Il romanesco e l’italiano

sabato 6 aprile 2019

Nel De vulgari elquentia, Dante scrive che «la lingua volgare è quella che, senza bisogno di alcuna regola, si apprende imitando la nutrice. Abbiamo poi anche, – continua Dante, – oltre a questa, una seconda lingua che fu chiamata dai Romani “gramatica”. Questa seconda lingua è posseduta anche dai Greci e da altri popoli, ma non da tutti. Poche sono d’altronde le persone che giungono alla padronanza di essa, perché non si apprendono le sue regole e non ci si istruisce in essa se non col tempo e con l’assiduità dello studio. La più nobile di queste due lingue, – scrive Dante, – è il volgare, sia perché fu la prima a essere usata dal genere umano, sia perché tutto il mondo ne fruisce (pur nella diversità di pronuncia e di vocabolario che la dividono), sia perché ci è naturale, mentre l’altra è piuttosto artificiale. Proprio di questa lingua più nobile è nostro intento trattare», conclude Dante (la traduzione dal latino è di Sergio Cecchin). Un mio amico, Giuseppe Faso, saputo che mi occupavo di questa cosa (in un libro sul Morgante di Pulci) mi ha raccontato che alcuni dantisti ritenevano questa una contraddizione e proponevano, fino all’ottocento, nelle edizioni a stampa del De vulgari eloquentia, di sostituire quel «più nobile», «Nobilior», in latino, con un «più mobile» («Mobilior»). Che è una cosa che a loro non sembrava contraddittoria e che invece a me sembra incredibile, devo dire.