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Non essere stanchi

sabato 3 luglio 2010

I miei vicini di sotto, o del palazzo davanti, una notte, litigavano. Si sentiva solo la voce della donna, che gridava. Non capivo quel che diceva, non stavo neanche attento, ero stanco. Le finestre erano aperte, la mia stanza da letto era illuminata, a intermittenza, dall’arancione di una freccia, o, forse, di quattro frecce. Avevo sonno. La bambina di cinque anni si era appena addormentata, e prima di addormentarsi mi aveva detto che io ero fortunato, che potevo chiuder gli occhi e dormire, che lei non ci riusciva perché se lo faceva vedeva dei mostri. Io le avevo detto che lei non doveva aver paura dei mostri, che i mostri non esistono. Lei mi aveva chiesto di cosa avevo paura io, e io le avevo detto che avevo paura di essere stanco. Lei era scoppiata a ridere e aveva giunto le mani a fare un gesto come per dire Ma cosa dici? Poi si era addormentata. Dopo qualche ora mi era venuto in mente l’inizio di quella poesia di Angelo Maria Ripellino: Vivere è stare svegli, e concedersi agli altri, dar di sé sempre il meglio, e non essere stanchi. Ma poi mi ero detto che non poteva essere Non essere stanchi, doveva essere Non essere Scaltri. Ero andato a controllare, e, aperto il libro, avevo trovato l’inizio di un’altra poesia, che faceva così: Aridità, ti respingo con tutta l’anima; proterva aridità, mia coetanea. Avevo continuato a cercare e avevo trovato un altro inizio di un’altra poesia, che faceva così: Vorrei che tu fossi felice, cipollina, vorrei che tu non conoscessi il cane nero della sventura, quando sarai uscita dal blu dell’infanzia.