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La partecipazione

venerdì 24 novembre 2017

Non mi piaceva, la mia collega, Enrica Spadoni in Coltellini.
E non mi piaceva, il quotidiano per cui lavoravamo, Emilia Today (il vostro quotidiano preferito).
E non mi piaceva, la televisione alla quale collaboravamo, Emilia Together (la vostra televisione preferita).
E non mi piaceva, il mio mestiere, chissà perché lo facevo.
Ogni tanto dovevo scrivere delle cose, non so, una volta mi avevano chiesto di dire che cos’era la partecipazione, e io, la mia prima reazione era stata «Cosa vuoi che sappia io della partecipazione?».
Poi, ero in cucina, nella mia casa, non nella casa di Nilde, NELLA MIA CASA, e mi era venuto da pensare a una cosa che mi succedeva tutti gli anni a un festival di letteratura slava, in Cecoslovacchia quando mi invitavano ai festival di letteratura slava, tanto tempo prima, che c’era una piazza, centinaia di persone che, mossi dalla voce di qualcuno che era in piedi su un palco, cominciavano a respirare insieme, come se fossero un’unica bestia.
E io, che ero lì con loro, non ero più io, ero una parte di quella bestia.
Non so cos’era, aveva qualcosa, è difficile usare la parola magia, nel nostro secolo così poco avventuroso, ma era una specie di magia.
Mi succede ancora con mia figlia e con Nilde: son dei momenti, ce ne son tre o quattro all’anno, chissà cosa succede, chissà cos’è che li scatena, ma noi, in quei momenti lì, non siamo più tre, siamo un’unica bestia, e è una cosa, non so come dire, commovente, avevo pensato lì in piedi, nel bianco della mia cucina, più che in piedi in punta, di piedi, trattenendo il fiato, era stato un pensiero che era si sviluppato dall’inizio alla fine e intanto che lo pensavo io non mi vedevo ma se mi fossi guardato, probabilmente avrei visto che ero in punta di piedi e che tenevo le labbra come a pronunciare una u, come se fossi un barista.

[Paolo Onori, Fare pochissimo, Milano, Marcos y Marcos 2017, pp. 31-32]