L’angolo dei valori

domenica 26 maggio 2013

Io qualche mese fa son stato a Reggio Emilia a un convegno sulla scuola e sull’educazione ai valori, e mi sono ricordato di quando facevo le elementari CHE ero contro il divorzio, perché ho fatto le elementari il periodo che c’era il referendum sul divorzio e la nostra maestra ci diceva in classe, a una classe di 30 bambini di 10 anni, che noi dovevamo convincere i nostri genitori che era bene che votassero no al divorzio perché il matrimonio era un vincolo indissolubile. Ci faceva venire in classe un frate (scuola pubblica, in Emilia Romagna, nel 1974) che ci diceva che gli uomini non potevano sciogliere i matrimoni, perché nessuno, in terra, poteva sciogliere quello che Dio aveva legato in cielo, e la maestra faceva uscire il frate e poi ci diceva «Ecco, cosa vi avevo detto io?». Quella signora lì, ho saputo trent’anni dopo, era stata lasciata dal marito, e credo che non avesse nessuna colpa, lei, poveretta, credo che fosse lei che aveva patito più di tutti, questo fatto, solo che la violenza che, in conseguenza del suo dolore, aveva fatto a una classe di trenta bambini di dieci anni, io me la ricordo ancora come una violenza insensata ed è forse per quello che quando sento parlare di educare ai valori io penso che ognuno, i valori, dovrebbe trovarseli per conto suo, e mia figlia, c’è una bambina che ha otto anni che ha l’avventura di esser mia figlia, io credo che mia figlia dovrà far la fatica, tremenda, mi rendo conto, di costruirselo da sola, l’angolo dei suoi valori, io posso solo accompagnarla, ho detto, e mi è venuta in mente una volta che lei, eravamo in bicicletta, era ancora piccola, avevamo uno di quei seggiolini che si metton davanti, sul manubrio, io non la vedevo in faccia ma sentivo quel che diceva e a un certo punto l’ho sentita dire «Io non le voglio, le righe», e io, non capivo, quel che diceva, le ho chiesto «Che righe?», e lei mi ha detto «Le righe che ci son sulla faccia», e io ho capito che voleva dire le rughe e le ho detto «Ah, va bene, non c’è problema, ci son dei medici che ti addormentano, quando sei grande che cominciano a venirti le righe, ti taglian la faccia, ti cuciono che non si vede niente quando ti svegli hai una pelle liscissima che sei senza righe», le ho detto, e lei ha taciuto un po’ e poi alla fine mi ha detto «No, io le voglio, le righe», e questo è l’unico modo, secondo me, in cui sono capace di influenzare i valori di mia figlia, facendo come se non li influenzavo e mi è venuta in mente una poesia di Rodari, abbastanza famosa che si intitola La mia mucca e che fa così:

La mia mucca è turchina / si chiama Carletto / le piace andare in tram / senza pagare il biglietto. // Confina a nord con le corna, / a sud con la coda. / Porta un vecchio cappotto / e scarpe fuori moda. // La sua superficie / non l’ho mai misurata, / dev’essere un po’ meno / della Basilicata. // La mia mucca è buona / e quando crescerà / sarà la consolazione / di mamma e di papà. // (Signor maestro, il mio tema / potrà forse meravigliarla: / io la mucca non ce l’ho, / ho dovuto inventarla.),

che è una poesia che quando l’ho letta io, da piccolo, mi era piaciuta, e quando l’ha riletta mia figlia, pochi giorni fa, è piaciuta anche a lei, e io, una delle cose per cui mi piace, è che dice una cosa che non si poteva tanto dire, a scuola, cioè che quel che si scrive nei temi, di solito, sono cose inventate, cioè relativizza il portato valoriale della scuola, se così si può dire, e per via dei valori, a pensarci io forse a scuola preferirei che a mia figlia le dessero degli strumenti, anziché dei valori.

[letto ieri in piazza Maggiore, a Bologna, dentro una manifestazione sul referendum sui finanziamenti alle scuole private che c’è oggi, domenica 26 maggio, a Bologna]