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Prenderli e farne un libro

lunedì 29 maggio 2017

Sono dieci anni, dal 2007, che tengo una piccola scuola di scrittura che si chiama Scuola elementare di scrittura emiliana. I primi due anni la facevo a Reggio Emilia insieme a Daniele Benati e Ugo Cornia, dal 2009 la faccio a Bologna da solo.
Ogni tanto mi chiedono se qualcuno dei miei allievi ha mai pubblicato dei libri, e io rispondo di sì, perché è vero, qualcuno dei miei allievi ha pubblicato dei libri, per esempio Mauro Orletti ha pubblicato, per Quodlibet, una Piccola storia delle eresie che a me è sembrata molto ben fatta e, recentemente, Elena Favilli ha pubblicato con Francesca Cavallo un libro che sta andando benissimo, Storie della buona notte per bambine ribelli.
Solo che, rispondevo di solito io, Mauro, Elena e gli altri che avevano pubblicato dopo aver fatto la Scuola elementare di scrittura emiliana, io credo che avrebbero pubblicato anche senza aver fatto la scuola, e sono contento del fatto che la Scuola elementare di scrittura emiliana non li ha dissuasi, dal pubblicare.
Ultimamente, però, è successa una cosa strana, è uscito un libro, La terra si muove, di Roberto Livi, edizioni Marcos y Marcos, che, se non ci fosse stata la Scuola elementare di scrittura emiliana forse non esisterebbe.
Livi, che è un signore di Pesaro che di mestiere costruisce dei clavicembali, ha cominciato a scrivere quando si è iscritto alla scuola elementare di scrittura emiliana, e il primo compito che ha scritto per la scuola, «Descrivetevi in cinque righe», è stato, assicura, la prima cosa di carattere letterario che ha scritto nella sua vita.
E m’erano sembrati talmente riuscito, quel compito e i compiti successivi, che a un certo momento gli avevo detto «Guarda, tu dovresti prenderli, questi compiti, metterli insieme e farne un romanzo». L’ha fatto.
Il romanzo comincia con la terra sotto la casa del protagonista che si muove. C’è un suo amico geometra che gli dice «Non so dirti quanto tempo potrà ancora durare, ma se continua così alla fine la terra si porterà via la tua casa». Allora lui mette in vendita la casa, e, da quando lo fa, non ha più voglia di vedere nessuno. Quando suona il telefono, è sempre un agente immobiliare che gli chiede un appuntamento per far vedere la casa a un cliente. Lui, allora, il giorno prima, nasconde tutte le crepe con lo stucco, sfuma il bianco della calce con uno straccio sporco, spruzza qualche goccia di trementina per confondere l’odore della calce, poi, con un bel sorriso, apre la porta al mediatore e ai suoi clienti.
Questo è l’inizio.
Ecco a me, La terra si muove di Livi ha ricordato Povera gente, il primo romanzo di Dostoevskij, che è un romanzo epistolare, composto dalle lettere che si scambiano due abitanti della periferia di Pietroburgo che vivono uno di fronte all’altro, Varvara e Makar, e vivono in condizioni così difficili che, a volte, arrivato alla fine di una lettera il lettore pensa «Be’, non può andare peggio di così», poi legge la lettera successiva e scopre che può, andare peggio di così.
La poesia preferita del protagonista della Terra si muove è una poesia che dice che l’universo è un’immensa macchina per dimenticare e che, di tutto l’universo «finiamo sempre per trascorrere l’intera esistenza in un luogo dove mai avremmo voluto vivere, e finiamo sempre per impiegare tutto il nostro tempo in un lavoro che mai avremmo voluto fare, e finiamo sempre per passare la nostra vita con una persona che mai avremmo voluto incontrare, e soltanto quando tutto questo diventa insopportabile, allora partiamo e andiamo via lontano per raggiungere un posto che mai avremmo voluto vedere».
Il pensatore di riferimento del protagonista è un signore che si chiama Fiorenzo la cui frase ricorrente è «La vita è un’eterna rinuncia». Fiorenzo ha 45 anni e vive con la sorella. Quando gli chiedono quando si sposa, lui risponde che non si sposa. «Che tanto metter su famiglia son solo tasse, ogni numero civico in più son altre tasse, poi se per caso fai un figlio, è un altro codice fiscale e giù altre tasse, e io le tasse allo stato non le voglio pagare» dice Fiorenzo. «Il telefono non ce l’ho. La macchina son costretto, ma ho una Fiat Uno turbodiesel esente da bollo in quanto veicolo di riconosciuto valore storico, dove al posto del gasolio, che sarebbero altre tasse, io ci metto l’olio esausto dei motori che si trova gratis e va benissimo». Fiorenzo la sera sgancia il freno a mano della sua Uno, prende una strada qualsiasi e comincia a cantare. «In macchina ha la raccolta completa dei CD con tutte le basi delle canzoni degli Stadio». È credente, Fiorenzo. Una volta ha detto: «Pensa, io che da piccolo ho sempre avuto la passione per gli Stadio, da grande mi è venuta la voce identica al cantante degli Stadio. Te pensa il destino. Guarda che delle volte la vita è una cosa incredibile. Tutti dicono che la vita è un caso, sembra che non ci sia niente di niente, io dico che qualcosa c’è».

[Uscito ieri sulla Verità]