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Sempre le stesse cose

domenica 16 settembre 2012

Delle cose che mi sono venute in mente nel mese di agosto, quando scrivevo, per il Foglio, il diario intitolato Il mondo è pieno di gente che sta a casa, una mi è rimasta in mente nel mese di settembre, ed è l’idea di riscrivere un libro che è già stato scritto, che è una cosa che non so se si può fare; per convincermi che si può fare, da qualche settimana mi dico che io, secondo me, anche se chiaramente non me l’ero mai detto, quel libro lì avrei voluto scriverlo anche prima che avessero scritto quell’altro, che quando l’ho visto per la prima volta in libreria mi ricordo ho pensato “Nooo”.
Però poi, da qualche settimana, mi ripeto nella mia testa l’inizio della nota finale che Sciascia ha messo al suo Candido, che comincia così: «Dice Montesquieu che un’opera originale ne fa quasi sempre nascere cinque o seicento altre, queste servendosi della prima all’incirca come i geometri si servono delle loro formule».
E mi dico pertanto che io potrei fare così, potrei servirmi di quel libro lì come un geometra si serve del teorema di Pitagora, e diventare uno dei cinque o seicento geometri che lo rifanno, dichiarandolo esplicitamente e mettendomi anche in una condizione di subalternità che vuol dire anche che sono modesto che è sempre una bella cosa, da mettere in primo piano, per chi scrive dei libri.
Poi però, da qualche settimana, nella mia testa prevale l’egolatria incontrollata che ogni tanto mi domina e che si ribella all’idea di una mia condizione gregaria e che mi fa dire che quel libro lì, dopo tutto, è anche lui una copia di un altro libro, del Mi ricordo di Georges Perec, che è, a sua volta, una copia di I remember di Joe Brainard, e non mi accorgo, nella mia testa, che dicendo così non allontano la mia condizione gregaria, la sottolineo, e faccio di me non il secondo, ma l’ennesimo imitatore di un modello che si perde, probabilmente, nella notte dei tempi, come si dice, e probabilmente è così, e il libro che vorrei rifare, comunque, non l’ho ancora detto, è Il dizionario delle cose perdute, di Francesco Guccini, che è un libro composto da una serie di capitoletti che parlan di cose che quando era giovane lui, Guccini, eran normali, e che adesso oramai non esistono più, come la banana, (intesa come ciuffo), il flit (inteso come ddt), la naia (intesa come servizio militare), il tubetto di dentifricio (quelli vecchi), i liquori (fatti in casa), le braghe corte (per i bambini), il telefono (con i fili), il bigliettai (sugli autobus), e qualche capitolo è anche dedicato a categorie di persone che ci sono ancora ma che allora erano circondati da una specie di aura magica che adesso forse hanno perduto come i preti, i tassisti e i postini.
Io, nel mio libro, ammesso che lo faccia, essendo di una generazione diversa, rispetto a Guccini, credo che parlerei di cose diverse, credo che ci metterei i bicchieri infrangibili, la lucidatrice, i bigodini, il telefono (a gettoni), la bici da cross con il sellino lungo, le siringhe che si bollivano, le punture di penicillina, la Citrosodina, i grembiuli delle elementari, i cartoni animati di Telecapodistria, l’Ovomaltina, le Cassette Basf, le TDK, i pentoloni della marmellata, i cinema porno, lo stereotto, la mucca Carolina, l’austerity, i fustini salvaspazio, i vestiti da Zorro per Carnevale , le sere che veniva il gelataio a vendere il gelato con la bicicletta, le braghe corte (anch’io), le bretelle (per i bambini), i bicchieri di spuma e chissà quante altre cose ci metterei dentro, se lo facessi, il libro.
Mi piacerebbe proprio, fare un libro del genere, e si potrebbe pensare che mi piacerebbe perché a me piace il passato più del presente, o più del futuro, perché sono un nostalgico, o un rimastone, come dicono a Bologna, e invece no, non sono, un nostalgico, e neanche un rimastone, anche se ogni tanto, non so, l’estate scorsa, a Santarcagelo di Romagna, durante il festival di teatro che c’è tutte le estati a Santarcangelo, una sera, ero in una piazza sulla quale c’erano due gelaterie una tutta elegante con delle insegne cromate e il bancone da design che a me mi ricordava, non so perché, un concessionario di motociclette e aveva un nome inglese del tipo Icecreaming e, sulla stessa piazza, dall’altra parte della strada, una gelateria anni settanta, con la vetrina anni settanta, con il bancone anni settanta e un’insegna in dialetto del tipo Al slè ad la to nona (che dovrebbe significare, in dialetto romagnolo, Il gelato della tua nonna).
E quella sera, a guardarle dalla piazza, la gelateria-concessionario era piena di gente, la gelateria anni settanta non c’era nessuno.
Allora poi, quella sera lì avevo appena mangiato non avevo proprio voglia, di gelato, ma il giorno dopo, al pomeriggio, quando ero passato davanti alla gelateria anni settanta ci ero entrato avevo visto che i gelati eran da un euro ottanta oppure da due euro, «Mi dà un gelato da due euro nello scodellino?» avevo chiesto alla gelataia.
«Da due euro e venti va bene?» mi aveva detto lei.
«Eh, – le avevo detto io, – va bene».
«Che gusti?» mi aveva chiesto la gelataia, e io, non avevo voglia di un gelato, volevo comprare un gelato, e avevo guardato la lista dei gusti, avevo scelto i primi due, fiordilatte e yogurt.
E dopo avevo pagato, poi ero uscito, e, oh, faceva cagare.
Allora, non so come dire, naturalmente i gusti son gusti, magari se ci andavate voi vi piaceva moltissimo, ma, a me, faceva cagare, e mi era venuto da pensare che bisognava stare attenti, con la nostalgia e il mio libro, se lo facessi, cercherei di non farlo nostalgico, cercherei di fare un libro, non so come dire, materiale, cercherei di fare un libro che racconterei un periodo dove le cose eran le cose, non come adesso, che non si capisce più niente, che non dico sia peggio, magari è anche meglio, però è un’altra cosa.

[uscito ieri sul foglio]