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Un giorno

mercoledì 21 dicembre 2016

Joseph Roth, Le città bianche, traduzione di Fabrizio Rondolino, Milano, Adelphi

Un giorno, disperato perché ogni lavoro era del tutto incapace di soddisfarmi, divenni giornalista. Non appartenevo alla generazione di persone che inaugurano e concludono la pubertà scrivendo versi. E neanche a quella più recente ancora, che raggiunge la maturità sessuale con il calcio, lo sci e il pugilato. Sapevo solo pedalare su una modesta bicicletta con il contropedale, e il mio talento letterario non andava al di là di un diario nel quale scrivevo alcuni circostanziati appunti.
Ho sempre avuto poco cuore. Da quando sono in grado di pensare, penso in modo spietato. Quand’ero ragazzo davo le mosche in pasto ai ragni. I ragni sono rimasti i miei animali preferiti. Di tutti gli insetti sono, con le cimici, i più intelligenti. Se ne stanno quieti al centro di una ragnatela che si sono costruiti da sé e si affidano al caso, che provvede a nutrirli. Tutti gli animali danno la caccia alla preda. Del ragno tuttavia si può dire che è ragionevole e saggio nella misura in cui ha scoperto che dare disperatamente la caccia a tutti gli esseri viventi non serve a niente e che soltanto l’attesa è fruttuosa.

[Joseph Roth, Le città bianche, traduzione di Fabrizio Rondolino, Milano, Adelphi 2011 (9), p. 11]