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John Cage, i nullisti, Daniil Charms e i nullologi

domenica 25 novembre 2012

Sabato 15 dicembre, a Bologna, in Sala Borsa, dalle 10 alle 18 circa, ci sarà un convegno sul nulla.
Il convegno chiuderà le celebrazioni che il comune di Bologna dedica al musicista americano John Cage, autore, come si sa, oltre che di svariate riflessioni sul silenzio, raccolte nel volume Silence (ed. originale 1961, in italiano Silenzio, Milano, Shake 2010, traduzione di Giancarlo Carlotti) di un celeberrimo pezzo musicale, intitolato 4’ e 33”, che consiste in 4 minuti e 33 secondi di silenzio.
Il pezzo, composto nel 1952 e scritto per qualsiasi strumento (o combinazione di strumento), immagino abbia un qualche rapporto con il primo testo presente in Silence, un manifesto sulla musica, anche quello del 1952, «scritto per Julian Beck e Judith Malina, direttori del Living Theatre, perché fosse inserito nel loro programma di sala mentre si esibivano al Cherry Lane Theatre, nel Greenwich Village di New York», manifesto che dice: «non ottieni nulla scrivendo un brano musicale; non ottieni nulla, ascoltando un brano musicale; non ottieni nulla, suonando un brano musicale».
A chi, come me, ha studiato letteratura russa, viene in mente un minuscolo gruppo di poeti di Rostov sul Don che, negli anni venti del novecento, erano diventati famosissimi, a Rostov sul Don, grazie alla loro singolarissima poetica; si chiamavano nullisti (in russo ničevoki), e la loro opera principale era Il manifesto dei nullisti, (Manifest ot ničevokov) che recitava così: «Non scrivete nulla. Non leggete nulla. Non dite nulla. Non stampate nulla».
E chi, come me, è vissuto in Italia in questi ultimi anni, Italia che è, come si sa, una Repubblica democratica fondata sul lavoro, chi, come me, dicevo, è vissuto in questa Repubblica democratica fondata sul lavoro pur avendo, come ho io, un indole che lo porta a lavorare il meno possibile, ecco quello lì avrà sicuramente notato, qualche anno fa, forse tre anni fa, che per radio, e in televisione, c’era spesso una pubblicità dove c’era una signora che diceva «Ahmed, ripeti con me: Mi sun chi per laurà». E c’era questo Ahmed che diceva «Mi sun chi per Laura». «No, diceva la signora, non per Laura, per laurà». E Ahmed diceva «Per laurà». «Bravo Ahmed, diceva la signora, vedi che è facile?». E poi si sentiva una musichetta e poi la voce di uno speaker che diceva che era una campagna di un qualche ministero per non mi ricordo che scopi. E a me, non so, mi era venuto in mente che nei romanzi stranieri del sette e dell’ottocento, una delle espressioni italiane che avevo trovato più spesso, scritta in corsivo e con una nota che diceva In italiano nel testo, era: il dolce far niente. Allora, non so come dire, avevo l’impressione che a noi, i casi erano due, o ci prendevano per degli altri, oppure ci stavano cambiando proprio i connotati. E sempre in quel periodo lì, nella biblioteca sala borsa di Bologna, proprio quella dove ci sarà il convegno sul nulla, nel bagno degli uomini, qualcuno aveva scritto sulla porta la traduzione di una frase che doveva essere stato una specie di manifesto dei situazionisti. «Non lavorate mai», c’era scritto con un pennarello nero, e di fianco un cerchio attraversato da una freccia piegata che doveva essere il simbolo dell’autonomia. E sotto qualcun altro aveva scritto, sempre con un pennarello nero: «E chi ci ha mai pensato?». Ecco io, quelle cose lì, il dolce far niente, e quella scritta sul bagno della Sala borsa, devo dire, e l’ho già scritto anche dentro un romanzo che si intitola I malcontenti, le capisco, così come capisco un anarchico di Cremona che si lamentava degli anarchici che all’inizio del secolo nelle manifestazioni protestavano al grido di «Pane e lavoro», e diceva che sarebbe stato sufficiente chiedere Pane, «Pane e basta», dovevano gridare, secondo lui, se avevano fame, e allo stesso modo mi sembra di capire una poesia di Nino Pedretti, che è un poeta romagnolo che scrive delle poesie che certune mi piacciono molto e questa che copio qua sotto la metto tutti gli anni sul mio sito il primo maggio, festa del lavoro, e si intitola I nomi delle strade e fa così:

Le strade sono / tutte di Mazzini, di Garibaldi / son dei papi / di quelli che scrivono, /che dan dei comandi, che fan la guerra./ E mai che ti capiti di vedere / via di uno che faceva i berretti / via di uno che stava sotto un ciliegio / via di uno che non ha fatto niente / perché andava a spasso / sopra una cavalla. / E pensare che il mondo / è fatto di gente come me / che mangia il radicchio / alla finestra / contenta di stare, d’estate, / a piedi nudi.

Ecco.
Questo, volevo dire, che, a me, il non far niente, è una cosa che mi piace, e adesso che l’ho detto qualcuno probabilmente si chiederà «Ma scusa, ma il fatto che te non hai voglia di fare niente, cosa c’entra con il convegno sul nulla?», che forse avrebbe anche ragione, non c’entra niente, ma anche se non c’entrasse niente, essendo il convegno di cui devo parlare un convegno sul nulla, cioè sul niente, mi sembra che c’entri comunque, che lì, col niente, a parte che il niente, come argomento, ha la caratteristica di essere un argomento che a me mi sembra inesauribile, come argomento, come anche il tutto, a parte quello, io, del niente, mi viene da chiedermi cosa sto qui a parlare del niente, che non ne so niente, e smetterei, quasi quasi, se non fosse che tanti anni fa, quando è uscito il secondo romanzo di quelli che ho scritto, che è un romanzo che si intitola Bassotuba non c’è e che, lo dico non senza compiacimento, è stato recentemente tradotto in estone (titolo in lingua estone: Tubaat ei ole), be’ quel romanzo lì, 13 anni prima che fosse tradotto in estone, quando è uscito, nell’anno 1999, c’è un ragazzo che, visto che mi aveva conosciuto, l’aveva letto, e poi, la prima volta che mi aveva incontrato dopo averlo letto mi aveva detto che, come romanzo, l’aveva trovato un po’ strano, che secondo lui era un po’ il contrario dei romanzi di avventura: che nei romanzi di avventura, mi aveva detto quel ragazzo lì, tutte le pagine ci son dei duelli, degli omicidi, delle agnizioni, dei rapimenti, delle tragedie e te volti le pagine per vedere cos’altro succede. Nel tuo romanzo, mi aveva detto, te volti perché vuoi vedere se finalmente succede qualcosa.
Ecco, quando mi ha detto così, io avevo ho pensato che era proprio così, e che c’erano dei romanzi fondati sul tutto, e altri fondati sul niente, e io, in quegli anni lì, dal 1996 al 2005, perlomeno, ho scritto solo romanzi fondati sul niente, e ne ho scritti una quindicina, in quei dieci anni, e di conseguenza, adesso, dire che non ne so niente, del niente, faccio fatica, a dirlo, confesso di saperne qualcosa, per esempio posso dire che conosco alcuni grandi cantori, del niente, come per esempio uno scrittore russo che si chiama Daniil Charms e del quale, quando scrivo qui sul foglio, mi capita spesso di parlare di lui, e questa volta voglio citare una lettera che Charms ha scritto a un suo amico, Nikandr Andeevič, nel 1933, e la lettera diceva così:

Caro Nikandr Andeevič,
ho ricevuto la tua lettera e ho capito subito che era tua. All’inizio avevo pensato che magari non fosse tua, ma quando l’ho aperta ho capito subito che era tua, mentre prima avevo pensato che magari non fosse tua. Sono contento che è già un po’ che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella con cui si voleva sposare, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Per questo sono molto contento che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella che voleva, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Ieri ho ricevuto la tua lettera e ho pensato subito che era tua, poi ho pensato che sembrava che non fosse tua, l’ho aperta, ho guardato, era proprio tua. Hai fatto proprio bene a scrivermi. Prima non mi scrivevi, poi tutto d’un tratto mi hai scritto, anche se anche prima, prima di non scrivermi per un po’, tu m’avevi scritto. Subito, appena ho ricevuto la tua lettera, ho deciso subito che era tua, e poi sono molto contento che ti sei già sposato. Perché se uno ha voglia di sposarsi, bisogna che si sposi e basta. Per questo sono molto contento che tu, alla fine, ti sei sposato proprio con quella con cui ti volevi sposare. E hai fatto proprio bene a scrivermi. Sono stato molto contento quando ho visto la tua lettera, e ho perfino pensato subito che era tua. A dir la verità, mentre l’aprivo, ho pensato che magari non fosse tua, ma poi ho deciso che era tua in ogni caso. Te ne ringrazio molto e sono molto contento per te. Tu, forse, non sai spiegarti perché sono così contento per te, te lo dico subito, sono contento per te perché ti sei sposato, e proprio con quella con cui ti volevi sposare. E è proprio bene, sai, sposarsi proprio con quella con cui ci si vuole sposare, perché così si ottiene quello che si vuole. Ecco perché sono così contento per te. E sono contento anche che mi hai scritto una lettera. Fin da subito avevo deciso che la lettera doveva essere tua, l’ho presa in mano e ho pensato: e se per caso non è tua? Poi ho pensato: ma no, certo che è tua. Apro la lettera e intanto penso: è tua o non è tua? È tua o non è tua? Bè, come l’ho aperta, l’ho visto subito, che era tua. Sono stato molto contento e ho deciso di scriverti anch’io una lettera. Ho molte cose da raccontarti, ma non ho proprio tempo. Quello che ho potuto, te l’ho scritto in questa lettera, il resto te lo scriverò un’altra volta, adesso non ho più tempo. Intanto, è un bene che mi hai scritto una lettera. Adesso so che è già un po’ che ti sei sposato. Anche dalle lettere precedenti, sapevo che ti eri sposato, e adesso lo vedo ancora: è proprio vero, ti sei sposato. E sono molto contento che ti sei sposato e che mi hai scritto una lettera. Subito, appena ho visto la tua lettera, ho deciso che ti eri sposato un’altra volta. Bè, ho pensato, è un bene, che ti sei sposato un’altra volta e che me l’hai scritto in una lettera. Scrivimi adesso com’è la tua nuova moglie e come sono andate le cose. Salutami la tua nuova moglie.
Daniil Charms
25 settembre e ottobre 1933

Ecco.
Se qualcuno obiettasse che lettere come queste non servono a niente, mi verrebbe da rispondergli che ha ragione, che non servono niente, ma nel senso che dava a questa cosa, il non servire a niente, il grande poeta santarcangiolese Raffaello Baldini, che nell’ultima cosa che ha scritto, un monologo teatrale che si intitola La fondazione, fa dire al protagonista: «Ma se dovessimo buttare via tutto quello che non serve a niente, non si può, neanche a volere, non si può, uno sguardo, per dire, incontri una bella ragazza, la guardi, a cosa serve? alla televisione stai a vedere i campionati europei d’atletica, i cento metri, i duecento metri, i quattrocento a ostacoli, il salto in alto, a cosa serve? o quando vengo giù dalla Marecchia, che è già notte, vedo San Marino e Verrucchio che è tutta una luce, e sopra le stelle, delle volte mi fermo, si sentono tanti di quei grilli, a cosa serve?».
Ecco, intanto che parliamo di Baldini, mi vien da pensare a una sua poesia, che si intitola I ladri (e che è tratta dalla raccolta La nàiva, La neve), che dice così:

Bisogna pregare che non vengano, ma se vengono, / è una cosa, ragazzi, i ladri in casa, / non è neanche quel che rubano, è quello che lasciano, / come fosse passata la tempesta, / spaccano, rompono, cagano, io, da me, / hanno cagato, per dispetto, davvero, nel salotto, / no, se non le provi, certe cose / bisogna provarle, non me lo dimenticherò mai / quel mercoledì sera, è stato alla fine di maggio, / ho capito subito, quando ho girato al Roccolo, / che ho visto la luce accesa in una camera / e la porta accostata che dondolava, / mi sono fermato lì appoggiato al muro / come se m’avessero inchiodato, / non m’arrischiavo a entrare, se c’erano ancora? / ho aspettato un bel pezzo, / poi per fortuna è venuto su Cornelio, / ha visto tutto, ha capito, / è voluto andare avanti lui, poi mi ha chiamato, / e quel che ho trovato, è la mia casa, questa? / non si capiva più niente, il finimondo, / e lì, vuoi piangere? mi sono tolto la giacca, / mi sono fatto all’ingresso, dal cassettone, / che l’avevano svuotato, tutta la roba in giro, / poi il corridoio, le camere, / e sta’ buono che la Dina era fuori, / a Rimini, a trovare sua sorella, / ci stava anche a dormire, // sono andato avanti tutta la notte, alle tre, / oh, adesso ci siamo, è ancora la mia casa, / e la mattina dopo, quando è arrivata, / sì, avevano rotto qualche piatto, una zuppiera, / due tre bicchieri, il vetro del diploma, / avevano anche squartato i cuscini del divano, / chi sa quel che credevano, / che tenessimo i soldi ancora nella calza, / alle otto era venuto Curio della Seconda / a riparare la serratura, / insomma, lei non s’era accorta di niente, / aveva un mazzo di fiori, è andata dritto in cucina, / li ha posati nel catino, ha fatto correre l’acqua, / ha brontolato che avevo tenuto tutto chiuso, / ha messo a posto delle cose sulla credenza, / e io zitto, aspettavo il momento buono, / non volevo spaventarla, / ma è venuta la Morena, apriti cielo, / gli strilli, le esclamazioni, / che l’ho sgridata, la Dina era diventata / bianca come un panno lavato, / s’è toccata la collana, i braccialetti, / s’è guardata attorno, / è andata nella nostra camera, / apriva tutto, era un carabiniere, / poi nelle altre camere, contava, coperte, / lenzuoli, federe, tovaglie, asciugamani, / camicie, giacche, tutto, ha contato, ha ricontato, / non mancava niente, / s’è buttata a sedere su una sedia, / seria, poi di colpo una risata: / «Ci volevano i ladri, quei cuscini, va là, / erano andati, e cambiamo anche il divano, / questo non ne può più, poi m’ha stufato, / tu cosa dici?», «Che hai ragione», / dopo sono uscito, sono arrivato in piazza, / che m’avranno fermato in cento, / e la sera siamo andati a mangiar fuori, / alla faccia dei ladri, // ma il giorno dopo ci ho ripensato, tutto questo casino per niente? sono venuti per niente? / che, figurati, quelli sono gente che la studia / prima di muoversi, vanno a colpo sicuro, / loro qui hanno preso, che io non lo so, / ma lo sanno ben loro, / ed è un po’ che, alla Dina non ho detto niente, / ma quando non c’è, che esce, / vado per tutta la casa, guardo, tocco, / cerco di mettermi nei loro panni, dei ladri, / cosa c’era qui che gli poteva piacere? / e che adesso non c’è più? / delle volte faccio una prova, sto con gli occhi chiusi un bel po’, / poi li apro di colpo, che così, secondo me, / si vede meglio se qualcosa non è al suo posto, / ho in mente anche di metter giù su un quaderno, / camera per camera, tutto, sino a un bottone, / che non so ancora a cosa potrà servire, ma intanto, quando è tutto scritto, / che poi loro, chissà, magari hanno preso una cosa / che io non ci facevo nessun conto, / che non sapevo nemmeno d’averla, / e invece loro, per loro era un valore, / solo che cercare alla cieca, / ma cerco sempre, non ho pace, passano i giorni, / delle volte dico: e scrivergli? se si potesse, / ai ladri, una lettera, / ma non si può, dove gliela mandi? / o se no un volantino, porca puttana, / non ci avevo pensato, davvero, un volantino, / di carta colorata, / lo lasci in giro, quello prima o poi lo leggono, / scritto bene in grande, da dirgli: quel che è successo / non ne parliamo, non voglio indietro niente, adesso / è roba vostra, ormai è fatta, chiuso, / ma datemi soddisfazione, una domanda sola, / che mi potete rispondere solo voi: / cosa avete portato via? cosa m’avete rubato?

Ecco, cosa gli hanno rubato? Niente, però che bello, che meraviglia, mi vien da pensare, e intanto che penso così mi accorgo che del convegno che ci sarà in Sala Borsa, a Bologna, il 15 dicembre non ho detto niente e ho quasi finito lo spazio ho solo il tempo di dire che i relatori saranno il compositore, direttore d’orchestra e pianista Carlo Boccadoro, che parlerò di John Cage e dirigerà il musicista Mirco Ghirardini nell’esecuzione di 4’ e 33”, inno del convegno, l’editore di ebook e tra i fondatori di Spinoza.it Alessandro Bonino, che parlerà di libri senza carta, l’avvocato e critico d’arte Alfredo Gianolio, che ha studiato in particolare l’arte naïf e che farà un elogio dell’ignoranza, lo scrittore Ugo Cornia che non si sa bene di cosa parlerà, il genetista e scrittore Guido Barbujani che parlerà probabilmente del fatto che le razze non esistono, lo scrittore e membro dell’Oplepo Paolo Albani, che dovrebbe aver preparato una relazione intitolata Come se niente fosse, l’astrologo Mauro Dadina, che dovrebbe parlare di buchi neri, la ginecologa Anna Pasi, che dovrebbe parlare di menopausa, l’autore televisivo e fondatore anche lui di Spinoza.it Stefano Andreoli che dovrebbe parlare degli zero a zero nelle partite di calcio e l’editore Guido Leotta (Mobydick editore) che parlerà di un suo libro che si intitola Tutto quello che gli uomini sanno delle donne ed è composto da un centinaio di pagine bianche e ha venduto tante di quelle copie che, dopo qualche anno, Leotta si è stancato di ristamparlo e adesso, difatti, è fuori catalogo.
E visto che lo spazio è ormai quasi finito, finirei, e finirei con una cosa, ma così, non che sia importante, perché con qualcosa bisogna finire, finirei con un pezzetto di quel di quel libro di Cage, Silenzio; «Era un mercoledì. Facevo la prima media quando sentii che papà diceva a mamma: “Preparati, sabato si va in Nuova Zelanda”. Mi preparai. Lessi tutto quello che trovai sulla Nuova Zelanda nella biblioteca della scuola. Arrivò il sabato. Non successe nulla. Il progetto non fu nemmeno menzionato, né quel giorno, né in altri».

[Uscito ieri sul foglio]