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Prefazione

venerdì 27 marzo 2015

Cesare Zavattini, I tre libri

Voglio insegnare ai poveri un gioco molto bello.
Salite le scale con il passo del forestiero (quella volta rincaserete più tardi del solito) e davanti al vostro uscio suonate il campanello.
Vostra moglie correrà ad aprirvi, seguita dai figli. È un po’ seria per il ritardo, tutti hanno fame.
«Come mai?» domanda.
«Buona sera, signora», levatevi il cappello e assumete un’aria dignitosa. «C’è il signor Zavattini?».
«Su, su, il lesso è già freddo».
«Scusi, ho bisogno di parlare con il signor Zavattini».
«Cesare, andiamo, vuoi sempre giocare…».
Non muovetevi e dice: «Evidentemente si tratta di un equivoco. Scusi, signora…».
Vostra moglie si volterà di scatto, vi guarderà con gli occhi spalancati. «Perché fai così?».
Serio, state serio, e ripetete avviandovi giù per le scale: «Io cercavo il signor Zavattini».
Si farà un gran silenzio, udrete solo il rumore dei vostri passi.
Anche i bambini sono restati fermi. Vostra moglie vi raggiunge, vi abbraccia: «Cesare, Cesare…». Ha le lagrime agli occhi, i bambini forse cominceranno a piangere. Scioglietevi con delicatezza dall’abbraccio, allontanatevi mormorando: «È un equivoco, cercavo il signor Zavattini».
Rientrate in casa dopo una ventina di minuti fischiettando.
«Ho tardato tanto perché i capo ufficio…» e raccontate una bugia come nulla fosse avvenuto.

Vi piace? Un mio amico a metà giuoco si mise a piangere.

[Cesare Zavattini, I poveri sono matti, in I tre libri, Milano, Bompinai 1955 (18), pp. 109-110]