso e poi ci ha detto «Ma voi, invece di far dei palindromi, perché non fate la rivoluzione?».
Ecco, per Chlebnikov, mi è venuto in mente l’altro giorno in sala Borsa a Bologna, far dei palindromi voleva dire fare la rivoluzione.
Cioè Chlebnikov, se ho capito bene, non avrebbe mai voluto prendere il potere, ma essere il tramite di un potere che è molto più potente del potere esercitato dai potenti, cosa che si deduce anche da una sua poesia che si intitola Rifiuto e che dice: «Per me è molto più piacevole / Guardare le stelle / Che firmare una condanna a morte. / Per me è molto più piacevole / Ascoltare la voce dei fiori, / Che sussurrano «È lui» / Chinando la testolina, / Quando attraverso il giardino, / Che vedere gli scuri fucili della guardia / Uccidere quelli / Che vogliono uccidere me. / Ecco perché io non sarò mai, / E poi mai, un Governante».
Ed ecco perché noi, molto più modestamente, Diego Zucca e io (e anche Yocci, credo), non vogliamo fare nessuna rivoluzione, non abbiamo in mente nessuna Bastiglia al di fuori di noi, e mi vien da pensare a una vecchia poesia di Hans Magnus Enzensberger che si intitola Il Roberto volante, e che comincia se non ricordo male così: «Escapismo, dite, / E cos’altro volete fare, / con questo tempo di merda?».

[uscito ieri sul foglio]