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Non si può

sabato 23 gennaio 2016

Un anno fa, la città di Parma ha concorso all’assegnazione del titolo di Capitale italiana della cultura 2016, e non ha vinto, ha vinto Mantova. Un anno dopo, la città di Parma concorre all’assegnazione del titolo di Capitale italiana della cultura 2017, e in questi primi giorni del 2016 è stato presentato pubblicamente il dossier che sostiene questa candidatura. A presentarlo, insieme al sindaco, Federico Pizzarotti, il cui libro preferito, mi vien sempre in mente quando penso a lui, è Il gabbiano Johnatan Livingston (e non c’è niente di male, è un bel libro, con delle belle foto, anche), insieme al sindaco Federico Pizzarotti (a cui piace moltissimo Il Gabbiano Johnatan Livingston), a sostenere la candidatura di Parma a Capitale italiana della cultura 2017 c’era anche l’assessore alla cultura della città di Parma che, essendo una donna, io non so come si debba dire, e visto che adesso si dice ministra e non ministro, a me viene il dubbio che di debba dire assessrice, invece di assessore, non lo so, comunque c’era lei, la responsabile (o responsabila) della cultura, che dal sito del comune di Parma si vede che è anche responsabile (o responsabila) del Coordinamento delle Politiche Culturali, dei Servizi Cimiteriali, della toponomastica e dei T.S.O., che, se non sbaglio, sono i Trattamenti Sanitari Obbligatori, del comune di Parma. Questa donna, che si chiama Maria Laura Ferraris, e che, si legge nel suo curriculum, pubblicato sul sito del comune di Parma, prima di fare la responsabile (responsabila) della cultura della città di Parma ha lavorato «con Volkswagen Group in progetti legati alla guida sicura e alla responsabilità sociale di impresa e con Contemporary International per le Olimpiadi di Torino 2006 in qualità di deputy venue manager», questa donna, in occasione della presentazione del dossier che sosteneva la candidatura della città di Parma a Capitale italiana della cultura 2017, ha detto che nel dossier loro, gli estensori, hanno cercato «di descrivere la Parma più… più migliore». Non le è scappato, si è proprio fermata, ci ha pensato e poi ha detto: «più migliore» e poi ha continuato come se niente fosse. Allora adesso io, la grammatica e la morfologia della lingua italiana cambiano continuamente, adesso si dice perfino ministra invece di ministro, io è un po’ di tempo che non mi aggiorno per esser sicuro ho chiesto a mia figlia, che ha undici anni e che è fresca di studi e che ha, tra l’altro, appena cominciato anche lei a legger dei libri da grandi, non è ancora arrivata al Gabbiano Johnatan Livingston è ancora ferma a Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen, che dopo averlo letto l’altro giorno mi ha detto che io scrivo dei libri strani.
E io le chiesto strani in che senso e lei mi ha detto che la Austen, quando scrive un libro, scrive il libro e basta. E io le ho detto
«Eh, anch’io, quando scrivo un libro scrivo il libro e basta».
«No, – mi ha detto lei – te ci metti dentro anche un sacco di Secondo me, un sacco di parentesi, parli parli. La Austen non ci mette mai tutti quei Secondo me, tutte quelle parentesi, non parla, scrive il libro e basta», mi ha detto la Battaglia (quando scrivo di lei, la chiamo La Battaglia), ma questo non c’entra, l’altro giorno l’ho presa e le ho detto «Battaglia, si può dire più migliore?». «No, – mi ha riposto lei, – non si può». Ecco. Quindi. Non si può.

[uscito ieri su Libero]