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Semplice

mercoledì 22 giugno 2016

le parole senza le cose copertina (immagine di Manfredi Ciminale)

Poi, diciannove anni prima, una mia amica aveva mandato una cosa che avevo scritto a una rivista di letteratura che si faceva allora a Modena, il Semplice, si intitolava, Almanacco delle prose pubblicato da Feltrinelli, prima che Feltrinelli si mettessero ad aprire quei bar che aprivano adesso, e mi avevan chiamato e io ero andato a una riunione e lì era successa una cosa stranissima che io, che avevo un problema con le cose che scrivevo, banalissimo, non capivo se erano belle oppure no, le cose che scrivevo, ed era una cosa che mi interessava moltissimo, capire se erano belle oppure no, e allora le davo da leggere alle persone che conoscevo e le persone a cui le facevo leggere mi dicevano che erano belle ma avevo il dubbio che lo dicessero per gentilezza, la ragazza che aveva mandato le cose al Semplice, per esempio, le avevo dato da leggere una cosa mi aveva detto che era bellissima, due mesi dopo gliene avevo data un’altra mi aveva detto che avevo fatto dei grandi progressi, c’era qualcosa che non mi tornava e lì, in quell’unica riunione a cui ero andato del Semplice era successa una cosa incredibile avevan risolto il mio problema.
Loro chiedevano a chi voleva pubblicare dei racconti nella loro rivista, di leggerli ad alta voce di fronte alle venti persone che c’erano lì, e io lì mi sembra di averla capita lì, quella cosa che quando leggi una cosa in pubblico ad alta voce, se è bella, diventa ancora più bella, se è brutta, diventa ancora più brutta.
E quando ero tornato a casa da quella riunione del Semplice lì, lì non avevo letto niente, quando ero tornato a casa avevo cominciato a leggermele da solo, per conto mio, ad alta voce, le cose che avevo scritto, e mi ero accorto di una cosa stranissima che non avrei mai detto cioè che ogni tanto, siccome io non ero sicuro del valore delle cose che scrivevo, io ogni tanto ci mettevo dentro una parola desueta, colta, complicata, perché volevo che almeno il lettore si accorgesse del fatto che ero uno che aveva studiato: va be’, pensavo, i miei racconti non saran molto belli, però almeno che si veda che li ha scritti uno che si è laureato in lingue e letterature straniere e ho dato sette esami di filologia, non è una cosa da tutti, pensavo, io ero molto fiero del fatto di avere dato sette esami di filologia dev’essere, insieme al fatto che sono di Parma e che studio russo e che scrivo dei libri, la cosa che ho detto più spesso nella mia vita, ma non volevo dir quello, volevo dir che nei miei racconti mi ero accorto che ci avevo messo delle parole desuete che credevo che fosse una cosa che mi avvicinava alla crusca, e ai cruscanti, e dopo la riunione del Semplice invece mi era sembrato che non mi avesse avvicinato né alla crusca né ai cruscanti anche se era indubbio che si vedeva, che era un laureato, che li aveva scritti, ma il fatto che li avesse scritti un laureato che aveva dato sette esami di filologia non li rendeva più belli, anzi, togliere quelle parole desuete messe lì per far bella figura sarebbe stata forse la prima cosa da fare, per mettere a posto quei racconti lì.
Allora io poi, dopo, quando ho cominciato a leggere i miei racconti ad alta voce, era successo che naturalmente io, sapendo che poi li avrei dovuti leggere ad alta voce, avevo cominciato a scriverli un po’ come se fossero parlati, in un certo senso, e all’improvviso quel triangolo di cui parlavo prima, io, computer e cielo della letteratura, cioè io, computer e crusca e cruscanti, era diventato un triangolo con un vertice infinito, cioè era diventato un triangolo io computer mondo, e improvvisamente le cose da scrivere mi venivano su da tutte le parti, e certe volte avevo l’impressione, per strada, che certe cose che vedevo e che sentivo succedessero apposta per andare a finir nei romanzi, e improvvisamente i romanzi avevano cominciato a riempirsi di una lingua che non era una lingua neutra e non era una lingua scritta da uno che si ci teneva che si vedesse che aveva dato sette esami di filologia, era una lingua che aveva molto a che fare con l’italiano che si parlava a Parma, che era il posto dove abitavo, se non l’ho già detto.