Il trapassatoio

sabato 20 aprile 2013

L’altra settimana ero in ospedale, per un trauma cranico, stavo già ormai quasi bene, eran quasi le nove di sera, dormivo, e un infermiere mi ha svegliato per darmi la pillola di sonnifero che mi davano tutte le sere verso le 21.

Ecco: esser svegliato per prendere una pillola per il sonnifero è una di quelle cose che uno normale pensa non gli succederanno mai, nella vita, come uno che festeggia il fatto che ha smesso di bere bevendosi una bottiglia di grappa, o uno che festeggia il primo chilo che ha perso nella dieta con un panino con la nutella, o uno che festeggia il fatto di aver smesso di fumare accendendosi un toscano, che non ne aveva mai fumati, e, non essendo capace, lo respira, anche, o come due che festeggiano il matrimonio con una richiesta di separazione, o come uno che festeggia l’acquisita democrazia andando a votare e delegando a qualcun altro di decidere per sé, non lo so perché mi vengono in mente queste cose, forse perché son stato ventidue giorni in ospedale, e in ospedale, la cosa stranissima, che diventa importante tutto quello che fai, ma anche delle cose, la cacca, la pipì, che nel mondo normale cerchi di non pensarci di non nominarle neanche ti fanno anche un po’ schifo, in ospedale sono dei reperti da analizzare con la massima attenzione e poi conservarli sottovuoto per anni e anni, come la merda d’artista di Manzoni, tutti artisti, in ospedale, in un certo senso.

A me, non so perché, ricorda Birkenau, l’ospedale, che andare a Birkenau, le cose che si dicono, le cose che si pensano, i respiri che si fanno, sono cose che rimangono, non sono cose che passano senza lasciare il segno. Se qualcuno di voi ha, per caso, in programma un viaggio a Birkenau, si prepari al fatto che, a Birkenau, gli inscatoleranno la sua merda, se così si può dire, e la stessa cosa succede in un ospedale, che è, tra le altre cose, «un trapassatoio», come scrive Thomas Bernhard, cioè «un  centro di produzione della morte che funzionava senza soste e intensamente e spietatamente, un centro continuamente rifornito di nuova materia prima la quale incessantemente veniva elaborata», e quando penso alla materia prima non penso solo a noi, pazienti, ma a qualsiasi oggetto che entri nell’universo ospedaliero, un uovo di pasqua sul davanzale verde che Pasqua è passata da quindici giorni, con dentro le sorprese più raffinate, c’è scritto, chissà chi le vedrà mai, un’orchidea, stesso davanzale, dentro un vasetto con sopra disegnato un orsetto, che se l’avessi vista fuori dall’ospedale non ci avrei mai fatto caso ma in ospedale le cose son tutte fuori dal loro imballaggio non puoi non guardarle, e chissà se qualcuno si prenderà cura di quell’orchidea.

E si sentono i discorsi dei vicini di stanza, negli ospedali, per esempio lo zio di una ragazza di Rimini che c’era nella stanza di fronte alla mia, che raccontava di suo figlio che, quando aveva appena cominciato a andare scuola e stava imparando a leggere e a scrivere lui, questo babbo di Rimini, aveva preso il libro di lettura del figlio l’aveva aperto a una pagina che c’era la figura di una pera, e di fianco c’era scritto «pera». Poi sotto c’era la figura di una mela e di fianco c’era scritto «mela». Poi sotto c’era la figura di un faro e di fianco c’era scritto «faro». Allora lui, questo babbo di Rimini, aveva aperto il libro a quella pagina, aveva indicato al figlio la scritta di fianco alla pera gli aveva chiesto «Lorenzo (si chiamava Lorenzo), cosa c’è scritto qui?», e Lorenzo aveva risposto «Pera». «Bravo», aveva detto il babbo, e poi aveva indicato la scritta di fianco alla mela aveva chiesto «E qui, cosa c’è scritto?», e Lorenzo aveva risposto «Mela». «Bravo», aveva detto il babbo, e poi aveva indicato a Lorenzo la scritta di fianco al faro gli aveva chiesto «E qui, cosa c’è scritto?», e Lorenzo aveva detto «Semaforo».

E a me era venuto da pensare a tutte le volte che avevo visto un faro e avevo letto semaforo, nella mia vita ormai quasi lunghissima.

E a Birkenau, era la sesta volta che ci venivo, una guida ci aveva detto che c’è una botanica che lavorava al museo di Auschwitz che dice che loro, le betulle – ci siamo voltati tutti a guardarle ­– sono le stesse betulle che c’erano allora e che – se si vuole sapere la verità – bisogna chiedere a loro, ai testimoni oculari, alle betulle.

E all’ospedale uguale, bisogna chiedere alle orchidee, finché sono vive. E a casa nostra uguale, bisognerebbe chiedere ai bottoni.

Che una volta, eravamo a casa di mia mamma a Basilicanova, in provincia di Parma, e lei aveva una scatola di latta di quelle grosse, che ci si tenevano dentro i biscotti, e era piena di bottoni, e io le ho chiesto, un po’ prendendola in giro, a me ogni tanto mia mamma mi viene da prenderla in giro, «Hai un po’ di bottoni?», le ho chiesto, e lei mi ha guardato mi ha riposto, seria, «C’è tutta la storia della nostra famiglia, in quella scatola lì» e io mi sono sentito così coglione, e ho pensato che era vero, che quei bottoni lì, se avessero potuto parlare, avrebbero raccontato tutta la storia della nostra famiglia, e poi mi era venuto in mente un film  di Nico Guidetti e Matthias Durchfeld, che hanno fatto un film, che si intitola Il violino di Cervarolo, che racconta del processo, che c’è stato recentemente, a Verona, nel 2012, per la strage di Cervarolo del 20 marzo del 1944, quando 24 persone furono messe in fila sull’aia di quel paesino dell’appennino reggiano e uccise dai nazisti.

Una signora, che all’epoca era una bambina e che, in previsione del pericolo, era stata mandata via da Cervarolo, racconta al processo di quando è tornata e, dopo che il che il corpo del padre era stato riesumato, avendolo trovato in avanzato stato di decomposizione, non sapendo come fare altrimenti, l’ha riconosciuto da un bottone. E ai giudici ha detto tirando fuori il borsellino, «Ce l’ho qui, quel bottone».

Ecco. Noi tutti crediamo di sapere cos’è un bottone, ma di fronte a quel bottone, ecco, quel bottone non era un bottone, era un bottone che se avesse potuto parlare, ci avrebbe raccontato la nostra storia, e la storia straordinaria di quel bottone, se noi fossimo stati lì in quell’aula di tribunale di Verona, nel 2012, noi tutti credo, ci saremmo piegati su quel bottone non come degli esperti di bottoni, non come della gente che sa benissimo cosa sono i bottoni, ma come della gente che, alla vista di un bottone, sgrana gli occhi come se non avesse mai visto un bottone in vita sua.

Chiediamo ai bottoni, alle betulle, alle uova di Pasqua, alle orchidee, chiediamo alle cose, c’è un poeta inglese, Auden, che scrive: «I nostri tavoli e sedie e sofà | sanno cose di noi | che i nostri amanti non possono sapere», e c’è un cantante inglese, Joe Srtrummer, che negli ultimi anni della sua vita ripeteva sempre la stessa cosa: «Ricordiamoci che siamo vivi» e ci sono dei posti, Birkenau, per esempio, o un ospedale, che non puoi fare a meno di ricordartelo, mi vien da pensare.

Come scrive Thomas Bernhard, «Di tanto in tanto malattie di questo tipo, reali o non reali che siano, sono necessarie per potere pensare quelle cose che un essere umano non pensa se non è colpito transitoriamente da una malattia di questo genere. E se non veniamo costretti nel modo più semplice e naturale, ossia dalla natura stessa, a entrare nei quartieri del pensare, come in effetti sono senza ombra di dubbio gli ospedali e in generale ogni sorta di ospizi, dobbiamo fare in modo con qualche artificio di essere ricoverati in questi ospedali e ospizi, anche se prima dobbiamo trovare o inventare o addirittura suscitare artificialmente in noi queste malattie che ci costringono ad andare negli ospedali e in generale negli ospizi, perché non siamo in grado di pervenire in altro modo a questa attività del pensiero di vitale e decisiva importanza per la nostra esistenza. Non necessariamente – scrive Bernhard – sono solo gli ospedali a renderci possibile questa attività del pensiero, possono essere anche le prigioni, e forse anche i conventi».

 

[uscito oggi sul Fatto]