L’ora in anticipo

lunedì 4 settembre 2017

C’è un libro dello scrittore ceco Bohumil Hrabal, che si intitola Treni strettamente sorvegliati, che si svolge quasi tutto in una piccola stazione ceca, e il cui protagonista è un ferroviere ceco che viene da una famiglia stranissima. Suo nonno, per dire, faceva l’ipnotizzatore e tutti, in città, pensavano che facesse questo mestiere perché non aveva voglia di lavorare. «Quando però i tedeschi in marzo passarono le nostre frontiere per occupare l’intero paese e avanzavano in direzione di Praga, – dice il protagonista, – soltanto il nonno andò loro incontro, soltanto il nonno andò ad opporsi ai tedeschi come ipnotizzatore, ad arrestare i carri armati in avanzata con la forza del pensiero. E così il nonno camminava sulla strada con gli occhi fissi sul primo carro che guidava l’avanguardia di quelle truppe motorizzate. E su quel carro, dentro la torretta fino alla vita, stava un soldato del Reich, in testa aveva il berretto nero col teschio e le tibie incrociate, e mio nonno continuava ad avanzare dritto verso quel carro, aveva le braccia distese e con gli occhi iniettava ai tedeschi il pensiero fate dietrofront e tornate indietro… e davvero, quel primo carro armato si fermò, tutto l’esercito restò fermo, il nonno con le dita toccava il carro armato e continuava a trasmettere lo stesso pensiero… fate dietrofront e tornate indietro, fate dietrofront, e poi il colonnello con la bandierina fece segnale e il carro armato partì, ma il nonno non si mosse e il carro lo investì, gli strappò la testa, e niente più impediva il passo all’esercito del Reich» (la traduzione è di Sergio Corduas). La piccola stazione dove lavorava l’io narrante di questo memorabile romanzo di Hrabal aveva la caratteristica di essere uguale a centinaia e centinaia di stazioni sparse per l’ex impero austroungarico; quando io ero piccolo, c’erano tre stazioni emiliane, in fila sulla via Emilia, la stazione di Parma, di Reggio Emilia e di Modena, che mi sembravano un po’ come le stazioni dell’impero austroungarico, erano tutte e tre uguali, come se l’Emilia fosse un piccolo impero austroungarico dove dappertutto succedevano più o meno le stesse cose. Anche la stazione di Piacenza, era più o meno uguale anche lei, solo che Piacenza è una città che a me sembra per conto suo, né Emilia né Lombardia, m sembra che non sia uguale a niente, come dice Giorgio Manganelli in un saggio memorabile che comincia così: «D’accordo, Piacenza non è Singapore; le differenze sono molte e non trascurabili», saggio che definisce Piacenza per quel che non è, intitolandosi, appunto, Piacenza non è Singapore.
Bene, di quelle tre stazioni, che solo vent’anni fa erano ancora tutte e tre uguali, l’unica a rimanere uguale, gialla, a un piano, piccola, con la sala d’attesa, è la stazione di Modena. Le stazione di Parma, oggi, è una stazione inutilmente costosa, su tre piani, è diventata una cosa deforme, che aspira a un’importanza che non ha (non si ferman neanche i treni ad alta velocità, a Parma); la stazione di Reggio Emilia è diventata una stazione di serie C, schiacciata dalla (costosissima) stazione ad alta velocità, che è la vera stazione importante, di Reggio Emilia, come una specie di cattedrale, ha detto una volta il suo (costosissimo) costruttore Santiago Calatrava che, per il fatto di aver costruito la stazione Alta Velocità di Reggio Emilia, pensa di essere un filantropo, un benefattore (l’ha detto lui, l’ho sentito io, che lo diceva).
A Modena invece, non han speso tanto per nessuna stazione, la stazione è rimasta la stessa, gialla, a un piano, con la sala d’attesa; a Modena, secondo me, hanno sempre avuto una relazione particolare coi soldi, come scrive Sebastiano Vassalli nel suo (memorabile) La notte della Chimera: «A Modena e in altre parti d’Italia, all’inizio del secolo, il vino si vendeva e si beveva “a ore”, in una sorta di epico confronto tra bevitore e oste che configurava un modello economico purtroppo abortito: oltre il liberismo, oltre il socialismo, la terza via dell’economia mondiale. Il bevitore entrava all’osteria, pagava “l’ora” in anticipo poi beveva per un’ora tutto il vino che gli entrava in corpo. Generalmente crollava (appena fuori le mura, a Modena, c’era un locale denominato “Sedia elettrica” per via dei molti che, seduti, non riuscivano più a rialzarsi da soli): ma capitava pure che fallissero gli osti».
Mi viene in mente che, qualche anno fa, un gruppo di architetti modenesi che volevano mettere degli striscioni su dei palazzi di una zona del centro che il comune voleva riqualificare, e avevano chiesto anche a me di scrivere una cosa su uno di questi striscioni, e io avevo dato un pezzo di un mio romanzo che si chiama Diavoli che faceva così: :«A Modena, i modenesi, tutti quelli che incontri parlano solo di soldi, meno che i miei amici scrittori che quelli son bravi. Te vai a Modena, la gente che la vedi in giro a due a due, o a tre a tre, o a quattro a quattro eccetera eccetera, sono sempre lì che discuton di soldi, contrattare, computare, confrontare, contestare. La gente che la vedi da sola, li vedi che sono lì pensierosi, interdetti, che nella loro testa son sempre dietro a pensare a dei problemi di soldi. Meno che i miei amici scrittori, che quelli pensano alle cose da scrivere, loro son bravi. Te vai a Modena, ti avvicini a uno di questi tutti interdetti, che capisci che nella sua testa è li che contratta, che computa, che confronta, contesta, Posso aiutarla, gli dici, posso darle un consiglio? Vedrai cosa ti risponde. Lo sai cosa ti risponde? Non darmi un consiglio, ti rispondono a Modena. Non darmi un consiglio, ti rispondono, dammi un milione. A Carpi, uguale».
E mi ricordo che poi, quando lo striscione era stato esposto, sulla Gazzetta di Modena era uscita una serie di articoli che si intitolavano «Un’offesa a tutti i modenesi»; «Fiacca ingiuria con pretesa letteraria»; «Uno striscione solo per far parlare»; «Che scivolone da qualunquisti»; «Dal muro pendono offese ai modenesi volute dal comune, e tanti applaudono»; «Lo striscione delle polemiche resterà»; «Un parmigiano (ero io, il parmigiano): i modenesi pensano solo ai soldi».
Alla fine mi aveva anche telefonato un giornalista, della Gazzetta di Modena, che la domanda principale che mi aveva fatto, la cosa che gli interessava di più, era quanto mi avevan pagato, per quello striscione lì. Che io, a me non mi avevan pagato niente, però a lui gli avevo detto «Non glielo dico».
Ma, a parte questo fatto dei soldi, la cosa più interessante, di Modena, per uno come me che è nato a Parma, e che da quindici anni abita a Bologna, è che Modena, che è più o meno in mezzo, tra Parma e Bologna, è proprio un posto diverso, esotico; i modenesi, per uno che sta a Parma sono un po’ come l’est europeo, come Brno, per uno che sta a Bologna sono un po’ come l’ovest, come Oporto, per dire. Una città, e una stazione, che restano sempre uguali, gialle, e con le sale d’attesa, ma, a seconda del posto da cui le guardi, cambiano faccia.

[uscito sabato sulla Verità]