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I più grandi

sabato 20 febbraio 2016

L’altro giorno in libreria ho visto il libro di Ljudmila Petruševskaja C’era un volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina, pubblicato da Einuadi Stile libero, nella cui quarta di copertina c’era scritto che Ljudmila Petruševskaja è «la più grande autrice russa vivente».
Io non avevo mai sentito nominare Ljudmila Petruševskaja, il che è segno del fatto che io sono poco informato sulla letteratura russa moderna e contemporanea.
È anche vero che negli ultimi dieci anni questa è forse la quindicesima volta, che trovo in libreria un libro nella cui quarta di copertina si presenta l’autore (o l’autrice) come «il più grande autore (o la più grande autrice) russo (o russa) vivente».
Dei quattordici colleghi della Petruševskaja, devo dire, dopo quel primo libro che annunciava al pubblico italiano la loro grandezza, a me sembra di non aver visto altre manifestazioni editoriali in lingua italiana, e non voglio mettere in dubbio la competenza dei russisti di Manchester (il giudizio sulla grandezza della Petruševskaja si deve al quotidiano di Manchester The Guardian), né voglio esprimere dubbi sul fatto che la fama di Ljudmila Petruševskaja possa durare nel tempo anche in Italia, oltre che in Russia, dove devo presumere sia molto famosa, se è vero che è «la più grande autrice russa vivente», né, del resto, ho motivi per credere che fosse millantata la fama dei suoi predecessori; mi viene piuttosto da pensare che la letteratura russa contemporanea sia una letteratura talmente fertile e vivace da avere, contemporaneamente, quindici «più grandi» autori (o autrici) viventi.
Mi viene in mente la conclusione cui era arrivato qualche anno fa lo scrittore italiano Dario Voltolini, che ogni volta che leggeva una critica che cominciava dicendo «Nel desolante panorama della letteratura italiana contemporanea, finalmente un romanzo significativo» la metteva da parte, e in tre anni ne aveva messe da parte dieci, di critiche di questo tipo, e aveva concluso che una letteratura che produceva dieci romanzi significativi in tre anni, disegnava un panorama tutt’altro che desolante, secondo Voltolini e secondo gli stessi critici che lo trovavano desolante.
Certo in Italia non si è mai arrivati ai livelli della letteratura russa dove c’è ben altro che dieci romanzi significativi in tre anni, ci sono, contemporaneamente, «quindici più grandi autori russi viventi», ma i russi, si sa, sono stati avvantaggiati dalle circostanze, come si deduce dalla nota biografica della Petruševskaja.
Ljudmila Petruševskaja «nata nel 1938 a Mosca», è stata «a lungo ostracizzata ai tempi dell’Unione Sovietica», c’è scritto, ed è scritto come se fosse un titolo di merito, come se questa circostanza fosse necessariamente una circostanza significativa da un punto di vista letterario.
Io quando l’ho letto ho pensato a una cosa che diceva un signore che si chiama Iosif Brodskij e che ha avuto una biografia abbastanza vivace, da questo punto di vista, e che avrebbe potuto riscuotere questo credito, se così si può dire, ma che non lo faceva perché era convinto che «Gli scritti di una persona non dipendono dalla sua biografia. È la biografia che deriva dagli scritti» (questa frase di Brodskij viene dal volume da poco pubblicato da Adelphi Conversazioni, la traduzione è di Matteo Campagnoli).

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