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Rivoluzioni

domenica 3 marzo 2013

Ogni tanto, una volta ogni dieci giorni, mi arriva una telefonata dalla rispettabilissima redazione del Foglio.
Qualche settimana fa, per esempio, mi hanno telefonato mi han chiesto se gli scrivevo sedicimila caratteri sul cambiamento di Monti.
Che io tra me e me avevo pensato: “Ma è cambiato, Monti?”.
Dopo, il pezzo sul cambiamento di Monti gliel’avevo scritto, anche se non avevo parlato tantissimo, di Monti, in quel pezzo lì.
Una settimana dopo, per fare un altro esempio, mi hanno telefonato mi han chiesto se gli scrivevo un pezzo di sedicimila caratteri sul ritorno di Berlusconi.
Che io tra me e me avevo pensato “Ma è tornato, Berlusconi?”.
Dopo, il pezzo sul ritorno di Berlusconi gliel’avevo scritto, anche se non avevo parlato tantissimo di Berlusconi, in quel pezzo lì.
L’altro giorno, invece, il 26 di febbraio, mi hanno telefonato mi han chiesto se gli scrivevo sedicimila caratteri sulla rivoluzione a cinque stelle. Che io tra me e me avevo pensato “C’è stata una rivoluzione?”.
E intanto però gli dicevo «Sì, sì. Va bene». Che io, non so perché, gli dico sempre di sì, alla rispettabilissima redazione del Foglio. Anzi, lo so, il perché, però non lo dico.
Era, me lo ricordo benissimo, il 26 di febbraio, martedì scorso, e me lo ricordo bene perché il giorno prima era il giorno che avevo svitato il mio stenditoio a soffitto e pensavo, intanto che svitavo, «Guarda un po’ qua: oggi, 25 febbraio 2013, è il giorno che smonto il mio stenditoio a soffitto, che l’ho montato quando sono entrato in questo appartamento, quasi tre anni fa, e adesso il mio bagno, senza vasca, che ho tolto ierilatro, e senza stenditoio a soffitto, è tutta un’altra cosa».
Ma questo succedeva il giorno prima, il giorno dopo, invece, martedì 26 febbraio, mi arriva questa telefonata della rispettabilissima redazione del Foglio che mi chiedono un pezzo di sedicimila caratteri sulla rivoluzione cinque stelle. Che io rispondo «Sì sì, va bene». Solo che poi, dovevo scrivere qualcosa. Allora cosa ho fatto? Allora sono uscito, e intanto che c’ero ho portato giù la carta, che era un martedì, da noi la raccolta della carta si fa il martedì, nel comune di Casalecchio di Reno, dove abito io. Era una settimana che ne avevo tantissima, di carta, non so perché, avevo due sacchetti pieni, più un cartone che avevo comprato delle casse per sentire la radio, quelle casse che si attaccano al computer per sentire la radio, io sento sempre la radio dal computer e ho comprato delle casse così si sente meglio, ma grandi, e avevano un cartone, gli imballaggi, no?, la famosa questione degli imballaggi, eh, quell’imballaggio lì, teneva del posto, e io sapete cos’ho fatto? L’ho portato di sotto lo son venuti poi a prendere martedì notte quelli della società che raccolgono i rifiuti che è meglio che non la nominiamo per via di non fare delle pubblicità occulte.
E intanto che scendevo le scale con questo cartone in mano e dentro il cartone i due sacchi blu della carta mi son ricordato di un’altra volta che ero sceso in città a cercare le tracce di una rivoluzione, ma la città non era Bologna, era Mosca, e l’anno non era l’anno corrente, 2013, era un anno che correva vent’anni prima, il ‘93, che era l’anno che son stato in Russia sei mesi a raccogliere materiale per la tesi e una volta, abitavo in un appartamento all’estrema periferia di Mosca, un appartamento oltre che scomodo anche sporco con gli scarafaggi e con un frigo rumorosissimo che per potere dormire dopo tre giorni l’avevo staccato.
La mia insegnante di russo, quando aveva saputo dove abitavo «Ma ti trovi bene, lassù?» mi aveva chiesto. «No perché», mi aveva detto, «ci sarebbe una stanza in centro, vicino alla biblioteca, in un appartamento di una che conosco che fa l’architetto, è un palazzo famoso, ne ha parlato Trìfonov in un romanzo, La casa sul lungofiume, l’hai letto?» mi aveva chiesto la mia insegnante di russo nel novantatré.
«No, tu l’hai letto?» le avevo chiesto io.
«Per forza, l’ho letto», mi aveva detto lei, «era proibito».
È stato l’anno che un pomeriggio in ottobre ha suonato il telefono, nel mio appartamento in periferia in ulica Belozërskaja, avevo risposto, era mio fratello Emilio.
«Guarda che lì a Mosca c’è la rivoluzione», mi aveva detto.
«Come la rivoluzione?» gli avevo chiesto io.
«La rivoluzione», mi aveva detto lui, «la città è in fiamme».
«Aspetta un attimo», gli avevo detto a Emilio nel novantatré, e avevo posato la cornetta, avevo tirato fuori i piedi da dentro la bacinella (stavo facendo un pediluvio), avevo infilato le ciabatte, avevo aperto il balcone, ero uscito, avevo guardato a destra, avevo guardato a sinistra, ero tornato al telefono «Guarda che ti sbagli», gli avevo detto a Emilio.
«Sarà un po’ difficile, che mi sbaglio», mi aveva detto Emilio, «c’è la casa bianca che ha preso fuoco, la fan vedere in tivù». «Aspetta un attimo», gli avevo detto, e avevo posato la cornetta, avevo attaccato la spina della televisione, avevo acceso, ero tornato al telefono «Aspetta eh», gli avevo detto, «due minuti, tu come stai?».
«Bene», mi aveva detto lui, «e tu?»
«Io così così, però meglio di stamattina.»
«Perché, stamattina stavi male?»
«No niente», gli avevo detto a Emilio, «mi faceva male la testa non son neanche andato in biblioteca ma adesso sto già meglio domani ci vado aspetta che comincia a vedersi qualcosa», gli avevo detto a Emilio, «aspetta al telefono, eh?» e avevo posato la cornetta, mi ero avvicinato alla televisione, avevo guardato, c’era della gente inquadrata che parlavano, avevo alzato il volume, «I bombardamenti continuano», dicevano.
Ero tornato al telefono «Sai che forse hai ragione?» gli avevo detto a Emilio.
«Lo so anch’io, che ho ragione», mi aveva detto Emilio. «Ma te come va, a parte i mal di testa?».
«Io va bene», gli avevo detto, «dopodomani mi trasferisco». «Dove ti trasferisci?»
«In centro, vicino alla biblioteca».
«Guarda che in centro non fanno andare nessuno», l’ha detto il telegiornale.
Il giorno dopo, pensavo l’altro giorno intanto che avevo posato la carta andavo a prendere la mia bicicletta, quando tutti i mezzi di comunicazione dell’Europa occidentale dicevano che nel centro di Mosca volavano i proiettili e che la città era a ferro e fuoco, io avevo provato lo stesso, a andare in biblioteca di fronte al Cremlino, e ci ero arrivato senza tanti problemi, ero solo dovuto scendere dal metrò alla stazione Majakovskaja e proseguire a piedi, che le stazioni centrali del metrò erano chiuse «Per motivi tecnici», c’era scritto, e avevo fatto quei venti minuti a piedi dalla Majakovskaja alla biblioteca che ogni tanto si sentiva bombardare, “Ha ragione Emilio”, avevo pensato intanto che passavo di fronte al telegrafo centrale «Chiuso per motivi tecnici», c’era scritto.
“Magari per motivi tecnici è chiusa anche la biblioteca”, avevo pensato, invece la biblioteca era aperta lavoravano tutti, i poliziotti, le bibliotecarie, le guardarobiere, le cuoche, le cameriere, le lavapiatti, io avevo consegnato il cappotto, avevo preso i miei libri, avevo letto, avevo pranzato, avevo fumato, fumavo, allora, avevo ritirato il mio microfilm che dovevo ritirare, avevo riconsegnato i miei libri ero tornato a casa in ulica Belozërskaja prima a piedi poi in metrò poi in autobus io nell’ottobre del novantatré ero così preso dalla mia tesi, per me era così importante andare quasi tutti i giorni in biblioteca che facevo delle cose che raccontarle oggi in Italia uno può pensare che non ero mica tanto normale invece ero solo molto attaccato alla mia tesi ero in quella che i sufi chiamano la fase dell’esaltazione.
Che come dice Hazrat Inayat Khan nel suo La purificazione della mente, ci sono due modi di esperire la vita, un modo è la sensazione, l’altro è l’esaltazione, e l’esaltazione è quello che prova il mistico.
Non che io adesso mi voglio dar delle arie dire che in Russia nel novantatré ho fatto un’esperienza mistica, come dice Hazrat Inayat Khan «Anche le creature inferiori come gli uccelli e le bestie, hanno dei barlumi di esaltazione, e se approfondiamo maggiormente questo argomento comprenderemo ciò che si legge in un verso meraviglioso della tradizione islamica: «Ci sono dei momenti in cui perfino le rocce si esaltano e gli alberi vanno in estasi».
E io nell’ottobre del novantatré ero proprio in una fase di esaltazione mentre adesso son messo male, pensavo intanto che salivo sulla mia bicicletta e partivo, giù per la discesa, sotto casa mia c’è questa curva in discesa che ti getta contro la città, e io al mattino è sempre così, parto a forte velocità, contro la città (se vado verso Bologna, mentre se vado verso Casalecchio di Reno parto in salita verso il paese, ma io, c’è da dire, vado quasi sempre verso Bologna, e quel martedì 16 febbraio, anche quel martedì 16 febbraio, verso Bologna).
Che il giorno dopo la rivoluzione, nel ’93, ho pensato, ero sceso in ulica Belozërskaja con le mie borse le mie valigie e avevo fermato un tassì.
«Dove deve andare?» mi aveva chiesto il tassista.
«In centro», gli avevo detto, «in ulica Trofimoviča».
«Là sparano», mi aveva detto il tassista.
«Le do centocinquanta rubli», gli avevo detto.
«Ma là sparano», mi aveva detto lui.
«Se le do duecento rubli?» gli avevo chiesto.
«Ma là sparano», mi aveva detto il tassista.
«Duecentocinquanta», gli avevo detto, «Monta», mi aveva detto lui, e mi ero trasferito felicemente da ulica Belozërskaja a ulica Trofimoviča nella casa sul lungofiume dieci minuti a piedi dalla biblioteca Lenin e la mia tesi aveva cominciato andare benissimo, avevo pensato mentre attraversavo i viali all’altezza di via Andrea Costa, , e mi ero ricordato per un attimo che dovevo osservar la città non stavo osservando niente mi ero a osservare ma non avevo visto evidenze di rivoluzione neanche osservando mi ero rimesso a pensare a quel che era successo nel ’93 solo che quel che era successo nel ’93, l’avevo già pensato tutto, praticamente e allora mi ero detto che io, nella mia testa, probabilmente era un momento che non aveva niente a che vedere con la fase dell’esaltazione c’entrava di più con la fase della sensazione, era un momento che più che a uno stato sottile, io tendevo a uno stato grossolano, come dice Hazrat Inayat Khan nel suo La purificazione della mente, che è poi quello che lo scrittore americano Kurt Vonnegut definisce «Il momento che la merda tocca le pale del ventilatore», che dev’essere un momento che ha a che fare anche con il momento corrente e con la corrente rivoluzione, ammesso che ci sia una rivoluzione, ho pensato martedì 26 febbraio intanto che parcheggiavo la mia bicicletta in via Ugo Bassi proprio sotto la biblioteca sala borsa.
Che avevo pensato che avrei approfittato di questa ricerca di indizi rivoluzionari per restituire un libro che dovevo restituire in biblioteca, e ero andato, avevo restituito, ero uscito, ero andato in libreria avevo comprato due libri, ero andato in un negozio che c’è lì in via Ugo Bassi avevo comprato un quaderno, ero passato da piazza Roosevelt, avevo visto una scritta, per terra, in giallo, «Palo rimane», avevo letto un cartello, alla fermata dell’autobus, «Fermata valida solo al sabato», avevo visto un altro cartello, appeso a una vetrina «Affittasi uffici», ero tornato alla mia bicicletta, avevo inforcato la mia bicicletta, intanto che inforcavo la mia bicicletta avevo pensato che non avevo notato niente, di rivoluzionario, nemmeno niente di chiuso «Per motivi tecnici», secondo me, la rivoluzione, avevo pensato, non ce n’eran mica tante, di rivoluzioni, avevo pensato intanto che partivo in bicicletta per tornare nei miei appartamenti di Casalecchio di Reno, e poi mi era venuto in mente che anche vent’anni prima, nel 1993, non a Bologna, a Mosca, la cosa che mi era rimasta più impressa, di quella rivoluzione là, era stato il mio trasloco da Ulica Belozërskaja a Ulica Trofimoviča, e non c’è da sorprendersi, avevo pensato.
Perché come dice Aleksandr Pjatigorskij in un libro che avevo cominciato a leggere nella biblioteca Lenin di Mosca nel’93, un romanzo intitolato
Filosofia di un vicolo che parlava di un gruppo di bambini che erano nati tutti in case che dava sullo stesso cortile di Mosca un cortile filosofico, diceva Pjatigorskij, che a Mosca, diceva, c’erano i cortili filosofici, i cortili matematici, i cortili operai, i cortili pittorici, i cortili operistici, i cortili spionistici, e i protagonisti di questo romanzo eran nati in un vicolo che dava su un cortile filosofico sarebbero diventati poi dei filosofi indipendentemente da quello che avrebbero poi fatto l’avrebbero fatto comunque filosoficamente, così come un operaio nato in una casa che dava su un cortile spionistico avrebbe poi fatto l’operaio spionisticamente, diceva Pjatigorsi o forse son io che mi ricordo male forse non diceva così ma insomma il senso mi sembra era quello.
Allora mi era piaciuto, questo inizio, avevo cominciato a pensare chissà in che vicolo ero nato io, che io ero nato nella casa di cura Piccole figlie di Parma, in via Po, e il cortile dava sul campo scuola forse un cortile podistico, avevo pensato, e avevo pensato che effettivamente quello che facevo nella mia vita io quasi sempre lo facevo con questo impeto vigoroso e un po’ cieco, podistico, avevo pensato, e invece suficamente la parola giusta era esaltato ma allora nel novantatré io non lo sapevo.
Allora con un inizio del genere io mi ricordo ero andato avanti nella lettura di questo romanzo Filosofia di un vicolo, nella biblioteca Lenin di Mosca, ero arrivato al momento che i
i bambini del vicolo filosofico eran cresciuti, avevan cominciato a fumare, uno di loro aveva cominciato a frequentare la biblioteca Lenin di Mosca e un giorno, nella sala del fumo della biblioteca Lenin di Mosca, nelle biblioteche russe c’è una sala che i fumatori come me ci passano mediamente il venti per cento del tempo che stanno lì in biblioteca, un giorno nella sala del fumo questo bambino filosofo aveva cominciato a pensare che nella sala del fumo della biblioteca Lenin di Mosca erano riunite le migliori menti a lui contemporanee, delle persone che magari lui di faccia non conosceva neanche, ma delle quali magari aveva letto o avrebbe letto le opere straordinarie.
Allora io mi ricordo, nel novantatré, nella biblioteca Lenin di Mosca, avevo chiuso il libro ero andato nella sala del fumo avevo cominciato a guardare i frequentatori della sala del fumo della biblioteca Lenin di Mosca con un interesse tutto diverso, stavo evidentemente abbandonando il mio ancoraggio terrestre cominciavo a guardare il cielo a avere degli interessi reali, che come dice Hazrat Inayat Khan nel suo La purificazione della mente, quando la coscienza è assorbita dalla materia grossolana l’uomo gravita verso terra, quando la coscienza è liberata dalla materia grossolana si eleva verso il cielo.
Anche se nel dicembre del novantatré non devo poi esser riuscito del tutto a liberarmi dalla materia grossolana, che se è vero che il mio interesse nei confronti dei frequentatori della sala del fumo dopo la lettura della prima parte di Filosofia di un vicolo era molto aumentato, è anche vero che nella sala del fumo io avevo cominciato a atteggiarmi a ricambiare i loro sguardi come per dire «Eh, già. Eh, sì. Proprio così».
A ogni modo, avevo pensato intanto che era già all’altezza del cartello che separa la periferia di Bologna dalla periferia di Caslaecchio di Reno, al di là dei miei limiti intrinseci che avevo nel novantatré e che in buona parte conservo nel duemilaetredici, io quel romanzo Filosofia di un vicolo l’avevo poi letto tutto e mi ricordo che c’era un momento, alla fine, che la storia di questi filosofi moscoviti raccontati da Pjatigorskij si arriva alla fine degli anni cinquanta e uno di questi filosofi racconta che, nella loro vita, in quegli anni lì, più della guerra con la Corea, più della morte di Stalin, più della bomba all’idrogeno, più della campagna delle terre vergini, più della crisi della Baia dei Porci, più della firma del patto di Varsavia, più del ventesimo congresso del partito, più della guerra per Suez, più del lancio del primo Sputnik, «Per noi era stato più importante il fatto che Andrej Nikolaevič aveva cambiato casa», diceva la voce narrante del romanzo Filosofia di un vicolo di Aleksandr Pjatigorskij, avevo pensato intanto che entravo dal cancelletto dove parcheggio la mia bicicletta, e, con questo, avevo pensato, mi sembra di aver corrisposto alla richiesta della rispettabilissima redazione del foglio di scrivere sedicimila caratteri sulla rivoluzione a cinque stelle, più o meno.

{Questo pezzetto, che doveva uscire ieri sul foglio, non è uscito ieri sul foglio [non collaboro più con il foglio (trallallà)], immagine di Boris Michajlovič Kustodiev [Un bolscevico]}