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La miglior difesa

venerdì 2 maggio 2014

brodskij, clio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’idea di una fiera del libro nella città dove, cent’anni fa, Nietzsche perse la ragione ha, a suo modo, una curiosa circolarità. Un «nastro di Möbius» (comunemente noto come circolo vizioso), per essere precisi, visto che diversi stand di questa Fiera del libro sono occupati dalle opere scelte o dalle edizioni integrali del grande tedesco. In generale, l’infinità è un aspetto abbastanza tangibile del mestiere editoriale, non fosse altro perché estende l’esistenza di un autore defunto oltre i limiti da lui stesso immaginati, o fornisce all’autore vivente un futuro che tutti noi preferiamo considerare infinito.
Tutto considerato, i libri sono in effetti meno limitati delle persone. Anche i peggiori sopravvivono ai loro autori – principalmente perché occupano uno spazio fisico minore di coloro che li hanno scritti. Nella maggior parte dei casi stanno sugli scaffali ad assorbire polvere molto tempo dopo che lo scrittore stesso si è ridotto a una manciata di polvere. Eppure, persino questa forma di vita futura è migliore della memoria di pochi parenti superstiti o di amici sui quali non si può far conto, e spesso è precisamente la voglia di questa dimensione postuma a mettere in moto la penna dello scrittore.
Pertanto, quando prendiamo e rigiriamo tra le mani questi oggetti rettangolari – in ottavo, in quarto, in dodicesimo e così via –, non siamo poi troppo lontani dal vero immaginando di accarezzare, per così dire, le urne reali o potenziali delle nostre ceneri rispedite al punto di partenza. Dopo tutto, ciò che entra nella composizione di un libro – sia esso un romanzo, un trattato filosofico, una raccolta di poesie, una biografia o un giallo – è, in ultima analisi, la vita, e quella sola, di un uomo: buona o cattiva, ma comunque limitata. Chi ha detto che filosofeggiare è un esercizio di preparazione alla morte aveva ragione sotto molti punti di vista, perché nessuno ringiovanisce, scrivendo un libro.
Né si ringiovanisce leggendolo. Dato che questo è un fatto, la nostra preferenza naturale dovrebbe andare ai buoni libri. Il paradosso, però, sta nel fatto che in letteratura, come in quasi ogni altro campo, il «bello» non è una categoria autonoma: si definisce distinguendolo dal «brutto». Non solo. Per scrivere un buon libro, uno scrittore deve leggere un bel po’ di spazzatura, altrimenti non sarà in grado di sviluppare la necessaria capacità critica. Questo potrebbe costituire la miglior difesa della cattiva letteratura nel giorno del Giudizio; e questa è anche la raison d’être della cerimonia cui prendiamo parte oggi.

[Iosif Brodskij, Come leggere un libro (Intervento pronunciato all’inaugurazione del primo Salone del libri di Torino, nel maggio del 1988), in Profilo di Clio, traduzione di Arturo Cattaneo, Milano, Adelphi 2003 (2), pp. 77-78]