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Tutto quello che passa

domenica 29 ottobre 2017

Nel 2012, subito dopo l’uscita di una mia traduzione di Oblomov, il romanzo del 1859 di Ivan Gončarov, ho fatto un’intervista per radio con Mariarosa Mancuso, che mi ha chiesto se era vero quel che diceva Nabokov che Oblomov era il contrario della Recherche di Proust. Che nella Recherche, diceva Nabokov, il protagonista ci metteva 150 pagine a andare a letto, in Oblomov il protagonista ci mette 150 pagine a alzarsi, da letto. Non avevo saputo rispondere alla domanda, perché non avevo il libro sottomano, ci sono andato a vedere adesso: le pagine che ci mette Oblomov a alzarsi da letto sono 163. In tutta la prima parte del libro, praticamente, Oblomov sta sempre a letto, e anche per buona parte del resto del romanzo, delle restanti 488 pagine, sta quasi sempre a letto anche lì. E quando non sta a letto sta «Così», dice Gončarov, come «a volte, piace stare ai cani: seduti, per giorni interi, alla finestra, la testa appoggiata al sole, a guardare, scrupolosi, tutto quello che passa». Un altro esempio delle giornate di Oblomov è questo dialogo tra Il’ja Il’ič Oblomov, il padrone di casa, e il suo conoscente Ivan Alekseeevič: «Mi racconti qualcosa, Ivan Alekseevič!» aveva detto Oblomov. «Abbiamo già parlato di tutto, Il’ja Il’ič, non c’è niente, da raccontare». «Come niente? Lei vede della gente: non c’è nessuna novità? Legge i giornali, no?». «Sì, ve’, qualche volta li leggo, o se no li leggon degli altri, ne parlano, e io ascolto. Ieri per esempio, da Aleksej Spiridonyč, suo figlio, uno studente, ha letto ad alta voce…». «Cos’ha letto?». «Degli inglesi, che hanno mandato dei fucili e della polvere a qualcuno. Aleksej Spiridonyč ha detto che ci sarà la guerra». «A chi li hanno mandati?». «In Spagna, o in India, non mi ricordo. Il console però era molto poco contento». «Che console?» aveva chiesto Oblomov. «È quello, che non mi ricordo», aveva detto Alekseevič alzando il naso verso il soffitto e sforzandosi di ricordare.«Con chi ci sarà la guerra?». «Con il pascià turco, credo».
Giorgio Manganelli diceva che di Oblomov non si può parlare. «O lo conoscete» diceva Manganelli, «e vi ha sedotto, e un recensore non può dirvi nulla, o non lo conoscete, e allora, per favore non perdete altro tempo con queste fatue righe, e andate a leggerlo». Quando avevo dovuto fare l’introduzione a quell’edizione del 2012, avevo ricordato che nel 1859, subito dopo l’uscita di Oblomov, era apparso un celebre saggio di Nikolaj Dobroljubov, intitolato Che cos’è l’oblomovismo, e che in questo suo saggio Dobroljubov diceva che Oblomov, il protagonista di questo romanzo, incarna perfettamente il tipo sociale dell’uomo superfluo, tipo sociale che, a parere di Dobroljubov, prosperava, a metà dell’ottocento, in terra russa e ne popolava la stupefacente letteratura.
«È già stato notato da tempo che tutti i protagonisti dei maggiori racconti e romanzi russi, – scriveva Dobroljubov, – soffrono per il fatto che non vedono che scopo abbia la propria vita e non trovano, per sé, un’occupazione». Dobroljubov diceva anche chi erano questi protagonisti: l’Onegin dell’Evgenij Onegin di Puškin, il Pečorin dell’Eroe dei nostri tempi di Lermontov, il Rudin del Rudin di Turgenev, il Negrov del Di chi è la colpa di Herzen, il Tentetnikov della seconda parte delle Anime morte di Gogol’ eccetera eccetera.
«Tutta gente per bene, – avrebbe detto Daniil Charms, – e non sanno farsi una posizione».
Come mai?
Adesso, è difficile dirlo, ma una delle risposte possibili, ipotizzavo allora, una delle cause possibili di questa situazione risiede forse nel fatto che quella generazione, i russi colti della prima metà dell’ottocento, era stata forse la prima generazione di russi ad avere contatti frequenti con l’occidente, avevano vinto Napoleone e si erano spinti fino a Parigi, e avevano letto gli illuministi, e avevano frequentato le lezioni dei filosofi tedeschi, e, le teste piene di libertà, uguaglianza, fratellanza e idealismo, la notte stellata sopra di loro, la forza morale dentro di loro, erano tornati in Russia, la loro patria, dove c’era ancora la servitù della gleba, e uno stato corrotto e arretrato e avevan scoperto che non potevan far niente.
Tutto il loro sapere, tutta la loro scienza non serviva a niente, perché c’era un apparato statale piramidale, con a capo lo zar, che decideva lui, cosa bisognava fare, loro dovevano solo servire, si diceva così, vale a dire ubbidire, e, se non volevan servire, ritirarsi in campagna e non dare troppo fastidio, mi scuso per la banalità del riassunto.

Allora, dicevo nell’introduzione, forse mi sbaglio, ma proviamo a immaginare un ragazzo, oggi, immaginiamo che sia di Carpi e si chiami Claudio, e immaginiamo che sia appassionato di filosofia, e che faccia una tesi su Spinoza, sull’Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico di Spinoza, immaginiamo che impari il latino, e l’olandese, e immaginiamo che dopo due anni che ci lavora discuta la tesi, centodieci e lode, va bene, ma dopo? Proviamo a chiederci cosa interessa, alla società in cui vive questo Claudio di Carpi, o di Mirandola, è lo stesso, che cosa interessa alla società che Claudio troverà il mattino dopo la sua laurea, quando esce di casa, oltre la soglia del suo appartamento, che cosa interessa, a questa società, dell’Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, di Spinoza, o delle Diatribe di Epitteto, faccio per dire. Che utilità ha, Claudio di Mirandola, per quella società, cosa può fare, in quella società? Ha davanti due possibilità: o si mette a servire, o si mette in un angolo e cerca di non rompere troppo i maroni, dicevo nel 2012 e credo che le cose stiano ancora così. Ho quasi finito, mi mancan due cose, la prima, che Oblomov, questo uomo superfluo, ha una straordinaria capacità di voler bene alla gente, a tutti, anche al suo servo, anche alla sua cuoca, e che questo romanzo a me sembra uno straordinario romanzo d’amore e Gončarov, l’autore, a un certo punto parla dei suoi contemporanei, uomini adulti, utili tutt’altro che superflui, sposati, padri di famiglia, seri, che «si erano lasciati alle spalle l’amore come se fosse l’abc del matrimonio, una forma di gentilezza, come fare un inchino entrando in società e poi via, presto, al lavoro. Come se fossero impazienti di scrollarsi di dosso la primavera della vita; molti, anzi, avrebbero poi guardato male le loro mogli per tutta la vita, come se li facesse arrabbiare il fatto di esser stati, un tempo, così stupidi da amarle». L’altra, che Ivan Gončarov, l’autore, è nato nel 1812 a Simbirsk, città russa sulla riva occidentale del Volga che sarebbe stata poi ribattezzata Ul’janovsk, e si chiama ancora oggi così, in memoria di Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, che ci sarebbe nato nel 1870 e che
stando a Aldo Buzzi (in Čechov a Sondrio) avrebbe poi detto che la missione della sua vita (di Lenin) sarebbe stata «combattere Oblomov».

[uscito venerdì sulla Verità]