Il mondo succede a Reggio Emilia

domenica 13 gennaio 2013

Dunque io, questa cosa di giudicare, Giudizio universale, come si chiama questa cosa che stiamo facendo, io ho pensato che venirci ci venivo, però venivo a dire che io, non so, mi son ricordato quando avevo letto Il grande Gatsby, di Fitzgerald, la prima pagina, quando l’io narrante diceva che a lui, suo padre, gli aveva insegnato una cosa sola, piccola, di non giudicare, e io mi ricordo che avevo pensato “Ma che fortuna”.
Che era veramente uno fortunato, uno così, secondo me.
E il contrario, il fatto di giudicare, era veramente un po’ una disgrazia, e uno che giudicava, soprattutto se giudicava senza sapere, e si giudicava quasi sempre, senza sapere, era veramente un po’ un disgraziato, secondo me, e avevo pensato che venivo a dir quello, e finivo così, solo che poi, fare così, ho pensato, non è che uno non giudica, giudica, giudica la manifestazione, giudica il tema che gli han dato, e allora cioè non è che puoi dire Non giudico e dopo poi giudichi, ho pensato poi dopo, e allora ho pensato che se dovevo venire, tanto vale che giudicavo, e allora ho pensato che va bene, vado lì a giudicare, e giudicando, la prima cosa che mi è sembrata giudicabile, nel posto in cui siamo, è proprio quello, il posto in cui siamo, cioè un albergo, un albergo per uomini d’affari, solo che siccome qua, in questo albergo specifico, io non ci sono mai stato, come fai a giudicare una cosa che non ci sei mai stato, mi è venuta in mente l’ultima volta che sono andato a Torino, al salone del libro, che sono andato a dormire al Lingotto, quell’ex fabbrica della Fiat che è diventato un centro congressi, e dormivo in un albergo lì dentro il lingotto, un albergo geometrico, pulito, con un ascensore panoramico, un albergo per uomini d’affari, e prima di partire avevo pensato che io, da quando avevo cominciato a scrivere, a trentatré anni, ecco scrivere per me era una cosa che io, nelle mia testa, avevo cominciato per non avere più niente a che fare con gli uomini d’affari, e adesso, a quarantanove anni, più andavo avanti più avevo l’impressione che la letteratura davvero non avesse niente a che fare con gli alberghi per uomini d’affari, e con i centri congressi, e col valore aggiunto, io più andavo avanti più mi sembrava che la letteratura, più che nei centri congressi, fosse più facile trovarla nella spazzatura, nei cassonetti, negli ospedali, sui filobus, nelle sale d’attesa degli ambulatori veterinari, nei bagni dei cinema, nei sottopassaggi abbandonati, sotto i cavalcavia, nei prati dopo che avevan smontato i tendoni dei circhi, nelle tabaccherie, nelle collezioni di francobolli, negli espositori delle cartoline, nei pavimenti dei bar quando eran cosparsi di segatura, nelle file alle casse dei supermercati, sui marciapiedi delle stazioni, in tutti gli uffici di oggetti smarriti, nella paura di chi faceva una cosa per la prima volta, un farmacista, o un medico di guardia, o uno scrutatore, o una bambina delle medie, nel passo di quelli che davano le dimissioni, nel respiro che si prendeva prima di aprire l’esito di una lastra ai polmoni, nel toccare i muri quando era saltata la luce, dappertutto, tranne che in un albergo per uomini d’affari, avevo l’impressione, ma probabilmente mi sbagliavo, perché probabilmente si trovava anche in un albergo per uomini d’affari, forse, nel sospiro delle cameriere nel momento in cui si chinavano per guardar sotto i letti, o nel rumore delle stoviglie a apparecchiare per la colazione, o nei monologhi dei tassisti che arrivavano dalla stazione o anche che non arrivavano dalla stazione, ma da qualche altra parte, o nei monologhi dei tassisti da qualsiasi parte arrivassero.
Ecco. Dopo, l’altra cosa che volevo giudicare, era la stagione dell’anno, che ci siano dentro, cioè sotto natale, cioè tutti noi che siamo qua in giro con tutti i nostri cappotti, piumini, guanti, berretti, e la nostra massa, la nostra densità, il fatto che siamo così vicini, uno con l’altro, e mi è venuto da pensare che io, questo periodo qua, scusate l’espressione, ma devo giudicare, mi fa un po’ cagare, e che io, se devo giudicare, il periodo più bello dell’anno, in città, per me è in agosto, quando non c’è quasi nessuno, e te sei in città che lavori, magari, come è successo a me quest’anno, e hai l’impressione di esser quasi da solo e io, per esempio, mi è venuto in mente che quest’anno, il venti agosto, verso le nove di sera, ero nella mia cucina a pensare alle cose che mi eran successe nel mese di agosto un nido di vespe attaccato allo scuro, in camera da letto, la paura che fa un nido di vespe. Mia figlia dal bagno che dice «Oh, che bello sciampo che ho fatto, come mi sono asciugata bene», e non ha fatto lo sciampo e non si è asciugata affatto. Te che ti stendi, di sera, dopo aver corso e aver fatto la doccia, e metti la pianta d’un piede contro il dorso dell’altro, e senti il fresco e il pulito dei piedi, e ti addormenti. Un uomo, alla stazione di Reggio Emilia, nervoso, grasso e sudato, che dice a una bambina di cinque o sei anni, probabilmente sua figlia, «Sei un imbecille». E a te viene da fermarti e da dirgli che probabilmente non è colpa di sua figlia, se lui è nervoso, grasso e sudato, e poi non ti fermi. Un paese delle Marche, piccolino, lontano dal mare, pieno di olandesi «Perché gli olandesi, – ti dicono, – da loro è tutto piatto, quando vedono una collina van giù di testa». Un bambino vestito di rosso, sulla pista ciclabile di via Andrea Costa, che segue una bolla di sapone con negli occhi l’attenzione dello strumentista che aspetta l’attacco del direttore d’orchestra che hai visto una volta in un documentario che si intitolava La faccia della terra. Un uomo, su un autobus, con un maglietta con scritto «I am Tiger Woods» e l’alito che puzza di sottaceti. Un bambino che cade dal cielo, in piscina. Un cartello, in autostrada, che dice «Prevista ondata di calore». L’odore del tuo appartamento, coi gatti, che certi giorni sembra di entrare in una palude. E non aver più forza nelle braccia, o avere poca forza nelle braccia. E ricominciare a fare gli esercizi addominali, con un file con una voce meccanica che ti dice cosa devi fare. E un’infermiera che ti deve fare gli esami del sangue, ti dice «Si sieda qui, oppure, se pensa di star male, si corichi lì». E chissà come mai ti eran venute in mente queste cose, il 20 di agosto, come se agosto fosse finito, e forse ti erano venute in mente perché quando eri tornato a casa, il 20 di agosto, con la tua bicicletta, sulla Porrettana deserta, avevi avuto l’impressione che si sentisse, nell’aria, come la sensazione che la gente stava per tornare. Come quando, da piccolo, le prime volte che ti lasciavano a casa da solo, ti sembrava incredibile, aver tutta la casa per te, e erano le due del pomeriggio e i tuoi sarebbero tornati solo alle sette, e quella sensazione lì, di silenzio di solitudine e di spazio, durava fino alle sei e quaranta, perché poi, alle sei e quaranta era ancora così ma non è già più così, era come se quel silenzio, quella grandezza, quella solitudine, si fossero strappate, era come in quel paradosso di Mommsen, il futuro allungava la sua ombra sul passato, e la stessa cosa ti era sembrata che fosse successa lunedì venti agosto alla città di Bologna, che non sembrava fosse ancora tornato quasi nessuno, in città, ma la città non era già più la città che era stata fino a tre giorni prima, e adesso, qui, nel centro di Reggio Emilia, invece, il 21 dicembre, succede una cosa diversa, forse, ma forse anche uguale, che il Natale, ormai, è già praticamente finito, cioè tra quattro giorni, che non son niente, basta Natale, che è una cosa che io, se devo giudicare, non so come dire, son quasi contento, anche se poi, se devo giudicare davvero, per me, non so come dire, va bene poi tutto, che io, dopotutto, non è che, cioè, il mondo succede, e io ho l’impressione che noi siamo qua che quel che facciamo, lo lasciamo succedere, e poi giudichiamo, dopo, e ci piace, e è stranissimo il fatto che noi, se volessimo, se giudicassimo prima, non succederebbe, solo che ci piace poi tanto, di giudicare, perché quello che siamo, secondo me, se devo giudicare, siamo dei disgraziati.

[Letto a Reggio Emilia il 21 dicembre dal balcone dell’hotel Posta nel corso della rassegna Narratori amplificati dedicata al tema Giudizio universale]