Questa libertà

lunedì 6 aprile 2015

Ma dove sono le parole?

Un paio di anni fa sono andato al centro Malaguzzi, a Reggio Emilia, a raccogliere le cose dette dai bambini delle scuole d’infanzia e annotate dalle maestre, delle frasi del tipo: «La musica aiuta le gambe per danzare», oppure: «Sono nato dalla pancia della mamma, mi sono girato, mi sono liberato e sono nato», o ancora: «Il giornalaio e l’edicola son la stessa cosa, giornalaio è il suo nome, edicola il suo cognome». O, in una serie di osservazioni sulla città: «nella città ci sono due inizi, e in mezzo, proprio in mezzo, c’è la fine»; «le città sono sempre state costruite perché se no senza città tutte le persone rimanevano in piedi e stavan sempre in giro». O, in una serie sulle banche: «Te vai in banca e gli dici: Buongiorno, sono venuto a ritirare un po’ di soldini, e loro te li danno. Quando li hai finiti ci torni, loro ce ne hanno sempre, non possono restare senza, se no non si chiamerebbero Banca». O, sulle biblioteche: «La Biblioteca è gentile perché presta i libri a tutti». O, sulle ombre: «Tutto ha un’ombra meno le formiche». O, sugli affreschi: «Gli affreschi si chiamano affreschi perché stanno in cielo, e il cielo è fresco». Adesso, l’altro giorno, mi hanno mandato un libretto (a cura di Chandra Livia Candiani e Andrea Cirolla) che deriva dal lavoro che la poetessa Chandra Livia Candiani ha fatto nelle quarte e nelle quinte elementari di alcune scuole della periferia di Milano, un lavoro di otto anni nei quali la Candiani ha avuto a che fare con 1.400 bambini circa che hanno scritto cose come questa (sul tema Quello che conta): «Quello che conta / è la formica / è tutto che conta / è sacro» (Leo, otto anni). Oppure questa: «Quello che conta è avere una casa / una casa calda / una casa calda d’inverno. / Quello che conta è avere due occhi / due orecchie, una bocca / e due piedi» (Davide, otto anni). Oppure, sul tema I grandi: «I grandi / Sono noiosi / Sono arabiati confronto ai bambini / Non si divertono / solo parlano / Ma i grandi / sono come bambini / soltanto che fanno i duri» (Jaime, nove anni, peruviano). O ancora, sul tema Il slienzio: «Un giorno di pioggia / suona il campanello / vado ad aprire / non c’è nessuno / poi mi accorgo / era la grandine / spinta dal vento. / Chiudo la porta / chiudo gli occhi / e silenzio» (Giulia, otto anni). O, anche, in una poesia intitolata Il silenzio che noia: «Oggi è inverno / sono uscito / ho visto uccello /non canta / ho visto campana / non suona / piove / nessuno gioca con me / sono andato a casa / domani finalmente sarà primavera / uccelli canteranno» (Jack, undici anni, cinese). O, sull’amore: «L’amore alcune volte / dice boh!» (Oreste, dieci anni, italiano). O, sulle parole: «Certe volte le parole sembrano / un muro perché sono dure. / I pulcini quando piangono sembrano / parole che vogliono cantare» (Davide, otto anni, italiano). O, in una serie sull’autoritratto: «Io sono il ghiaccio vivo / in una casa. / Io sono un pallone / quando mi lanciano / voglio sempre segnare / e sfondare la porta. / Io sono una nuvola / mi piace essere sempre bianca. / Neve mi piace essere / sempre morbida / così i bambini possono tuffarsi / e fare l’angelo e anche il pupazzo / di neve» (Noé, dieci anni). Qualche tempo fa anche a me è successo di fare un seminario di scrittura in una quinta elementare e la prima cosa che ho detto ai bambini è stato che quando scrivono per la maestra, per fare i compiti, è giusto che rispettino la grammatica, ma quando scrivono per raccontar delle storie la grammatica se la possono dimenticare, o fare finta di dimenticarsela: che possono, se vogliono, usare le parole come usano i colori quando fanno un disegno, con la massima libertà. Ecco mi sembra che gli esempi raccolti in questo libretto (che si intitola Ma dove sono le parole ed è pubblicato da Il primo amore) siano una felice testimonianza di questa libertà, e vorrei finire questo pezzetto con due poesie sul tema La poesia, la prima di Ale Chen, dieci anni, cinese: «La poesia è un’emozione / questa è la mia ipotesi / nessuno lo sa / nemmeno i grandi / sapienti o balbuzienti», la seconda di Ramayana, nove anni: «Le mani che scrivono le poesie / sono le stesse mani / che fanno le pulizie».

[Uscito ieri su Libero]