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Pazienza

venerdì 13 agosto 2010

Sto rileggendo l’Orlando furioso, piano piano, un canto al giorno, ci si mettono quarantasei giorni, un mese e mezzo, ad alta voce, ci son dentro delle cose che mi ero dimenticato, come questa, nel canto quarto (sessantaseiesima ottava): «S’un medesimo ardor, s’un disir pare / inchina e sforza l’uno e l’altro sesso / a quel suave fin d’amor, che pare, / all’ignorante vulgo un grave eccesso; / perché si de’ punir donna o biasimare, / che con uno o più d’uno abbia commesso / quel che l’uom fa con quante n’ha appetito, / e lodato ne va, non che impunito?».
Mi piace il fatto che Ariosto chiami la pratica, quella lì, cioè fiondare, Quel suave fin d’amor, e che dica che quella cosa lì, cioè fiondare, sembra, agli ignoranti, un grave eccesso, mi piace molto, e anche il fatto che dica che quella cosa lì, fiondare, è una cosa che può piacere e agli uomini e alle donne e che non c’è da vergognarsi, mi piace, e mi piace moltissimo il modo in cui lo dice lui, non quel modo qua, volgare, in cui lo dico io.
E a leggerlo ad alta voce, l’Ariosto, vien da pensare in rima, non so perché, ma l’altro giorno, seduto su una panchina del marciapiede tra il quarto e il quinto binario della stazione di Prato, eran le dieci e mezza di sera, mi sanguinava il naso ma avevo tamponato, con del cotone, avevo fatto un tappo, non passava niente, mi ero messo a leggere l’Ariosto ad alta voce, d’un tratto ho sentito un bruciore agli occhi “Le’, – ho pensato, – ci siamo”, e mi sembrava che il sangue, che non poteva uscir dal naso, fosse arrivato agli occhi (mi han poi spiegato che non è possibile, allora io non lo sapevo, poi si dice, Il sangue agli occhi, Gli occhi iniettati di sangue, pensavo fosse possibile) e mi ero alzato di scatto e avevo cominciato a camminare e intanto mi sfregavo gli occhi e il bruciore era passato e io mi ero un po’ tranquillizzato e avevo pensato “Cioè, io non sto mica male, l’unica cosa è questa emorragia, che non dev’esser però cosa mortale, e se lo fosse, poi, pazienza, via”.