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Il senso dell’idiota

mercoledì 30 maggio 2012

Qualcuno mi aveva detto che il libro Falene, di Eugenio Baroncelli (237 vite quasi perfette), valeva la pena di leggerlo e quando l’ho visto, in libreria, l’ho preso in mano, l’ho aperto a caso e ho visto un titolo A Baden Baden, a Baden Baden! che mi ha fatto venire in mente il modo in cui Daniil Charms parlava di Turgenev in alcune delle sue Scene dalla vita di Puškin e di Tolstoj, queste:

4.


Turgenev, voleva essere coraggioso come Lermontov, è andato a comprare una sciabola. Puškin, passava vicino al negozio, l’ha visto dalla finestra. Allora s’è messo a gridare, apposta: – Guarda ve’, Gogol’ – (ma con lui Gogol’ non c’era). – Guarda ve’, c’è Turgenev che compra una sciabola. Compriamo un fucile, io e te –. Turgenev, s’è spaventato, quella stessa notte è partito per Baden-Baden.

5.


Lev Tolstoj e F.M. Dostoevskij avevan scommesso su chi tra loro avrebbe scritto il romanzo più bello. A far da giudice avevano chiamato Turgenev. Tolstoj era corso a casa, si era chiuso nello studio e aveva cominciato a scrivere. Di bambini, naturalmente (li amava molto). Dostoevskij invece è a casa sua che pensa: Turgenev è uno pauroso. Adesso è a casa sua e pensa: Dostoevskij è uno nervoso. Se dico che il suo romanzo è il più brutto, è capace di ammazzarmi, perfino. Cosa mi sforzo a fare? (questo lo pensa Dostoevskij). Il romanzo lo scrivo male, apposta, la grana me la becco comunque (avevan scommesso cento rubli). Nello stesso momento Turgenev è a casa sua e pensa: Dostoevskij è uno nervoso. Se dico che il suo romanzo è il più brutto, è capace di ammazzarmi, perfino. D’altra parte Tostoj è un conte. Anche con lui è meglio evitare polemiche. Ma che vadano… E quella stessa notte, di nascosto, è partito per Baden-Baden.

La biografia che c’è in Falene (pagg. 265-266), quella che si intitola A Baden Baden, a Baden Baden! è questa qua:

È un’anima mite in un corpo da lottatore. È gentile, come quei musici di una volta che nei suoi romanzi intonano le loro rapsodie fino a tardi nelle notti estive, ma vorrebbe essere audace come gli eroi e coraggioso come Lermontov. Un giorno, entra in un negozio scintillante di lame e chiede di comprare una sciabola. Bello e sfrontato, Puškin, che passa di lì per caso, lo vede attraverso la vetrina e si mette a gridare: «Guarda un po’, c’è Ivan Sergeevič che si compra una sciabola. Compriamo piuttosto un fucile, tu e io!». Lui è così spaventato che quella stessa notte parte per Baden Baden. Un giorno, Tolstoj e Dostoevskij, che hanno scommesso cento rubli su chi dei due scriverà il romanzo più bello, a far da giudice chiamano lui. Tolstoj corre a casa, si chiude nello studio e comincia a scrivere (di bambini, naturalmente). Anche Dostoevskij corre a casa, ma invece che a scrivere (di demoni, naturalmente, e nei Demoni, nel fatuo romanziere Karamzinov, avrebbe ritratto giusto lui) si mette a pensare. Pensa: «Quello è un pavido, che in questo momento sta pensando: Dostoevskij è un fascio di nervi; se boccio il suo romanzo, è capace di ammazzarmi». Pensa: «Butto giù un romanzetto da niente e mi becco la grana comunque». Pressapoco in quei momenti, lui è a casa che pensa: «Dostoevkij è un tipo nervoso. Se boccio il suo romanzo è capace di ammazzarmi. E Tolstoj? Se boccio il romanzo suo, magari non mi ammazza, ma è pur sempre un conte. Meglio evitare guai anche con lui». Quella sera corre in gran segreto alla stazione Bielorussia e prende il primo treno per Baden Baden. Scappò, con la geniale e spavalda Russia che gli sferragliava accanto nelle sospirate tenebre della notte.

Sciascia, in una nota alla fine del Candido (Un sogno fatto in Sicilia), cita quella frase di Montesquieu che dice che «un’opera originale ne fa quasi sempre nascere cinque o seicento altre, queste servendosi della prima all’incirca come i gemoetri si servono delle loro formule». Da un certo punto di vista è anche bello che oggi, in Italia, dopo che da anni succede in Russia, le opere di Charms comincino a diventare una di quelle opere originali che servono come le formule dei geometri; credo che a Charms, che non è riuscito a vedere pubblicate le sue opere nel corso della sua vita, la cosa farebbe piacere, e ancor più piacere, forse, gli farebbe essere citato come fonte, quando succede.
Baroncelli si occupa anche di un altro grande russo dei primi del novecento, Velimir Chlebnkov e, citando Madel’štam, lo definisce «una specie di Einstein idiota»; «scrisse versi immortali – scrive Baroncelli – ma non si curava di pubblicarli»; «paragonò la vita a una travolgente onda di risacca, ma era troppo idiota per correre a cercarsi un riparo».
Il fatto che Chlebnikov non volesse pubblicare i propri versi è una leggenda diffusa, nel 1922, da un articolo di Majakovskij e confutata ormai da decenni: in una lettera a Brik, che, insieme a Majavkovskij, avrebbe dovuto pubblicare le opere di Chlebnikov, alla redazione delle quali lo stesso Chlebnikov aveva lavorato, nel 1919, con Roman Jakobson, in una lettera a Brik del 1920 Chlebnikov scrive: «Avete pubblicato le mie opere, oppure no? Ho molto paura che non le abbiate pubblicate». E in una delle ultime poesie che scrive, nel 1922, Chlebnikov fa un elenco dei manoscritti che aveva consegnato a Majakovskij e che non gli sono mai stati restituiti e in uno dei suoi poemi più conosciuti, Zangezi, Chlebnikov accusa apertamente Majakovskij di plagio. Eppure oggi, in Italia, leggiamo che Chlebnikov non si curava di pubblicare perché era idiota. E se è vero che Mandel’štam ha definito Chlebnikov «una specie di Einstein idiota», forse vale la pena di specificare il modo in cui prosegue, l’articolo di Madel’štam su Chlebnikov. E prosegue così: «idiota nel senso autentico, greco, non offensivo del termine». E, in greco, idiota significa privato. Una specie di Einstein privato. Cioè sconosciuto. Sconosciuto per via che nessuno pubblicava le sue opere. E per giustificare il fatto che non le pubblicavano, si sono inventati che era lui, che non le voleva pubblicare. E, sembra incredibile, ancora oggi c’è qualcuno che ci crede.

[uscito oggi sul foglio]