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lunedì 26 novembre 2012

Perché qui siamo a Torino spiritualità, e questa questione della spiritualità, cioè del sacro, uno quando pensa al sacro pensa, non so, alla messa; l’eucarestia, il corpo di Cristo, be’, io, che sono andato a messa fino a quando avevo undici o dodici anni, per fare la cresima, non l’ho mai capito, cosa vuol dire, il corpo di Cristo; «questo è il mio corpo, offerto per voi e per tutti in sacrifico».
Il tuo corpo? Per me? In sacrificio? Ma cosa dici?
«Scambiatevi un segno di pace».
Un segno di pace? Cosa vuol dire, scambiatevi un segno di pace? Che ci diam la mano? Ah, va bene, ci diamo la mano.

No, io mi ricordo che durante la messa non ho mai avuto la minima esperienza, del sacro, io la cosa più bella era quando dicevano «La messa è finita, andate in pace», io se penso alla messa mi vengono in mente le calze traforate che mi faceva mettere mia mamma quando avevo sei o sette anni con le braghe corte che mi sentivo così coglione «Ma come si fa, – mi chiedevo, – a vestirsi così?», no, io i misteri della religione, le manifestazioni del sacro, per me non hanno mai avuto a che fare con delle cerimonie ufficiali, no, io se devo pensarci, il sacro, nella mia vita, non so, quando stendi il bucato, e poi esci e torni a casa e senti odore di sapone di Marsiglia.
Quando hai un computer nuovo e stai caricando il programma di scrittura.
Quando sei in giro, in centro, con tua figlia, e ti volti a vedere se è dietro di te e la vedi e ti vien da pensare “Ma com’è bella”.
Quando firmi un contratto di allacciamento del gas.
Quando vedi che gli alberi sono diversi e pensi “L’autunno ha cambiato il giardino”.
Tutte le volte che ti svegli che hai fame.
Quando senti qualcuno che sta attento a quello che dice.
Quando ti rammendi le tasche della giacca.
Quando si beve il primo vino dell’anno, hai vent’anni, e sembra un succo di frutta, si e no cinque gradi.
Quando vedi un uomo assorto nei suoi pensieri.
Quando stai per lasciare l’appartamento nel quale hai abitato tre anni, fai l’ultimo giro e trovi il mozzicone di candela che avevi usato il primo giorno che c’eri entrato, che non ti avevano ancora attaccato la corrente.
Quando stai stendendo i panni e ti sorprendi a cantare.
Quando sei in giro, al mattino, per il centro, e tutti i posti in cui devi andare sono ancora chiusi, e entri in un bar, e ti ci fermi mezz’ora, e ci trovi una folla di pensionati che gira intorno ai quotidiani come i bambini, con la bella stagione, intorno alle altalene dei giardini pubblici.
Quanto tuo babbo ti chiama Ligera, hai tre anni, e tu pensi che voglia dire cravatta, e sei contento che tuo babbo scherza con te.
Quando esci da lavorare, hai sedici anni, hai fatto otto ore in un prosciuttificio, e adesso vai a casa, e se così contento che ti strapperesti i capelli.
Quando sei a letto, e sei stanco, e dici alla tua gatta, che ha quattordici anni, Vieni qui, e la gatta vien lì.
Quando sei sulle spalle di tuo nonno, e fate una gara di corsa, e tu e tuo nonno vincete, e tu eri il più piccolo e non vincevi mai.
Quando su per una salita, sull’appennino, è notte, hai ventisei anni, sei a piedi, per mano a una ragazza, e voltate l’angolo della strada e c’è un mare di lucciole, e non è normale, tutte queste lucciole, dev’esser successo qualcosa.
Quando tagli il pane, certe volte.
Quando sei da solo, e ti apparecchi.
Quando parli e ti sembra di sentire tuo babbo, che è morto da dodici anni.

[Garibaldi fu ferito E noi?, Milano, I libri del sole 24 ore 2012, pp. 77-79]