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Quello che leggevo

venerdì 13 aprile 2018

Lo scrittore sardo Giovanni Maria Bellu, una volta che Marino Sinibaldi gli aveva chiesto come mai, in un periodo così confuso, la Sardegna vivesse, nel campo della musica e della letteratura, un momento così felice, ha risposto che era una cosa che da dire era difficile ma che forse c’entrava il fatto che i sardi, anche quelli che avevano lasciato l’isola, avevano comunque dentro di sé un universo di riferimento, e che lui, per esempio, che abitava a Roma da un sacco di tempo, quando usciva da Roma e si trova all’altezza, per esempio, di Civitavecchia, è come se fosse arrivato ad Arasolè, perché le unità di misura che si portava con sé, dovunque andasse nel mondo, eran quelle lì, sarde, i chilometri che percorreva Bellu erano sempre chilometri sardi, io allora avevo pensato che la stessa cosa succedeva forse anche a me con i libri, che avevo studiato russo e quello che leggevo, anche quando leggevo dei libri italiani, o americani, leggevo poi sempre dei russi, c’è il caso.

[Da Lea grande Russia portatile, che lo sto scrivendo, esce in agosto, se faccio in tempo]