Succinte biografie
È uscita sabato su Alias una recensione di Stefano Gallerani a Baltica 9, recensione che mi è molto piaciuta, e, in un certo senso, mi è piaciuto anche il finale che non era molto, non so come dire, positivo.
Era questo:
Unico neo, la trovata, potremmo dire, editoriale, l’«effettaccio» di cui, concludendo, si poteva tranquillamente fare a meno: perché riportare, nelle succinte biografie degli autori, il loro codice fiscale o la loro partita Iva?
Le succinte biografie sono queste:
Daniele Benati è nato a Reggio Emilia ma la maggior parte del tempo la passa a Budapest. Il suo codice fiscale è BNT DNL 53L 13H 223G.
Paolo Nori è nato a Parma ma vive a Bologna. Recentemente ha aperto una partita Iva: 02473360341.
Detto che queste succinte biografie le abbiamo scritte io e Daniele, e che non si tratta di una trovata editoriale, perlomeno non di una trovata di cui è responsabile la casa editrice, è sorprendente, per me, vedere che, quando una cosa alla quale ti sei molto applicato (io, in questi ultimi anni, per quanto possa sembrare strano, mi sono molto applicato ai paratesti), e che ti sembra ti sia riuscita anche bene, fa un effetto opposto e viene, dal tuo punto di vista, completamente fraintesa, è sorprendente che quando succede così, invece di dispiacerti ti viene addosso una grande allegria.
E mi son ricordato, non è questo il caso, è tutta un’altra cosa, ma mi è venuta in mente una cosa che scriveva Garboli nella prefazione a una raccolta di racconti della Ginzburg, raccolta che avevo comprato a Milano, e che avevo cominciato a leggere in treno, appena il treno si è mosso, appena fuori dalla stazione centrale, e sono andato adesso a cercarlo, quel libro, e non lo trovo (quanti saranno i libri che so di avere comprato, me ne ricordo esattamente, e quando li vado a cercare non li trovo?), comunque diceva, Garboli, approssimativamente, che la Ginzburg, quando c’era un critico che parlava male dei suoi libri, era contentissima, se non ricordo male.


Son più contenti se uno scrive: Vive tra Parigi e New York.
Per quanto sia complicato generalizzare, mi sembra che sia difficile, trovare delle cose sensate, nelle note biografiche. Sono testi talmente brevi, e intimi, parlar della propria vita, che basta una parola di traverso per far crollare tutto. Però delle volte si trovano, delle cose belle. Una biografia che mi era piaciuta, per esempio, finiva così: Lavora in una banca, sopra la quale campa, sotto la quale crepa.
Io penso che oltretutto sia molto utile. Perché a me, se mi chiedono la mia partita iva, non me la ricordo mai e non mi ricordo neanche dove ce l’ho scritta, e allora a volte mi tocca telefonare al commercialista. Ma se la mettevo nei paratesti potevo dire Aspetta che prendo il libro e te la dico.
E mi ricordo un mio amico, che era andato alla riunione di una rivista, e c’era una ragazza che faceva la modella, che aveva appena pubblicato un libro che si intitolava Fotomodella, o qualcosa del genere, e questo mio amico voleva attaccare bottone e quando avevano fatto una pausa per mangiare qualcosa, nel tornare in ufficio, a Milano lì, dove facevano questa riunione, le si era affiancato le aveva chiesto Di dove sei tu? E lei l’aveva guardato gli aveva detto Io nasco a Firenze ma vivo a Milano.
Che poi magari tu l’hai presa cosi’ (metto l’apostrofo dopo “cosi” perché non ce l’ho la “i” accentata sulla mia tastiera, qua ci son degli scrittori e dei bloggher letterari pluripremiati, meglio precisare), l’hai presa con un certo snobismo intellettuale, se mi si consente, reputando la ragazza poco intelligente, quando magari lei effettivamente vive a Milano ma nasce a Firenze, ogni giorno da capo, come l’araba fenice.
Ormai mi limito a scrivere, che alla tale ora (quella precisa in cui la sto scrivendo), respiro. Ma son già due volte che l’editore (seriosetto) me la toglie.
comunque la Fnac a Milano è Via Torino (che tutti conoscono, è dove si fanno le vasche il sabato pomeriggio a due passi dal Duomo) angolo Via della Palla (che nessuno conosce, anche se fa ridere).
Avete ragione. E adesso vado a comprare del filo da pesca per far delle collane con le perline.
Io conosco Nori perchè sei anni fa una mia amica mi ha dato un libro in mano dicendomi “toh tieni, leggi questo che scrive come te”. Comunque niente, c’ho la febbre e era un discorso un po’ troppo complicato da fare per uno con la febbre…quindi niente. Comunque il discorso era Paolo, io ho 800 pagine di roba scritta, solo che non riesco a metterle insieme, e siccome qua tornano delle tematiche come addirittura i codici fiscali, allora ho pensato, ieri in macchina, e se ti vendo dei pezzi?
Ti dò le mie 800 pagine, tu le leggi, se poi c’è qualche pezzo che ti piace te lo vendo, tu lo pubblichi, a me mi dai la mia percentuale e siamo a posto così. Cancelli questo post e nessuno viene a sapere niente. No perchè ti dico sarà la ventesima volta che io ho come l’impressione che mi vengano “bruciate” delle idee, Pignagnoli, ad esempio, anche lui, non per vantarmi, ma sai quante me ne ha bruciate? Anche il solo titolo, figurati! Io per risolvere il problema avevo pensato anch’io di provare ad esordire con le opere complete (800 pagine sparse) e invece! Niente. Bruciato anche quello. Quindi niente, se per te va bene, possiamo fare come ti ho detto sopra. Sto già meglio. Di febbre intendo.
dice bene giancarlo, chi scrive oggi deve vantare la doppia residenza se uomo e il doppio cognome se donna. in caso contrario non sei nessuno. però la frase della ginzburg mi pare una fesseria, e hai fatto bene a perdere quel libro.
A proposito di biografie… una cosa che m’irrita (e su cui mai chiosano i critici letterari) e la costante, implacabile, ridicola mancanza dell’anno di nascita delle scrittrici. Forse è per questo che non me ne viene in mente una, una sola, che mi è piaciuto leggere. Quell’omissione, secondo me, è significativa. Da lì scaturisce una certa debolezza della scrittura femminile. E non c’entra la misoginia, che per quanto poco sia, non è cosa mia.
PS
Vabbè, due eccezioni ci sono, ma nella poesia: alcune cose di Patrizia Cavalli e di Vivian Lamarque, per es.
per Stefano: sai che rileggevo oggi un articolo di Brik dove c’era scritto che se lo stesso pittore fa dieci ritratti a dieci persone diverse, quei ritratti sono simili, se dieci pittori diversi fanno il ritratto alla stessa persona, sembran dieci persone diverse.
per sergio garufi: a me non sembra, che la frase della Ginburg sia una fesseria. Quando esce una recensione che parla male di un libro che hai scritto, delle volte ti fa anche male, soprattutto subito (mi ricordo Puškin che diceva, sul letto di morte, forse è una cazzata che si sono inventati, ma dicono che abbia detto, rivolto ai suoi critici, Dite a quelli che mi hanno voluto far male, che ci sono riusciti) però poi, bastan due o tre giorni, ti passa il nervoso, ti vien su un’allegria, che è veramente inspiegabile. Tutto il pensiero che si è dato, quello lì, a parlare male di te. Tutto il lavoro che ha fatto, tutto il livore che ha sparso, è stupefacente.
ci riescon sempre.
è una fesseria perché dà per scontato che le critiche negative siano solo l’espressione di un livore. certo, ci sono critici che si astengono dallo scrivere se un libro non gli piace, e sono i maggiori responsabili, per me, del fatto che le critiche non le legge più nessuno, dato che sono un unico coro di elogi. senza contare il fatto che la minima riserva espressa su un libro (e lo dico con cognizione di causa) ti rende antipatico a così tanta gente (l’autore, l’editore, i suoi estimatori ecc.) che diventa quasi un atto di coraggio il pronunciarla. io taccio solo sull’insignificante, perché c’è pure il brutto significativo, che vale la pena di affrontare perché astrae dal caso personale. e cmq il gusto è fatto da mille disgusti, è un levare, così come la cultura non è accumulare nozioni, ma togliere pregiudizi. e quando li togli è sempre bene spiegare le ragioni, poi giudicherà chi legge, come sempre in letteratura.
Guarda, Sergio, é successo anche a me di scrivere di libri che non mi erano tanto piaciuti, e di spiegare il perché, e ne ho scritto perché mi sembrava fossero interessanti (per me), per arrivare a capire qualcosa della scrittura, e non solo della scrittura di quel libro lì. Non mi sono sentito molto coraggioso, devo dire. Sono d’accordo con te che è bene spiegare le ragioni, devo dirti però che mi sembra che questa pazienza di spiegare le ragioni del fatto che un libro non piace, o non è scritto bene, o non è ben costruito, non sia tanto diffusa, e allora lì, quando uno si trova di fronte a una distruzione, quando ti radono a zero il tuo romanzo e tu, delle volte, anche spesso, ti accorgi che non hanno capito neanche quello che han letto, e delle volte ti viene il dubbio che non abbbiano neanche letto, che uno non può essere tanto cretino, ma anche le volte che invece no, e che ti viene magari anche il dubbio che abbian capito, e che abbiano ragione magari anche loro, che questo è un mestiere che i dubbi sono sempre lì, non vanno mai via, il solo fatto di vedere una cosa alla quale hai lavorato per anni trattata così, come una pezza da piedi, può provocare una grande allegria, te lo assicuro.
Credo che uno si sente prima ferito e poi allegro, quando si sente incompreso sul piano del senso dell’humour. A me capita tutti i giorni. Prima ci resto male. Poi mi dico che son troppo avanti e continuo a divertirmi. Da solo. Anche quando scrivevo stroncature per Fernandel, cercavo di usare l’humour. Vabbè, anche molto sarcasmo. Ma per me era interessante scriver qualcosa che mi divertisse. Col rigore di citare molto il testo che stavo maltrattando. Consapevole che chiunque poteva fare lo stesso con me. Poi, alla fine, ho pensato, ma tutta ’sta energia negativa… chi me lo fa fare?
caro paolo, domenica 5 ero a chivasso, a presentare tullio avoledo e wu ming4 per un piccolo festival letterario. prima di iniziare eravamo in un bar a parlottare e avoledo dice che era appena uscita una recensione del suo ultimo libro su “il giornale” a firma di giovanni chouckadarian. tutti gli han chiesto che diceva la recensione, e lui ha risposto che diceva che il suo libro aveva bisogno di un buon editing. ha rimarcato solo questa cosa, e lo ha fatto con una piccola smorfia di rammarico. ora, conoscendo il critico, che non è propriamente uno stroncatore, e sapendo che entrambi scrivono per lo stesso quotidiano, mi ha sorpreso un po’ sentire che ne parlava male. poi il giorno dopo l’ho letta in rete, sul blog la poesia e lo spirito sul quale scrivo anch’io, ed era molto elogiativa, compreso qualche superlativo. l’unica, minima riserva espressa era quella dell’editing, ma sommersa da tali e tanti elogi, a tratti perfino imbarazzanti, che a stento si scorgeva. però l’autore l’ha beccata subito, anzi è l’unica cosa che gli è rimasta impressa, e tutti i complimenti di questo mondo non compensano quell’affronto terribile. questo per dire che ci saranno pure i critici livorosi, incapaci, tutto quello che vuoi, ma la suscettibilità degli scrittori è una legge fisica alla quale nessuno si sottrae, noti e meno noti. fra l’altro, io che scribacchio recensioni ti posso assicurare, se mai ce ne fosse bisogno, che non contano un cazzo, non le legge nessuno, giusto il recensito. oggi le grosse vendite sono determinate da un pubblico che non solo non legge le recensioni, ma neppure sa che cosa siano (un piatto tipico abruzzese?). ecco, se fossi un autore probabilmente sarei ugualmente suscettibile, ma le critiche negative fingerei di non vederle, e piuttosto che parlar male della casta dei critici, che alla fin fine sono 4 sfigati che campano elemosinando briciole di soldi e attenzione, mi farei tagliar la lingua.
Più bravo è lo scrittore, più succinta è la sua scheda biografica.
Sergio, mi sa che c’hai ragione. Le recensioni li leggono solo i recensiti. E i Re Censiti (in tempo reale) non c’entrano niente gli scrittori monarchici.
Sul sentirsi molto avanti….Mi veniva in mente che anche quello che corre e sta per essere doppiato, si sente molto avanti.
Ecco, Sergio, messa così mi sembra che ti capisco. E allora mi viene da dire che forse mi son spiegato male: io non volevo parlare male della casta dei critici, che tra l’altro, secondo me, non esiste, volevo parlare della suscettibilità degli scrittori. Ma forse non si capiva. E la frase sul livore forse era un po’, non so come dire, portava fuori strada. Io volevo dire che le critiche negative, secondo me sono più interessanti di quelle positive, fanno bene, non so come dire. Alla lunga, mi sembra, fan bene. Invece una critica positiva, sì, fa piacere, ma dopo chissà cosa ti credi di essere. Tutto qui, tutto qui. Stai bene.
O, meglio, della sensibilità, di quelli che scrivono i libri, parlavo, sensibilità che comprende anche la suscettibilità, ma anche l’allegria, che, in fondo, poi, questo, è un mestiere bellissimo, delle volte, a pensarci.
hai ragione, scrivere è un mestiere bellissimo, nonostante tutto. stai bene anche tu.
scusate se mi intrometto, è che mi interessa molto questa discussione- ci sono le critiche positive e le critiche negative, ma secondo me ci sono anche le critiche che colgono in pieno il senso dell’opera (questo vale anche per le opere d’arte) , e critiche che invece non lo colgono, indipendentemente dal fatto che siano positive o negative. Ci possono essere critiche positive che però sono piene di elogi gratuiti e non colgono nel segno- queste penso che non facciano poi molto piacere all’autore. Invece essere compreso penso che sia più gratificante che essere lodato. Allo stesso tempo, critiche negative ma costruttive, che colgono nel segno di ciò che avrebbe voluto fare l’autore, e di quello che ha mancato di fare, sono anch’esse apprezzabili.
Ci sono poi critiche (positive o negative) che vedono addirittura al di là di quello che l’autore voleva comunicare, o meglio colgono cose che l’autore sentiva ma solo nel subconscio, senza averle formalizzate nel suo cervello.
paolo, è proprio così. Sottoscrivo. Sei stato esaustivo(visto che l’estate poi, è completamente esaurita).
grazie, ormai sono esausto. speravo solo che il mio desiderio di non essere esautorato dalla lista sarebbe stato esaudito esaurientemente
Esatto.
:-)
PS
Per me l’ESAUDITO è quello che uscendo da Amplifon, risolve il suo problema e saluta gli altri dicendo: Vabbè, allora, ci sentiamo.
Ciao
Giancarlo, a Reggio Emilia vorremmo fare un festival sonoro di letteratura, quest’estate, e ci piacerebbe chiamarlo Amplifon.
Suona bene, direi…
(Alla Amplifon immagino tutti ’sti poveretti che arrivano con le mani incerottate per incidenti dovuti ad eccesso di affettazione, dove ci si fa male facendo la figura del salame…).
e la ragazza araba a cui hanno messo l’eco all’amplifon è l’esaudita saudita
In fondo l’unico critico con cui deve convivere chi scrive, se ha un minimo di onestà, è se stesso.
Credo che le uniche critiche negative che restano impresse sono quelle che sappiamo essere vere. Come se ci avessero scoperti. Come se sapessero quello che già sappiamo noi, cioè che avremmo potuto scrivere meglio e non l’abbiamo fatto, per tanti motivi. Pigrizia, problemi personali, preferivamo andare al cinema con gli amici, cose così.Che poi ci dispiace in un modo…ma ormai è fatta. Magnus (Roberto Raviola)a chi gli chiedeva perchè rifacesse continuamente le sue tavole, le ripensasse, le ridisegnasse, con precisione quasi maniacale, rispondeva: “Perchè poi viene pubblicata e rimane.”
Comunque a me le note biografiche di Baltica 9 sono piaciute moltissimo.
Sì. Leo, è un po’ così, che viene pubblicata e poi dopo rimane. Stai bene (sto leggendo una cosa che forse ti piacerebbe, quando la finisco provo a chiamarti).