Il mondo è pieno di gente che sta a casa – 8

venerdì 10 agosto 2012

Il 7 di agosto, alle sette e dieci del mattino, suona il mio cellulare e mi sveglio di colpo e mi volto da una parte e vedo gli occhi sgranati dell’Avvocato.
L’Avvocato è una gatta che da due giorni abita con me insieme a sua sorella che si chiama la Peppa che è lì dietro anche lei e anche lei ha gli occhi sgranati che sembra che pensino, lei e l’Avvocato, “Ma chi è che ti telefona alle sette e dieci del mattino?”. Io invece penso “Ma chi è che mi telefona alle sette e dieci del mattino?”, e prendo il telefono, guardo «Ah, – dico, – è la sveglia».
La cosa che non mi torna, è come mai ho messo la sveglia alle sette e dieci del mattino, solo che poi, quasi subito, mi accorgo che ho addosso l’holter, che è una macchinetta che mi han messo il sei di agosto per controllare i battiti del mio cuore per 21 ore di seguito, e mi ricordo che alle otto devo andare in ospedale a riconsegnarlo.
Allora mi alzo, «Non preoccupatevi, – dico all’Avvocato e alla Peppa, – continuate pure a dormire», e vado in sala, mi vesto, mi faccio il caffè, scendo, prendo la mia bicicletta, venti minuti dopo sono già in un bagno del sotterraneo dell’ospedale maggiore di Bologna a staccarmi gli elettrodi dal petto e a pensare “Ma che vita avventurosa, che ho”.
Metto l’holter dentro una busta, con tutti i suoi fili, la consegno all’infermiera del reparto di cardiologia, esco, riprendo la mia bicicletta e con la mia bicicletta vado al supermercato Esselunga Santa Viola che ci entro che son passate da poco le otto del mattino e in tutto il supermercato, che è grande, saremo in cinque o sei clienti e delle diciotto casse che ci sono in fila l’unica aperta è la cassa numero cinque mi sembra di essere un pensionato e la mia vita, che solo dieci minuti prima sembrava così avventurosa non è poi avventurosissima, a pensarci bene.
Poi torno a casa con la mia spesa, ritorno a letto, mi riaddormento, mi sveglio che è mezzogiorno, dovrei lavorare, che entro il dieci dovrei finire un romanzo solo che oggi, lavorare, prima di tutto devo mangiare, mi dico, poi dopo mangiato mi metto a leggere, che sto rileggendo un romanzo che mi piace moltissimo, Il giocatore, di Dostoevskij, che non mi ricordavo che era così bello, e leggo un po’, poi mi viene in mente che dovrei lavorare ma mi torna in mente, anche, che son venti giorni che devo pulire il frigo e ci sono quei giorni che, piuttosto che lavorare, sei disposto anche a pulire anche il frigo, e il sette di agosto è un giorno così, si vede, e pulisco il frigo, ma bene, smonto, lavo, sfrego, asciugo, rimonto, ci metto quasi due ore, intanto che pulisco ascolto la radiocronaca delle olimpiadi che l’altro giorno, c’era un radiocronista, un’italiana è arrivata quarta, il radiocronista ha detto «Siam sprofondati in un incubo che chissà quando ne verremo fuori», delle radiocronache singolarissime, queste olimpiadi, che se le sentisse De Coubertin gli verrebbe un malore, mi vien da pensare, e le atlete si mettono a piangere, “Ma cosa piangi?, – mi vien da pensare, – sei arrivata quarta, cosa vuoi piangere?”, che è vero che una delle cose più belle che ho sentito quest’anno è la poesia di Rodari sul diritto dei bambini di piangere, ma parlava di bambini, Rodari, eran bambini, avevan dei motivi più seri, mi vien da pensare, e son tutti pensieri per non lavorare, non dovrei neanche andare a correre, oggi, che ci sono andato cinque giorni di seguito, oggi dovrei riposarmi solo che, è un giorno così, che dovrei lavorare, non ne ho voglia, non dovrei andare a correre, mi vien voglia di andarci e allora vado a cercare le scarpe e intanto che prendo in mano le scarpe mi viene in mente Il giocatore, di Dostoevskij, che a un certo punto dice che i calcoli, in sostanza, contano poco e che, in generale, non hanno quell’importanza che gli danno molti giocatori, che si siedono con le loro tabelline, si segnan le uscite, contano, calcolano le probabilità, ricontrollano i conti e alla fine puntano e perdono come noi, comuni mortali, che perdiamo senza far calcoli, e resto poi lì con le scarpe in mano a chiedermi “Be’, allora, cosa faccio? Ci vado o non ci vado?”.

[uscito ieri sul Foglio]