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Le pietre d’incanto

venerdì 12 dicembre 2014

[Metto qua sotto un discorso che ho fatto l’altro giorno a Reggio Emilia, che rielabora due discorsi precedenti e dove, comunque, ci saranno un sacco di refusi]

Le pietre d’incanto
discorso su Auschwitz che comincia a Reggio Emilia
pronunciato a Reggio Emilia
nella sala stampa del teatro Valli
l’8 dicembre del 2014

Buongiorno.
Sono contento quando vengo a Reggio Emilia, e mi piace molto venire in questo teatro, e sono contento che l’istoreco mi abbia invitato a collaborae per il viaggio della memoria di quest’anno e a chiudere questa passeggiata per la città che abbiamo appena fatto e dove ci hanno raccontato dove sarenno messe le pietre d’inciampo che stanno per essere posate, cioè nei posti dove, l’8 dicembre del 1943 alcuni ebrei reggiani sono stati arrestati perché erano colpevoli di essere ebrei.
Allora, premetto che siccome quest’anno, praticamente, questa è la prima cosa che facciamo, non abbaimo ancora cominciato a lavorare, mi sono sentito autorizzato a rielaborare dei lavorai che avevo fatto nel 2009 con Istoerco e negli anni successivi con La fondazione Fossoli, con i quali sono stato ad Auschwitz per qualche anno.
Dopo, stamattina, intanto che sentivo gli storici delli’istoreco che parlavano delle pietre d’inciampo, a me è venuto in mente che questo discorso forse era meglio cambiargli titolo, perché io pensavo di chiamarlo L’incanto, invece forse è bene chiamarlo Le pietre d’incanto, perché io immagino che alcune di queste pietre produrran dell’incanto, che l’incanto uno non lo direbbe mai, che lo trova.
Cioè il momento prima di trovare l’incanto non ti succede mai che pensi Ecco io adesso, tra un momento, trovo l’incanto.
Se no era troppo facile.
Non so se si capisce.
Adesso mi spiego.
AlIora io, sabato mattina, quando sono arrivato a casa, ho acceso computer, dovevo cominciare a scrivere questo discorso, solo che il computer non si è acceso, mi è apparsa una specie di cartella grigia con un punto interrogativo lampeggiante. Allora cos’ho fatto, ho spento il computer, l’ho riacceso, mi è riapparsa una cartella grigia con un punto interrogativo lampeggiante.
Ho fatto così sei o sette volte, dopo ho pensato che non è che potevo andare  avanti tutto il giorno a accendere e spegnere il computer, dovevo anche andare a correre, allora sono andato a correre, quando son tornato da correre ho acceso il computer, cartella grigia con punto interrogativo lampeggiante.
Allora ho fatto una commissione, dovevo andare nella scuola di mia figlia ad aiutare a mettere le luci per la festa di natale, dopo ho fatto una minima spesa, sono andato a mangiare, ho chiesto alla mamma di mia figlia, che lei, di computer, ne sa più di me, se provava a vedere se riusciva ad accenderlo, niente da fare, non c’è riuscita.
Non mi andava più il mio computer.
Che è stata una cosa, da un certo punto di vista, incantevole, una solitudine, senza il mio computer, ci son delle solitudini che hanno un buon odore e quella lì, mi è sembrato, era una di quelle si stava anche bene, senza computer, l’unico problema era che, entro lunedì mattina, avrei dovuto scrivere questo disccrso, è vero che era sabato potevo andare a farlo riparare solo che non potevo, che erano già quasi le due, dovevo pulire in casa mia che la sera sarebbe venuto un amico di mia figlia a dormirci, che io quella notte avrei dormito a Milano, e poi dovevo appunto andare a Milnao avevo un treno che partiva alle sedici e trentotto, non c’era mica tanto da ballare, e allora come ho fatto, vi chiederete.
Ho preso un altro computer.
Ne ho altri due.
Ho usato uno di quelli.
Un computer vecchio del 2009 che però è venuto buono perché era il computer con il quale avevo lavorato a un altro lavoro che avevo fatto con l’istoreco, lavoro che si chiamava Hai sentito che storia ed era una specie di audioguida ai luoghi reggiani della resistenza, alcuni dei quelli son quelli che abbiamo visto oggi e che io ho visto per la prima volta allora, cioè li avevo già guardati ma non li avevo visti. Non so se si capisce.
Io per esempio, qui, la via Emiila, quella parte della via Emilia che si chiama Via Emilia Santo Stefano, c’è una stradina, che si apre tra i negozi Cimurri uomo e La griglia (macelleria e gastronomia) che si chiama via dell’aquila e all’ingresso di questa stradina, fino a qualche anno fa si vedevano ancora dei cardini, segno che lì, tempo prima, c’era un portone. Il portone c’era stato messo in seguito a una bolla papale, la bolla Cum nimis absurdum  emanata da papa Paolo IV il 14 luglio 1455.
Cum nimis absurdum significa Poiché è oltremodo assurdo, e sono le prime parole della bolla, che fa così:

«Poiché è oltremodo assurdo e disdicevole che gli ebrei, che sono condannati per propria colpa alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di esser protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo ai cristiani, mostrare tale ingratitudine verso di questi da rendere loro ingiuria in cambio della misericordia ricevuta, e da pretendere di dominarli invece di servirli come debbano; Noi, avendo appreso che nella nostra alma Urbe e in altre città e paesi e terre sottoposte alla Sacra Romana Chiesa, l’insolenza di questi ebrei è giunta a tal punto che si arrogano il diritto non solo di vivere in mezzo ai cristiani, ma anche in prossimità delle chiese senza alcuna distinzione nel vestire, e che anzi prendono in affitto case in vie e piazze principali, acquistano e posseggono immobili, assumono balie e donne di casa e altra servitù cristiana, e commettono altri misfatti a vergogna e disprezzo del nome cristiano […] volendo prima di tutto, con l’aiuto di Dio, provvedere al bene, ordiniamo che per i tempi futuri e in perpetuo, nell’urbe come in altre città e paesi sottoposte alla Sacra Romana Chiesa, tutti gli ebrei debbano vivere nello stesso, o se ciò non è possibile in due o tre o in tanti quartieri quanti ne siano necessari, dice l’inizio della bolla Poiché è oltremodo assurdo, e dopo continua, e stabilisce per gli ebrei l’obbligo di Abitare in un luogo separato dalle case dei cristiani, il cosiddetto ghetto, che nella bolla viene chiamato  il serraglio, serraglio che doveva avere un solo ingresso e una sola uscita, e che di notte doveva essere chiuso, e tutti gli animali dentro, e due sentinelle cristiane all’ingresso a controllare pagate dalla comunità ebraica. La bolla stabilisce l’obbligo di portare un segno distintivo di colore giallo (un cappello giallo per gli uomini e un fazzoletto giallo per le donne); l’obbligo di non tenere servitù cristiana; l’obbligo di non lavorare durante le festività cristiane; l’obbligo di non prestare denaro a cristiani; l’obbligo di mantenere buoni rapporti con i cristiani e l’obbligo di redigere tutti i libri contabili della comunità in lingua italiana o latina; il divieto di esercitare alcun commercio al di fuori di quello degli stracci e dei vestiti usati con l’esplicito divieto a commerciare «beni alimentari destinati al sostentamento umano»; il divieto di curare cristiani, per i medici ebrei; il divieto di farsi chiamare con l’appellativo di «signore» da alcun cristiano, ho scoperto quando ho fatto quell’altro lavoro per Istoreco, nel 2009, e ho scoperto che Reggio Emilia non faceva parte delle terre sottoposte alla Sacra Romana Chiesa, per questo la bolla papale non ebbe, a Reggio Emilia, applicazione immediata; solo nel 1669, la duchessa Laura Martinozzi, reggente lo stato per conto del figlio minorenne, cedendo, sembra, alle pressioni del suo confessore, istituisce il ghetto di Reggio Emilia, nel quale gli ebrei furono costretti solo a partire dal 1671. Erano, allora, 855. È per quello che, in via dell’Aquila, le case sono più alte del resto del centro di Reggio Emilia, perché, per un secolo e mezzo, la comunità ebraica di Reggio Emilia poteva crescere in una sola direzione: verso l’alto, cosa che io, adesso, dopo che ho fatto questo lavoro sui luoghi della resistenza, la vedo, prima non l’avevo mai vista.  Guardavo quel tratto lì di Via Emilia Santo Stefano come se fosse un tratto normale, perché lo guardavo e non lo vedevo che è una cosa che, a me, mi succede spessissimo.

Ecco, poi, in quella ricerca lì avevo imparato che il ghetto di Reggio Emilia è stato abolito alla fine del settecento, e le persecuzioni nei confronti degli ebrei, a Reggio Emilia e in quasi tutt’Italia sono finite con la fine della seconda guerra di indipendenza per ricominciare nel 1938, con l’introduzione delle legge razziali.

Apro una piccola parentesi: quando ho fatto quel lavoro con l’istoreco io mi ricordo che avevo trovato un discorso dell’ex presidente della Camera Gianfranco Fini che si meravigliava che, in un paese così cattolico come l’Italia, fossero state istituite le leggi razziali contro gli ebrei, e io avevo pensato che, se consideriamo l’origine dei ghetti, una bolla papale, e se pensiamo che il termine ghetto è una parola italiana, mi sembra che non ci sia niente da meravigliarsi, che in un paese cattolico come l’Italia siano state istuituite le leggi razziali contro gli ebrei, chiusa la parentesi.

Le legge razziali italiane sono talmente dettagliate e variegate, nei loro successivi perfezionamenti, dal 38 al 44, che riassumerle tutte, nel tempo che abbiamo a disposizione, è una cosa impossibile, però ad ogni modo è un argomento sul quale vale forse la pena di fermarsi un attimo.

Il 17 novembre del 1938, Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e per volontà della nazione, su proposta del Duce, Primo Ministro Segretario di stato, Ministro per l’interno, di concerto con i ministri per gli affari esteri, per la grazia e giustizia, per le finanze e per le corporazioni ha decretato, tra le altre cose, Che il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza era proibito, e Che gli appartenenti alla razza ebraica non potevano avere alle proprie dipendenze, in qualità di domestici, cittadini italiani di razza ariana, e, che le amministrazioni civili e militari dello stato, così come le amministrazioni delle province, dei comuni e delle aziende municipalizzate, così come le amministrazioni degli Enti parastatali, delle opere Nazionali, delle Associazioni sindacali e degli Enti collaterali, e, in genere, di tutti gli enti e Istituiti di diritto pubblico, anche con ordinamento autonomo, così come le banche di interesse nazionale, e le aziende private di assicurazione, non potevano avere alle proprie dipendenze persone appartenenti alla razza ebraica.

E il 7 febbraio 1939, sempre Vittorio Emanuele III, sempre per grazia di Dio e per volontà della nazione e sempre su proposta del Duce, Primo Ministro Segretario di Stato e Ministro per l’interno e del loro Ministro Segretario di Stato per l’educazione nazionale, di concerto con quello per le finanze, ha decretato che Alle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, frequentate da alunni italiani, non potevano essere iscritti alunni di razza ebraica, e che nelle scuole d’istruzione media frequentate da alunni italiani era vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza ebraica, e che il divieto si estendeva anche ai libri che fossero frutto della collaborazione di più autori, uno dei quali fosse di razza ebraica, nonché alle opere che fossero commentate o rivedute da persone di razza ebraica, e che per i fanciulli di razza ebraica fossero istituite speciali sezioni di scuola elementare nelle località in cui il numero di essi non fosse inferiore a dieci, e che in quelle scuole i libri di testo fossero quelli di Stato, con opportuni adattamenti, approvati dal Ministro per l’educazione nazionale, dovendo la spesa per tali adattamenti gravare sulle comunità israleite. E il 30 novembre del 1943, il ministro fascista Buffardini-Guidi ha dato l’ordine di Procedere immediatamente al fermo di tutti gli ebrei […] facendoli rinchiudere nelle locali carceri giudiziarie.

E il due dicembre, a Reggio Emilia, li andarono a cercare.

In provincia di Reggio, a Correggio, Lucia Finzi sembra sia stata avvisata da un carabiniere, mandato dal maresciallo, che le avrebbe detto di andare via da casa il più presto possibile per non essere arrestata.

Lucia sembra sia andata allora alla caserma dei carabinieri per spiegare che lei Non aveva fatto niente di male. Sembra che sia entrata nella stanza del maresciallo nel momento in cui era presente un gerarca fascista, e che allora l’arresto fu inevitabile.

Nel dicembre del 1944, gli ebrei di Reggio Emilia finirono nel carcere di San Tommaso: Antonio Zambonelli, nel suo saggio Gli ebrei debbono scomparire dalla circolazione, pubblicato in 20 mesi per la libertà, scrive che Per alcuni dei detenuti dal registro del carcere risulta anche la statura. Quella delle tre sorelle Corinaldi era di un metro e quaranta centimetri. Quella di Beatrice Ravà di un metro e quarantacinque. Quattro donne anziane, scrive Zambonelli, piccole di statura, considerate dal Reich “millenario” pericolose al punto da meritare la morte.

Nel gennaio del 44 gli ebrei reggiani Corinaldi Ada, Corinaldi Bice, Corinaldi Olga, Finzi Lucia, Jacchìa Melli Lina, Melli Benedetto, Ravà Rietti Beatrice, Rietti Ilma, Rietti Jole, Sinigaglia Oreste lasciarono Reggio Emilia.

Il 18 febbraio del 1944 la loro presenza viene attestata nei registri del campo di Fossoli, vicino a Carpi.

Il 22 febbraio partirono da Fossoli con un treno di più di 600 ebrei arrestati nell’Italia settentrionale. Il treno arrivò ad Auschwitz il 26 febbraio del 1944, alle ore 21.

Ecco, i ragazzi che andranno ad Auschwtiz e a Birkenau, faranno lo stesso viaggio che hanno fatto quei signori e quelle signore, che erano ebrei che però è una cosa che io non riesco a capire, cosa vuol dire, essere ebreo, mi ricordo di aver visto un documentario su Roman Polanski, il regista, che era nato in Polonia e da piccolissimo si era trasferito con la sua famiglia a Parigi, e poi, quando Polanski era ancora piccolo che aveva, mettiamo, quattro anni, eran ritornati in Polonia, a Varsavia, se non sbaglio, pochi giorni prima che la Germania invadesse la Polonia e quasi subito poi, avevano trasferito la sua famiglia nel ghetto, e lui, non capiva perché dovevano cambiare casa, l’aveva chiesto ai suoi genitori Perché cambiamo casa? gli aveva chiesto, e i suoi genitori gli avevano detto Perché siamao ebrei, e lui, Polanski, un bambino di quattro anni, aveva chiesto ai suoi genitori: Ebrei? E cosa vuol dire, essere ebrei?

Ecco io, che di anni ne ho cinquantuno, e che son sette anni che tutti gli anni vado ad Auschwitz e a Birkenau, non l’ho ancora trovata, una risposta a queesta domanda, e secondo me una risposta non c’è, se è vero, come sembra abbiano scoperto i genetisti contemporanei, che le razze umane non esistono, e quello di Auschwitz e le teorie della superiorità della razza ariana, che sembra che non esiste, sarebbe un terribile abbaglio, e secondo me, proprio per il fatto che, probabilmente, è tutto un terribile abbaglio, i ragazzi reggiani che andranno quest’anno ad Auschwitz e a Birkenau, secondo me fanno bene, ad andarci, anche se non sono sicuro, perché parlare di Auschwitz e Birkenau, è una storia talmente grande, è talmente enorme, e inaudita, che io, la prima cosa che mi viene da dire, di Auschwitz e di Birkeanu, è che ne so poco, e fino a pochi anni fa, al 2008, che è stato l’anno che la Fondazione Fossoli, di Carpi, dove c’era il più grande campo di concentramento dell’Italia settentrionale, fino a quando loro mi hanno invitato la prima volta a andare ad Auschwtiz, fino ad allora, avevo già 44 anni, io non ne avevo voluto sapere, dei campi di sterminio, ogni volta che vedevo un’immagine che si riferiva a quel mondo lì, voltavo proprio le spalle, quando vedevo dei fili spinati, dei campi di sterminio, e dei gulag, che io, avendo studiato russo, son passato vicino anche a quell’altra, come dire, declinazione, di questa faccenda, i gulag, dei quali so poco anche di quelli, che uno potrebbe anche chiedersi, giustamente, come mai ne parlo, se ne so poco, be’, io ne parlo perché per me, il fatto di parlare di cose delle quali so poco, o, anche, di cose delle quali non so niente, be’ quello lì, per me, un po’, è il mio mestiere.

Che il mio mestiere, uno pensa che uno che scrive dei libri abbia un’idea alta, magari, di sé, della sua intelligenza, e può darsi che ci sia della gente anche così, e fanno benissimo, ma io mi ricordo, una quindicina di anni fa, avevo appena cominciato a scrivere, io mi ricordo ero a Parma, in centro, in mezzo alla gente, avevo sentito uno che diceva «Oh, deficiente!», e mi ero voltato, convinto che mi chiamasse me e quello lì è stato un momento che io son stato contento, un piccolo incanto anceh quello, che all’inizio subito io non capivo perché ero contento, a rendermi conto di avere un’autostima, se così si può dire, ai minimi storici, e dopo a pensarci io ho pensato che scrivere, per me, io per mettermi a scrivere, ero già grande, avevo più di trent’anni, per provare a scrivere ho dato le dimissioni da un lavoro normale, che facevo il responsabile amministrativo di una ditta che lavorava in Francia, e ero nel mondo, dentro un organigramma, avevo il mio ruolo preciso, ero lì, a metà strada, impegnato a salire e scrivere, per me, aveva voluto dire uscire dall’organigramma, venirne fuori, rifiutare l’idea che dovevo sforzarmi per essere più bravo, più furbo, più ricco degli altri, per me scrivere voleva anche dire, in un certo senso, avere la patente del deficiente, per questo ero contento quando mi ero girato a sentire dire «Oh, deficiente» e devo dire che, a distanza di anni sono ancora convinto che, se uno non si compiace troppo, della propria deficienza, la consapevolezza della propria deficienza è una cosa buona.

Il discrimine (o un discrimine) è forse proprio quello: rendersi conto della propria deficienza, o non rendersene conto. Che essere intelligenti, secondo me, io non so se ne esistono, di persone intelligenti.

Ma magari mi sbaglio.

E la prima volta che sono entrato a Birkenau, non ad Auschwitz, a Birkenau, ci son stati davvero dei momenti che mi veniva da voltare le spalle, come quando, dopo che una guida, senza nessuna enfasi ci aveva raccontato com’era organizzato il campo, e ci aveva detto che quelli che vedevamo, quella distesa di camini, era quel che era rimasto delle baracche, e ogni baracca ne aveva due, e non funzionavano quasi, perché non c’era niente con cui accenderli, e sembra che li avessero fatti per dimostrare che i detenuti venivano trattati bene, che stavano al caldo, e io mi ero chiesto se era vero, e se fosse stato vero sarebbe stato stranissimo il fatto che quel che era rimasto, quel che era durato più a lungo, la testimonianza, per così dire, era la cosa che non serviva, la cosa finta, mentre la cosa vera, il legno delle baracche, il legno dei letti a castello, per la maggior parte era marcita, alla fine di questa visita, stavo dicendo, dopo che ci avevano spiegato come era organizzato il campo, e da dove arrivavano i deportati, dove si fermavano, e le strade che prendevano, la maggior parte verso le camere a gas, gli altri verso le baracche, dopo che avevamo visto le foto dei deportati in divisa, quella famosa, a strisce, con i triangoli di colori diversi a seconda delle categorie, dopo che avevamo visto i forni crematori, che erano gli strumenti per lo smaltimento dei rifiuti, in un certo senso, dopo che avevi in testa tutta questa metafisica dell’orrore, che Birkenau, non Auschwitz, Birkenau, aveva una cosa stranissima, che visto da fuori poteva essere qualsiasi cosa, una fabbrica, una fattoria modello, un villaggio vacanze, e aveva un ordine, una specie di incanto geometrico, tedesco, anche nel nome, Birkenau, che dava ai sensi l’idea di qualcosa di leggero, di pulito, di buono, e invece era Birkenau, dopo tutte queste cose, dicevo, il primo anno, io mi son trovato davanti a un muro con le fotografie dei deportati, quelle che si erano portati loro da casa, fotografie della vita di prima, e mi ero accorto che quella gente lì era della gente normale, come me, che fumavan la pipa, che andavano al mare, che stavano sopra le sdraio con degli accappatoi bianchi, che guardavano in macchina trattenendo un sorriso, che facevano il bagno nel fiume con i mutandoni, che andavano a cavallo, sulle altalene, che si vestivano bene per andar dal fotografo, ecco lì, allora, mi era venuto l’impulso di voltare le spalle, che in quelle cose normali, banali, la pipa, le altalene, avevo ritrovato le cose normali, banali, di casa mia, e mi eran venute in mente tre cose, uno scrittore francese, Georges Perec, il cui padre Icek Perec, ebreo polacco, è morto in guerra e la cui madre Cyrla Szulewicz, ebrea polacca, è morta ad Auschwitz, che una volta ha scritto «Il tempo che passa (la mia Storia) deposita residui che si accumulano: foto, disegni, feltri di pennarello da tempo asciugati, cartelline, vuoti a perdere e vuoti a rendere, imballaggi di sigari, scatole, gomme, cartoline, libri, polvere e soprammobili: ed quel che io chiamo la mia fortuna»,  ha scritto Perec, e mi è tornato in mente a Birkenau, e poi mi è tornata in mente mia mamma, che una volta, eravamo a casa sua a Basilicanova, in provincia di Parma, e lei aveva una scatola di latta di quelle grosse, che ci si tenevano dentro i biscotti, e era piena di bottoni, e io le ho chiesto, un po’ prendendola in giro, a me ogni tanto mia mamma mi viene da prenderla in giro, «Hai un po’ di bottoni?», le ho chiesto, e lei mi ha guardato mi ha riposto, seria, «C’è tutta la storia della nostra famiglia, in quella scatola lì» e io mi sono sentito così coglione, e ho pensato che era vero, che quei bottoni lì, se avessero potuto parlare, avrebbero raccontato tutta la storia della nostra famiglia, e poi, la terza e l’ultima cosa che mi viene in mente, che non mi è venuta in mente allora nel 2009 perché allora ancora non c’era, mi viene in mente adesso nel 2013 nel momento in cui scrivo questo discorso è un film  di Nico Guidetti e Matthias Durchfeld, che hanno fatto un film, che si intitola Il violino di Cervarolo, che racconta del processo, che c’è stato recentemente, a Verona, nel 2012, per la strage di Cervarolo del 20 marzo del 1944, quando 24 persone furono messe in fila sull’aia di quel paesino dell’appennino reggiano e uccise dai nazisti.

Una signora, che all’epoca era una bambina e che, in previsione del pericolo, era stata mandata via da Cervarolo, racconta al processo di quando è tornata e, dopo che il che il corpo del padre era stato riesumato, avendolo trovato in avanzato stato di decomposizione, non sapendo come fare altrimenti, l’ha riconosciuto da un bottone. E ai giudici ha detto tirando fuori il borsellino, «Ce l’ho qui, quel bottone».

Ecco. Noi tutti crediamo di sapere cos’è un bottone, ma di fronte a quel bottone, ecco, quel bottone non era un bottone, era un bottone che se avesse potuto parlare, ci avrebbe raccontato la nostra storia, e la storia straordinaria di quel bottone, se noi fossimo stati lì in quell’aria di tribunale di Verona, nel 2012, noi tutti credo, ci saremmo piegati su quel bottone non come degli esperti di bottoni, non come della gente che sa benissimo cosa sono i bottoni, ma come della gente che, alla vista di un bottone, sgrana gli occhi con l’incanto di chi non ha mai visto un bottone in vita sua.

Ci saremmo comportati, lasciatemelo dire, come dei deficienti.

E, forse sono io, ma mi vien quasi da dire che io, nella mia vita, i momenti che mi comporto da deficiente, sono i momenti che son più intelligente, anche se poi, non so, per esempio, io una volta ogni due mesi, devo pulire le scale del mio palazzo. Che poi non è un palazzo, due piani. È una casa. Una casa. Costruita agli inizi del novecento. Adesso ci abitano sette famiglie. È una casa, sulla strada. Lo facciamo a turno, una famiglia a settimana. Scopo e passo lo straccio, a me piace molto passare lo straccio, e di solito, quando pulisco le scale, mi vien da pensare a una volta, dieci anni fa, quando avevo appena firmato il primo contratto con Einaudi, e ero appena venuto a abitare a Bologna, e ogni tanto lavavo i piatti, e una volta che lavavo i piatti mi ricordo avevo pensato: «Guardalo qua, uno che sta pubblicare per Einaudi, guardalo qua a lavare i piatti. Che umiltà», avevo pensato. Poi mi ero fermato nel mio lavaggio dei piatti e avevo pensato: «Ma sei deficiente?». Ecco in quel momento lì, non ero stato particolarmente intelligente, nel mio comportamento da deficiente, e adesso, non che pensi così, però tutte le volte che son dietro lavare le scale, non che lo pensi, ho sotto traccia dentro al cervello una specie di benessere che viene da due cose, credo, la prima cosa che mi piace un condominio, non è un condominio, è una casa, mi piace un condominio dove i condomini ci pensano loro, alle pulizie, le fanno loro, la seconda cosa che mi piaceva pensare che io, che sono uno che pubblica per Einaudi, una volta ogni due mesi prendo la scopa e lo straccio e mi metto a pulire le scale di casa mia. Che umiltà, penso. Cioè non che lo pensi, ce l’ho un po’ lì, sottotraccia, e un po’ lì sottotraccia appena dietro resta l’altro pensiero: “Ma sei deficiente?”. E c’è una specie di doppio compiacimento, prima di essere umile, e poi di essere deficiente.

Però, devo dire, quei momenti lì che guardi le cose con quell’avidità lì del deficiente, cioè le guardi come se le vedessi per la prima volta, come se non avessi mai visto un bottone, ecco quella cosa lì a me è successa anche a Birkenau, quando per esempio, durante la cerimonia ufficiale, il 26 gennaio del 2009, i primi che si sono avvicinati al monumento che c’è alla fine del viale di Birkenau, per deporre le loro corone di fiori, era un gruppetto di dieci–dodici ex deportati, dei vecchietti, e delle vecchiette, con i fazzoletti bianco–azzurri al collo, e uno camminava con le stampelle, e facevan fatica, e uno ha fatto cadere il lumino che aveva, e a me è venuto da pensare che bisognava far delle fotografie a quelle facce lì e metterle in tutte le case e negli uffici pubblici al posto delle foto dei presidenti della repubblica, secondo me.

E quando poi, tra tutte le altre delegazioni ufficiali degli stati che si son succedute, rappresentanti dei paesi che hanno avuto delle vittime ad Auschwitz, armeni, croati, ungheresi, francesi, slovacchi, maltesi, cechi, serbi, svedesi, tedeschi, sloveni e altri ancora (l’Italia non era rappresentata), si sono avvicinati due signori, rappresentanti del popolo rom, che avevan due cappelli a tesa larga, come si dice, un po’ da cow boy, e uno dei due aveva il pizzetto e il codino, e un’aria un po’ da puttaniere, e uno si immaginava una Mercedes un po’ impolverata che l’aspettava fuori, e vedere la proprietà con la quale quei due stavan lì  dentro, era una cosa che riempiva gli occhi, e non ti stancavi mai di guardarli, come se non avessi mai visto in vita tua dei bottoni.

Apro una brevissima parentesi sulla contemporaneità, qualche giorno fa mi hanno chiesto cosa penso del leghista Salvini che contesta la legittimità dei campi Rom, ecco quando penso ad Auschwitz penso sempre a quel signore con il cappello da cow boy e che era così dignitoso, in quella cerimonia ufficiale, quando penso alla Lega invece mi vengon sempre in mente i figli di Bossi che per loro dev’essere un po’ difficile, farsi vedere in giro, in questi anni, chiusa la parentesi.

E una volta, sempre nel 2009, quando ero uscito dalla sauna di  Birkenau, che è quel posto dove ci sono le fotografie, e avevo guardato lontano, fuori dai confini del campo, e avevo visto una casa, che sembrava recente, costruita al massimo negli anni sessanta, e avevo pensato “Ma questa gente qua come fa, a vivere qui?” E dopo, uscito dal campo, era passato un autobus, polacco, pieno di polacchi, com’è naturale, che abitavano lì, e che usavan quell’autobus per andare a casa, o per andare in città, e mi guardavano, e io li guardavo, e mi sembrava stranissima, la loro tranquillità: passavan davanti a Birkenau, come se niente fosse, come se fosse un paesaggio abituale, come se loro lo sapessero benissimo, cosa sono i bottoni.

E il giorno dopo, quando siamo tornati a Birkenau dopo essere stati ad Auschwitz, ad Auschwitz uno, che è tutto diverso, vedrete, è un museo, e dove mi era successo ancora di voltare le spalle dopo che la nostra guida polacca ci aveva indicato una specie di baldacchino di legno e ci aveva detto, in ottimo italiano, e con un tono deciso che tradiva una certa soddisfazione, che l’ex direttore nazista del campo, Rudolf Franz Höss, dopo essere stato arrestato in Germania, dove si era nascosto sotto falso nome, era stato trasferito in Polonia e lì processato e condannato all’impiccagione e la sentenza era stata eseguita ad Auschwitz ed era stata costruita appositamente una forca «Che è quella lì», ci aveva detto la nostra guida indicando il baldacchino, quel pomeriggio, quando siamo tornati poi a Birkenau, nel 2009, io mi sono trovato a entrare nel campo di Birkenau parlando di letteratura italiana con Andrea Bajani e e senza far caso per niente al posto in cui eravamo, l’avevo visto il giorno prima e era già un paesaggio abituale, mi comportavo come se lo sapessi benissimo, cosa sono i bottoni, ero già fin troppo esperto, di Birkenau, dopo un giorno, io che il giorno prima mi meravigliavo dei polacchi.

E allora, non lo so, io penso che, è difficile, non è facile, ma a me sembra che sarebbe una gran cosa riuscire a guardare le cose con quell’attenzione lì, da deficienti, come se le si vedesse per la prima volta. Una volta, in un suo articolo, Tolstoj, il grande scrittore dell’ottocento si chiede ma perché denudare degli uomini, gettarli a terra e colpirli sulla schiena con le verghe, e colpirli ancora sulle natiche nude? Perché ricorrere a questo metodo stupido e barbaro piuttosto che a un altro, per causare dolore a un uomo? Per esempio, perché non gli si conficcano degli aghi nelle spalle o in un’altra parte del corpo, perché non gli si serrano in ceppi le mani o i piedi, o non si inventa qualche altro sistema analogo?

Questa pratica descritta da Tolstoj era molto comune in Russia, alla sua epoca. Denudare degli uomini, gettarli a terra, e colpirli sulla schiena con le verghe, e poi colpirli sulle natiche nude, corrispondeva alla pratica della fustigazione, che era una pena accessoria al carcere e era una pena che qualsiasi padrone poteva comminare, senza processo, ai propri servi, e l’ottanta per cento della popolazione russa, all’epoca, era in stato di servitù della gleba, erano schiavi, e il dibattito sulla liceità della fustigazione era molto acceso, come si dice, e se Tolstoj avesse detto Perché fustigare degli uomini, tutti avrebbero capito di cosa si trattava, ma la fustigazione, la cosa in sé, sarebbe passata davanti ai lettori come imballata. Ognuno avrebbe richiamato il proprio concetto di fustigazione, avrebbe magari ricordato le discussioni sulla liceità di fustigare i servi della gleba, avrebbe ricordato la propria opinione in proposito e avrebbe pensato Ecco vedi, Tolstoj, rispetto alla fustigazione la pensa così. Invece Tolstoj, facendosi stupido, o deficiente, guardando alla fustigazione come se non la conoscesse, come se la vedesse per la prima volta, vedendo nei fustigati non dei fustigati ma degli uomini denudati, gettati a terra, colpiti sulla schiena con le verghe e poi colpiti sulle natiche nude, Tolstoj risuscita, nei suoi lettori, la fustigazione, gliela rende sensibile, gliela fa vedere come se fosse nuova, gliela toglie dall’imballaggio, e il lettore non ha tempo di pensare alle sue convinzioni, ai dibattiti che ha sentito, ha gli occhi pieni di questi uomini denudati, gettati a terra e colpiti sulla schiena con le verghe e colpiti ancora sulle natiche nude.

Ecco questa pratica, che il critico russo Šklovksij ha definito straniamento, consiste nel descrivere le cose come se le si vedesse per la prima volta, e a pensarci, è vero, Tolstoj, in quel pezzo lì sulla fustigazione, è come se non conoscesse nemmeno il concetto di fustigazione, e allora è necessario descriverlo, farlo saltar fuori, guardare questo processo con stupore, e scrivere, in fondo, secondo me, può esser forse semplicemente quello, farsi crescere dentro la pancia una piccola macchina per lo stupore, e questa pratica, dicevo, lo straniamento, vedere le cose come se le si vedesse per la prima volta, fare finta di non conoscerle, non è solo uno strategia letteraria, è una cosa che succede anche nella vita di tutti i giorni. C’è una canzone dove l’io narrante, quello che parla, è un babbo che si rivolge a suo figlio adolescente e gli dice Oh, son tuo padre, non son mica un mobile. Ecco a me, e credo a tutti noi, è successo molte volte di girare intorno ai miei famigliari come se fossero dei mobili, delle rotatorie, come se avessero un imballaggio, di riconoscerli senza vederli, eppure ogni tanto, mi ricordo in particolare una volta, io ho vissuto per un po’ di anni insieme a mia nonna, mia nonna è entrata all’improvviso nella stanza io non me l’aspettavo, l’ho vista d’un tratto senza imballaggio da nonna, e mi sono accorto che era una donna, che le scorreva il sangue nelle vene e è stato un momento memorabile, ho visto mia nonna come se la vedessi per la prima volta, che è una cosa che non succede quasi a nessuno, è successa a un vostro concittadino, nel senso di un modenese, uno scrittore che si chiama Antonio Delfini con suo babbo, ha visto suo babbo per la prima volta quando suo babbo era già morto, ed era più giovane di lui, e questa cosa stupefacente la racconta in un libro stranissimo che si intitola Modena 1831 città della Chartreuse dove dice tra le altre cose che il il protagonista della Certosa di Parma, Fabrizio Del Dongo, non era ispirato a un parmigiano, era ispirato a un modenese, anzi, a un carpigiano, anzi,  a uno di Migliarina, Ciro Menotti.

Ecco questa cosa qua a me mi colpisce perché un po’ di tempo fa, ormai sarà vent’anni fa, mi trovavo a Mosca, sulla piazza Rossa, c’era della gente che con una gita organizzata stavano per visitare le chiese del Cremlino, con una guida russa, io ho chiesto se mi potevo unire, «Certo, mi ha detto la guida, di dov’è lei?» «Sono italiano». «Sì ma, italiano di dove?». «Italiano di Parma». «Ah, Parma, che città meravigliosa», mi ha detto la guida. «Ah, le ho detto io, c’è stata?». «No, mi ha detto lei, ma ho letto La certosa di Parma, ha detto».

Ecco, la cosa strana, è che, andarci a vedere, c’è un saggio di Magnani, sulla Certosa di Parma, dove si vede che Stendhal, la vicenda storica dalla quale trae spunto, era una vicenda romana, e che lui la voleva collocare in un piccolo stato, perché di mestiere faceva il diplomatico e non voleva aver guai con degli stati grandi, e andavan bene sia Modena che Lucca che Parma, solo che Modena e Lucca secondo lui poi i duci di Modena e Lucca magari s’arrabbiavano, invece Parma andava bene perché era uno staterello che contava poco e a Parma c’era la duchessa Maria Luigia che lui, Stendhal, che era devoto a Napoleone, la chiamava La femme de ménage, se non ricordo male, e non la poteva sopportare perché aveva ripudiato suo marito dopo che era caduto in disgrazia.

Difatti, andare a leggere il romanzo, Parma sembra il buco del culo del mondo, un posto con dei governanti ignoranti, corrotti, dove non succede mai niente, il regno della noia, dell’ignoranza e dell’ipocrisia e una cosa bellissima è che oggi, passati quasi duecento anni, quel romanzo lì è una delle principali glorie di Parma nel mondo e l’albergo più importante di Parma si chiama Hotel Stendhal, o perlomeno così si è chiamato per molti anni adesso ultimamente ne han fatti dei nuovi che son più importanti di lui.

Ancora più incredibile è il fatto che uno di Modena dica «No, quel posto lì descritto da Stendhal, quel posto schifoso lì, non è Parma, è Modena», ma Delfini era bello per quello, che era un marziano, e quel libro lì, Modena 1831 città della Chartreuse c’è una cosa, subito all’inizio, che se mi permettete ve la leggo, è brevissima, e fa così:

 

Il giorno 7 febbraio venivo chiamato al telefono. Mi si diceva che la Mamma era gravissima. Invece era morta la sera prima.

 

La sera del giorno 6 ero stato in trattoria con due cittadini di quella città alla quale avevo inteso, e intendevo, portar via il romanzo per cui va celebre in tutto il mondo.

Durante il viaggio, sul treno che mi portava a Modena, il mio pensiero non esisteva più. La mia testa era imbottita, oltre che di dolore, dell’immagine e delle immagini di Colei che era stata la Mia mamma, di colei che mi aveva insegnato nella vita esserci una sola cosa che abbia valore: la Grazia. /…/

La mamma era stata, oltre che mia madre, la cugina più vicina della mia parentela. Essa era stata la mia sola vera Fidanzata. Avrei dovuto e voluto essere il Suo custode. Se ho sempre mancato al mio dovere, niente di male per Lei. Il Suo custode fu sempre presente in Lei stessa. C’era del resto Chi L’aspettava. Il papà, morto il 28 giugno 1909, la stava aspettando da 53 anni. Sorridente, dolce, scanzonato, aspettava la Mamma. Intatto nel viso, nel corpo, nella barba, nei capelli (così come risultò all’apertura della cassa, nel cimitero di Modena, la mattina del 10 febbraio 1962, davanti a me e al mio giovane e carissimo cugino Paolo Tardini e al direttore del cimitero) egli si lasciò vedere da me per la prima volta nella mia vita. Non avevo mai avuto un ricordo visivo di lui. Lui, mio padre, aveva 33 anni; e io, suo figlio, cinquantaquattro. Unico al mondo, io credo, ho visto per la prima volta il papà: lui, in età di un mio figlio; io, in età di suo padre!

 

Ecco, io non so voi come la pensate, per conto mio, uno che scrive delle cose così può dire anche che Pierre Bezuchov, il protagonista di Guerra e pace, è di Sassuolo va bene lo stesso.

Ma tornando al nostro discorso forse sapete che per i ragazzi di Reggio Emilia che quest’anno vanno ad Auschwtz c’è la possibilità di fare un seminario di descrizione di descrizione, proveranno cioè a raccontare, per iscritto, quello che vedranno in questi giorni, descriveranno anche il viaggio in corriere e il ritorno, e anche l’albergo, e le cene, tutto, proveranno a raccontare tutto questo viaggio e io proverò a dar loro una mano che quella però è una questione, è possibile insegnare a scrivere o uno deve imparare da solo è una capacità innata, e, soprattutto, è possibile descrivere una cosa così grande, così enorme come Auschwitz e Birkenau?

Ecco, io, quand’ero un ragazzo, che avevo forse 14 o 15 anni, che a me piaceva disegnare, e avevo comprato i primi due numeri di quelle dispense che vendono in edicola, un corso di disegno, di quelle cose, come le enciclopedie, che si comprano solo i primi numeri e nel primo numero, mi ricordo, io mi immaginavo che mi avrebbero insegnato la tecnica, i chiaroscuro, le ombre quella roba lì e infatti insegnavano anche quella roba lì ma loro, la prima cosa che c’era scritto, era il fatto che sì, avrebbero insegnato la tecnica il chiaroscuro eccetera eccetera ma soprattutto, dicevano loro, quello che volevano insegnare a quelli che avrebero fatto quel corso, sarebbe stata la cosa più difficile da fare, per imparare a disegnare, e, secondo loro, la cosa più difficile da fare, per imparare a disegnare, era guardare. Allora io in quel momento lì mi ero sentito imbrogliato. “Guardare?”, avevo pensato, “ma io son capace, di guardare”, eran 14 o 15 anni che guardavo, mi ero anche un po’ offeso, come si permettono di pensare di insegnarmi a guardare, solo che poi, ero andato avanti a leggere, loro mi proponevano di fare una prova, quelli che avevano scritto quel manuale di disegno. «Provate a pensare a una persona che vedete spesso e che non è con voi in questo momento, provate a pensare alla sua testa, che forma ha? È più ovale o tonda? La linea delle orecchie è sopra quella delle sopracciglia? Che distanza c’è tra l’attaccatura dei capelli e la radice del naso? E tra il naso e il labbro superiore? Gli occhi ce li ha distanziati o ravvicinati?». Ecco io avevo pensato al mio compagno di banco, che si chiama Bruno Pelosi, e non avrei saputo rispondere a nessuna di queste domande. Avrei saputo soltanto dire che Bruno era biondo e aveva gli occhi azzurro. Ero così convinto di sapere com’era, il mio compagno di banco, Bruno Pelosi, che non lo guardavo, Bruno Pelosi mi stava di fianco, tutti i giorni, nel suo imballaggio da compagno di banco. E il giorno dopo, l’avevo guardato, avevo visto Bruno Pelosi. L’avevo visto fuori dall’imballaggio, aveva gli occhi molto ravvicinati, forse è la persona con gli occhi più ravvicinati che abbia conosciuto in vita mia, ma forse noi, che c’è una bibliotecaria, in provincia di Milano, che ho conosciuto qualche settimana fa, che secondo me ha gli occhi ancora più ravvicinati. E era stato un momento, una specie di incanto, guardare Bruno Pelosi e vederlo. Che io non lo avrei mai detto, che mi sarei incantato a vedere Bruno Pelosi, comunque questa cosa, di esser così convinti di conoscere una cosa che si smette di vederla non succede soltanto coi compagni di banco, o con i parenti, succede anche con le cose che studiamo. Io per esempio quando facevo la tesi, ho fatto la tesi su Velimir Chlebnikov, che Dio lo benedica, che è un poeta russo che una sua poesia comincia così: «Le ragazze, quelle che camminano, con stivali di occhi neri, sui fiori del mio cuore», ho fatto una tesi su Chlebnikov e quando scrivevo la tesi mi consideravo un esperto di Chlebnikov, e se sentivo qualcun altro che parlava di Chlebnikov, non lo stavo mica a sentire. Cercavo di interromperlo subito, e se continuava mi veniva proprio l’istinto fisico di andare via e intanto pensavo “Come si permette, questo, di parlare di Chlebnikov, che l’esperto di Chlebnikov sono io?” Cioè a me, dopo che avevo studiato le cose di Chlebnikov per qualche mese, mi eran cresciuti come dei paraurti retrattili davanti e didietro che saltavano fuori ogni volta che veniva fuori l’argomento Chlebnikov e che mi impedivano di avvicinarmi e di imparare di più, ero talmente convinto di saperne, su Chlebnikov, che su questo argomento ero diventato cieco, e sordo, non muto,  che ne parlavo continuamente anche a della gente che, poveretti, la poesia d’avanguardia dei primi anni del novecento nella Russia presovietica e sovietica non era stranamente un argomento che li appassionava, cioè io, all’epoca, quando facevo la tesi su Chlebnikov, con tutto che è stato un periodo bellissimo, che avere a che fare con i testi di Chlebnikov è veramente una fortuna e un privilegio, che prima che nascesse mia figlia io ho sempre pensato che quello è stato il momento più bello della mia vita, ecco, nonostante tutte queste cose belle, io ero un deficiente, ma non un deficiente di quella deficienza bella di uno che ha rinunciato a essere intelligente, no, lì era una deficienza brutta che dipendeva dal fatto che io pensavo di esser molto intelligente e la mia convinzione di essere molto intelligente e molto colto e molto preparato mi impediva di vedere le cose.

E questa cosa, forse mi sbaglio, ma una cosa del genere, forse, è successa anche al comandante di Auschwitz. L’ex comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, quello che è stato impiccato alla forca che la guida di Auschwitz che avevamo nel 2009 ha descritto con tanto orgoglio, ecco lui, Rudolf Höss, in attesa della sentenza ha scritto le sue memorie, che si intitolano, appunto, Comandante ad Auschwitz e che, in Italia, sono pubblicate da Einaudi.

Höss non racconta solo di Auschwitz, racconta tutta la propria biografia, dall’infanzia, e racconta anche di quando è stato in prigione per un omicidio politico, e di quando, dopo che il nazismo è andato al potere, si è arruolato nelle SS e è andato a lavorare a Dachau, che non era un campo di concentramento, ma un campo di lavoro, dove venivano reclusi gli omosessuali, i comunisti, gli antisociali, i testimoni di Geova, tutti quelli che venivano considerati, se ho capito bene, pericolosi per la società, da rieducare, e non avevano una condanna a tempo, cioè non c’era una pena temporale, non so, cinque anni, no, dovevano stare in quel campo lì e lavorare in quel campo lì fino a quando non fossero guariti dal loro difetto, che sarebbe stata l’omosessualità, o il comunismo, o l’antisocialità o la fede in Geova, e chi decideva, se non sbaglio, era il capo del campo, e la scritta che c’era all’ingresso, «Arbeit macht frei», il lavoro rende liberi, non era per deridere gli internati, era vera, in un certo senso, attraverso il lavoro quei carcerati potevano ottenere la libertà ed è in memoria di quel campo e di quell’esperienza, ci ha lavorato dal 34 al 38, che quando Höss viene trasferito ad Auschwitz, ha fatto fare una scritta identica all’ingresso di Auschwitz, che, a proposito di quella scritta, apro una breve parentesi, un po’ di tempo fa, qualche anno fa, a Chieti, il presidente della Provincia ha promosso una campagna per l’impiego che aveva questo slogan: «Il lavoro rende liberi».

Il depliant che pubblicizzava questa campagna aveva una nota del presidente che diceva «Non è una frase mia, non mi ricordo dove l’ho sentita, l’ho sentita da qualche parte e mi è piaciuta moltissimo e credo che sia proprio d’attualità».

Dopo quando gli han fatto notare che era la frase che era scritta sui cancelli di Auschwitz, lui ha detto «Ah, ecco, dove l’avevo sentita». E comunque si è rifiutato di chiedere scusa perché secondo lui, quella frase lì, al di là del fatto di Auschwitz, secondo lui era proprio una bella frase. Questo a proposito di deficienza, chiusa la parentesi.

Dicevamo che Höss, il comandante del campo di Auschwitz, nella sua autobiografia, a proposito di quel periodo dove era SS nel campo di lavoro di Dachau, scrive: «Ho un ricordo molto vivo della prima punizione corporale alla quale assistetti. Secondo le disposizioni di Eicke, a queste punizioni doveva assistere almeno una compagnia di SS. Due prigionieri che avevano trafugato delle sigarette al deposito, erano stati  condannati a ventiquattro frustate. La truppa venne schierata in quadrato aperto, armata; nel mezzo, il ceppo a cui legare i condannati.

Questi vennero condotti lì dai Blockführer. Appena giunse il comandante, i sottocomandanti di campo e il comandante di compagnia gli fecero rapporto. Il Rapportführer lesse la sentenza, e il primo prigioniero, un piccolo, irriducibile fannullone, dovette chinarsi sul ceppo. Due militi gli tenevano ferme la testa e le braccia, e due Blockführer eseguirono la sentenza, un colpo dopo l’altro. Il prigioniero non emise un grido. L’altro, invece, un politico grande e grosso, fin dalla prima frustata cominciò a urlare selvaggiamente, tentando di divincolarsi. Continuò a urlare così fino alla fine, sebbene il comandante gli avesse gridato più volte di smetterla. Quanto a me, stando in prima fila, fui costretto a guardare l’intero spettacolo.

Dico che fui costretto, perché se fossi stato in una delle file posteriori non avrei certo guardato. Quando l’uomo cominciò a urlare, provai ad un tempo freddo e caldo, e l’intero spettacolo mi sconvolse, del resto, fin dal primo istante. Più tardi, all’inizio della guerra, assistendo alla prima esecuzione, non provai lo stesso orrore di questa punizione corporale, ma non saprei certo spiegare il perché».

Ecco, secondo me, Höss, quella punizione lì l’aveva vista la prima volta, quando era stato costretto a vederla, e più avanti, «quando divenni comandante, ­– scrive, – e quindi responsabile io stesso delle punizioni da infliggere, fui presente assai di rado». Non le vedeva, per continuare a ordinarle, non le doveva vedere, non le doveva vedere più, doveva imballarle dentro la routine della sua giornata, doveva guradar da una parte non poteva guardarle.

Ecco i ragazzi di Reggio Emilia che andranno ad Auschwitz, secondo me avranno, se posso permettermi, un privilegio, che vedranno Auschwitz e Birkenau per la prima volta nella loro vita, e io, dopo faranno come vorranno, ma io credo che gli convenga provare a guardarli da deficienti, con gli occhi del deficiente che vive dentro di loro; se sanno qualcosa, per le ore che saranno lì, si dovrebbero dimenticare, dovrebbero cercare di vedere, di usare gli occhi, di sentire gli odori, di sentire quel che dicono le guide come se fosse la prima volta che sentono quelle cose, di fare funzionare quella macchina dello stupore che abbiamo, tutti, dentro la pancia,  allora è possibile che trovino l’incanto che, sembra incredibile, esiste anche ad Auscwitz, e a Birkenau, anche.

Grazie.