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Il mondo è pieno di gente che sta a casa – 18

sabato 25 agosto 2012

Domani finisce questo diario del mese di agosto passato a Bologna, o, meglio, a Casalecchio di Reno, vicino a Bologna, e siccome i finali son delle cose strane, io il finale lo vorrei scrivere oggi, e domani poi provo a scriver dell’altro, non un finale, perché i finali sono una parte difficile, uno rischia di rovinar tutto, con un finale, ammesso che ci sia qualcosa da rovinare, e i finali uno tra l’altro tende anche a dimenticarli, di inizi memorabili io me ne ricordo molti, di finali memorabili, non so, mi viene in mente il finale di Père Goriot, di Balzac, con Rastignac che, rivolto a Parigi, dice «A nous deux maintenant!», («Ed ora, a noi due!»), che poi non è esattamente il finale perché il vero finale, l’ultima frase del romanzo è «Rastignac alla dîner chez Madame de Nucingen» («Rastignac andò a pranzo dalla signora de Nucingen»), che però come frase non fa tanto effetto e allora si considera che il finale sia quell’altra, «A nous deux maintenant!», che è due riga sopra, ed è una frase che io, ogni tanto, quando parto al mattino sulla mia bicicletta, la dico anch’io, anche se io non mi rivolgo a Parigi, mi rivolgo a Casalecchio di Reno, che è un’altra cosa, un po’ meno sensata, forse, anche se quella frase lì di Rastignac la si può poi intendere anche in senso figurato, cioè non è che uno la può dire a Parigi e basta, la può dire anche a Roma, o a Milano, o a Firenze, o a Napoli, o, appunto, a Casalecchio di Reno, e in senso ancora più figurato, ho visto, l’ha adoperata Umberto Eco in un suo saggio del 1969 recentemente ristampato da Bompiani in un libro intitolato Il costume di casa che io, non so come mai, l’ho comprato; ci sono quei libri che te entri in libreria e vieni fuori cinque minuti dopo con quel libro lì che poi quando lo prendo in mano ti chiedi «Ma cosa l’ho comprato a fare?».
Ecco, non so, però so che nel saggio del 1969 intitolato Pesci rossi e tigri di carta che chiude il libro, Eco dice che loro, intendendo con loro i partecipanti al Gruppo 63, non erano dei Rastignac, non avevano avuto tempo di dire a Parigi A noi due, perché Parigi era loro, e io quando ho letto così ho pensato a una cosa che mi è venuta in mente dieci anni fa, e che si vede che ci sono affezionato perché l’ho già messa dentro due libri, uno del 2003 (Gli scarti) e uno del 2010 (I malcontenti).
Quella cosa lì è il fatto che per me, e per quelli come me, che sono nati negli anni sessanta (io sono nato nel 1963), per quella generazione lì, se così si può dire, che aveva vent’anni negli anni ottanta, il mondo era forse un po’ diverso da quello delle generazioni precedenti.
Quelli che erano nati negli anni venti, avevo detto, e che avevano vent’anni negli anni quaranta, avevan dovuto combattere perché c’era la guerra e servivano dei soldati. Quelli che eran nati negli anni trenta, e avevan vent’anni negli anni cinquanta, avevan dovuto lavorare perché c’era stata la guerra e c’era un paese da ricostruire. Quelli che eran nati negli anni quaranta, e che avevan vent’anni negli anni sessanta, avevan dovuto lavorare anche loro perché c’era il boom economico e una grande richiesta di forza lavoro. Quelli che eran nati negli cinquanta, e che avevan vent’anni negli anni settanta, avevan dovuto contestare perché il mondo così com’era stato fino ad allora non era più adatto alla modernità o non so bene a cosa. Poi eravamo arrivati noi, nati negli anni sessanta e che avevamo vent’anni negli anni ottanta e l’unica cosa che dovevamo fare, era stare tranquilli e non rompere troppo i maroni.
Mi sembrava che noi, avevo detto, fossimo stata la prima generazione che, se ci davano un lavoro, non era perché c’era bisogno, ci facevano un favore.
Noi, quelli che avevamo la mia età, quarantanove, ma anche quelli che erano più giovani, e avevano magari poco meno di trent’anni, mi sembrava che noi, il nostro strumento, la nostra leva per farci spazio, nel mondo, per noi non era più, com’era stato per le generazioni precedenti l’entusiasmo, o il dovere, o il senso di sacrificio, o la speranza di un mondo migliore o non so cosa. No. Noi, la nostra leva, quello che ci permetteva di entrare nel mondo, per noi, era la disperazione. E Parigi, per noi, non era, e non è, nostra, e, anche se fa ridere, anche se siamo comici, io sono comico, per non dire ridicolo, tutte le mattine, sulla mia bicicletta, a dire «A nous deux maintenant!» a Casalecchio di Reno, io sono così abiuato a questa mia condizione di estraneità, di non appartenenza, mi è così cara, ho fatto così tanta fatica, sono così affezionato, a quella condizione lì, che non la cambierei con la condizione dei coetanei di Eco, che Parigi era loro, e non mi vien da invidiarli, ma proprio per niente, pensa un po’ che lavoro.

[uscito ieri sul foglio]