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Un capo

mercoledì 11 febbraio 2015

cani dell'inferno, daniele benati

[Ho trovato, in un cd che credevo di aver perso, delle cose vecchie, come questa che è uscita sull’Indice nel 2003]

Una volta parlavo con uno di Feltrinelli, mi ha chiesto chi conoscessi dei loro autori, io gli ho detto Benati. Ah, che grande artista, mi ha detto lui. Guardi, gli ho detto io, io quando Benati parla di letteratura, è uno dei pochi che lo starei a sentire per delle ore, la maggior parte delle idee di teoria della letteratura che ho mi vengono da lui, gli ho detto, per esempio la pigrizia della lingua, pensi a ricco sfondato, gli ho detto, perché un ricco è sempre sfondato? Ah, mi ha detto lui, non sapevo che Benati fosse anche un esperto di letteratura, di pittura con lui ne ho parlato spesso, di letteratura poco. No, gli ho detto io, lei parla di Davide, io parlo di Daniele, suo fratello.
In un libro che ho scritto che si chiama Spinoza c’è il protagonista che dice che la certezza che le cose che scriveva stavano migliorando ce l’ha avuta due volte: una volta che le aveva lette al telefono alla sua amica Giovanna, e una volta che gli aveva telefonato dall’Irlanda il suo amico scrittore Daniele e gli aveva detto cosa ne pensava.
Quando mi ha telefonato un critico per un’intervista nell’imminenza dell’uscita del libro, un critico che poi aveva scritto la sua critica dicendo che io ero un grande lettore del filosofo Spinoza e che la filosofia dell’olandese pervadeva tutto il libro, mentre io di Spinoza non avevo letto mai niente ancora due mesi fa ho incontrato uno a Bologna che dopo un po’ che parlavamo Ma te hai scritto un saggio filosofico? mi ha chiesto, Tu secondo me leggi Io donna, gli ho detto io, quando mi aveva telefonato quel critico lì Una curiosità, mi aveva detto, ma quel Daniele tuo amico di cui parli nel libro, è Daniele Del Giudice?
Daniele Benati è degli anni che si occupa di letteratura, ha tradotto Joyce, Tony Kafferky, Flann O’Brian, ha tradotto Beckett in dialetto reggiano, ha pubblicato un racconto in Narratori delle riserve, curato da Gianni Celati, ha pubblicato nel novantasette il romanzo Silenzio in Emilia, ha fatto parte della redazione della rivista Il semplice, ha fatto anche parte della redazione della rivista Panta quando era ancora vivo Tondelli chiamatovi nella redazione di quella rivista da Elisabetta Sgarbi che era convinta che fosse un critico d’arte per via che c’è un altro Daniele Benati che fa il critico d’arte Mi faceva delle domande su dei pittori irlandesi che io qualcuno per caso lo conoscevo anche, mi ha detto Daniele.
Daniele Benati sono degli anni che si occupa di letteratura non sono tanti, quelli che lo conoscono per quello che è veramente, c’è una mia amica che l’ha visto una volta su un barcone a suonare con il gruppo rock I fagiani di cui Benati è, o meglio era, visto che il gruppo non c’è più e non c’è più neanche il barcone, di cui Benati era tra i fondatori e ci suonava la chitarra e componeva i testi e le musiche, Benati scrive anche delle canzoni Ride on time, vi ricordate il successo di discoteca degli anni ottanta Ride on time, il testo è suo, di Daniele Benati, Ride on time, ride on time, ride on time, ride on time, sempre uguale, c’è questa mia amica che l’ha visto su questo barcone dopo aver letto il suo romanzo M’è proprio piaciuto, mi ha detto, io pensavo che fosse un professorone, invece sembra mio cugino che fa il meccanico.
Che poi la cosa lì è controversa, c’è un mio amico di Modena che dice che Daniele sembra un cow boy, più che un meccanico, e un altro pittore di Modena che dice che sembra un gommista, più che un cow boy, io non lo so, io sono piuttosto d’accordo con un’altra mia amica che dice che Daniele Benati, quello che è, un capo.
Come se Daniele avesse naturalmente del potere non nel senso che si intende di avere una posizione di prestigio o cose del genere, il potere nel senso di quello che sei capace di fare nel senso che Daniele è uno che è capace di far delle cose.
Che un’attività di solito così mortificante come parlare di letteratura, io la maggior parte delle volte che faccio delle discussioni di letteratura io poi dopo mi sento malissimo quando parlo con Daniele di letteratura io scopro delle cose, la morte come sfondo di tutte le opere di Bernhard, come se Bernahrd prendesse le cose del mondo e le facesse spencolare sul baratro che sotto scorre la morte, la prosa di Cavazzoni che è sempre esterna non c’è mai un moto interiore di un personaggio, le frasi di Celati che sono sempre un po’ più lunghe o un po’ più corte di quello che uno si aspetta e che suggerirebbe la norma prosodica, per me quando la tratta Daniele è come se la letteratura prendesse vita io dopo un incontro con lui all’università di Bologna è saltata fuori la storia che si scrive perché ci si è spaccati la testa mi sono confermato nell’idea di fare una collana di letteratura fatta di libri brutti che adesso poi la facciamo.
Daniele Benati secondo me è un capo naturale per quello che sa fare e che ha fatto come per esempio l’edizione americana di un altro capo della letteratura italiana dei nostri giorni Raffaello Baldini che se posso permettermi di dare un consiglio, se non l’avete letto, leggetelo, e leggete anche, se non l’avete letto e se posso permettermi di dare un altro consiglio, Silenzio in Emilia, di Daniele Benati e quando uscirà, se posso permettermi di darne un terzo poi dopo basta, leggete anche Cani dell’inferno, il prossimo romanzo di Daniele Benati che prima o poi uscirà, non si sa ancora quando, ma quando uscirà io ci scommetto che qualcuno dirà Però, questo Benati, non solo ci prende come pittore, è anche uno scrittore coi contromaroni, e qualcun altro sono sicuro Però, dirà qualcun altro, questo Daniele Benati, lo conoscevo come critico d’arte, ha scritto un romanzo che spacca il culo.