Lentezza
Tra i testi dell’accalappiacani di questo mese, c’è una specie di dizionario compilato da Marco Stracquadaini. Copio qua sotto la voce Lentezza.
Lentezza Molto amata dagli animali per quasi tutto. Deriva probabilmente dalla loro fiducia che le cose non cambiano. Quello che noi capiamo in qualche mese o anno, loro ci mettono due o tre milioni di anni. La natura gli ha detto: impara queste cinque cose, ti basteranno. E loro le hanno imparate.
Le mosche ignorano l’esistenza del vetro, come forse tutti gli altri insetti. E questo spesso gli è fatale, veramente. I ricci si fermano e si appallottolano credendo così di difendersi da tutto, anche dalle macchine. I cani grattano il cemento dopo aver fatto la cacca. Il cemento non si sgretola, il vetro non fa una piega, e fare una palla di te stesso non è sempre una difesa efficace. Ma loro continuano, pazienti, ostinati, fedeli, a fare quelle cinque cose che gli hanno detto di fare.


Mi piace.
Invece ho una domanda: dove potrei trovare vecchi numeri della rivista Il Semplice ?
Credo che sia fuori catalogo e che si possa trovare, se uno è fortunato, sulle bancarelle dell’usato.
L’anno scorso sono riuscito a trovare il n° 2 su internet in un libreria francese, e ho speso un bel pò per farmelo inviare via posta.
Dunque non mi resta che continuare a battere questa strada. Bancarelle, librerie dell’usato e internet.
E io che speravo.
Invece agli uomini è stato detto: non rubare, non uccidere. Ma loro continuano, ostinati, a fare quelle cose che gli hanno detto di non fare.
Paolo, per la scuola elementare, dove a volte, per esercitarsi, si danno degli incipit da sviluppare in una storia dalla cornice drammaturgica solida ma nel contempo condita istrionicamente da imprevedibili accadimenti registici, se ti può tornare utile, a me era venuto in mente questo:
“Ero lì, respiravo …”
Alla scuola elementare di incipit che io mi ricordi non ne abbiamo mai dati, però una volta, a Bologna, il figlio di Bianciardi faceva una specie di concorso che mi aveva chiesto di scriverne uno, e io avevo scritto una cosa del tipo: Il signor Bacchini, un sessantaseienne di Vezzano sul Crostolo, in provincia di Reggio Emilia, una mattina del mese di luglio dell’anno 2007 si era svegliato convinto di conoscere perfettamente il cinese.
Sua moglie, che di anni ne aveva sessantaquattro…
Eh, sono due incipit. Ma forse il tuo è meglio, è più chiaro, il mio in effetti è più un racconto completo forse. Cioè, io, se me l’avessero dato a me, ci avrei messo un punto e basta.
Perchè ad andare avanti magari c’è il rischio che viene da attaccarci qualcosa come “affannosamente” o “col cuore il gola” oppure “Ero lì, respiravo l’aria pregna di pregiati intenti…” e finisce che “Ero lì” resta lì da solo, semanticamente isolato da tutto il resto, come se l’autore fosse partito poco motivato.
Meglio il tuo. L’unica cosa magari anche 2007 l’avrei scritto duemilaesette.
Sì. hai ragione, duemilaesette suona meglio.
E hai ragione anche che il tuo non è un vero incipit, però a me più che un racconto sembra un romanzo, anzi, una tetralogia.
Credo che hai ragione. Magari provo a proporlo a qualche casa editrice. Magari gli metto un titolo un po’ lungo per compensare la spesa, del tipo:
“Il titolo di questo romanzo è troppo lungo per carpire in modo efficace, economicamente parlando, l’attenzione dell’acquirente ma al suo interno la tetralogia che va sviluppandosi di pangina in pagina lo lascerà senza fiato”.
E poi “Ero lì, respiravo.”
L’unica cosa, secondo me, è che nelle librerie bisogna che lo vendano sempre incelofanato.
E poi comunque, anche ad alta voce, a far delle letture integrali, non è mica facile. Quel “respiravo” ad esempio non è mica facile da leggere. Respiraaavo, con la a un po’ allungaaata. Non sarebbero delle letture facili. Anche “ero lì” non è mica facile, bisogna sapergli dare quel giusto tono spianato di sufficienza. Non sarebbe facile.
Mi son lasciato andare alle smanie di successo! Maledetta marijuana.
io penso che Stracquadaini sia davvero un cognome bellissimo.
Caro pipeto, il mio cognome anche a me non è che mi dispiace, ma mi sembra un po’ da notaio. Da piccolo volevo fare il calciatore ma ho pensato subito che con questo cognome non era possibile andare più su della Promozione…
Secondo me Stracquadaini va bene per una mezzala, per un calciatore che salta l’uomo. Che mentre lo pronunciano lui è lì che fa il suo dribbling, ha il tempo giusto di un dribbling a pronunciarlo. Invece gli stopper e i centravanti suonano meglio i nomi brevi, che i loro interventi sono perentori.
secondo me, Stracquadaini, non è un nome da notaio, è il nome di uno scrittore che ha scritto La vespa (per quel che conosco io) che come ho detto a reggio emilia, è un gran bel scrivere, insomma mi è piaciuto molto quel dizionario, son qui a dirtelo (chiedo scusa a paolo per occupazione di commento)
Concordo con te, Francesco (e i commenti sono lì per essere occupati).
Sono molto contento che la vespa sia piaciuta, e avrei voluto esserci anche io a Reggio, per essere ancora più contento (ma non conosco i commenti negativi!). Come dicevo a Paolo, queste sono le parole che fanno venire la voglia di andare avanti…
A Reggio ci sono stato una volta mentre facevo il militare a Bologna. Sapevo che c’era un incontro con Brizzi e ho inventato che mi serviva per la tesi. Il capitano era molto orgoglioso che un bersagliere si stesse per laureare (dopo sei anni) e ha firmato subito.
Grazie ancora. Marco