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Giorgio Manganelli, Clelia Marchi e il sindaco di Parma

domenica 30 dicembre 2012

Giorgio Manganelli una volta ha scritto che non ci sono libri innocui e non c’è cultura che non fa male a nessuno e rende migliori. «Un grande libro – ha scritto Manganelli – è terribile, perché la sua storia dentro di noi non si spegnerà mai; e sarà la storia della nostra libertà. Una biblioteca è molte, strane, inquietanti cose; è un circo, una balera, una cerimonia, un incantesimo, una magheria, un viaggio per la terra, un viaggio al centro della terra, un viaggio per i cieli; è silenzio, ed è una moltitudine di voci; è sussurro ed è urlo; è favola, è chiacchiera, è discorso delle cose ultime, è memoria, è riso, è profezia», ha scritto Manganelli, e m’è tornato in mente in questi giorni per via di un libro bellissimo che ho appena riletto e di un discorso del sindaco di Parma. Il libro bellissimo, recentemente ristampato dal Saggiatore, è Gnanca na busìa, di Clelia Marchi (che in questa nuova ristampa è intitolato Il tuo nome sulla neve), ed è la storia della Marchi e di suo marito, che la Marchi, una signora nata nel 1912 a Poggio Rusco, in provincia di Mantova, ha scritto, alla morte del marito, sul loro lenzuolo nuziale; «io ero una bambina di fronte a lui – ha scritto la Marchi – io avevo 14 anni e lui 25 ma io non avevo mai pensato che quel bel ragazzo che avevo visto per la prima volta alla macchina mi domandasse di fare la more; le ò detto se lo sa la mia famiglia; che voi siete vecchio: mi disse ma se ti piacio, parleremo di nascosto e quando avrai compiuto 16 anni si sposeremo; ma chi pensava à sposarsi: veniva tutti i giorni in casa mia a lavorare con il mio papà». Il libro è scritto tutto così, in un italiano che è l’italiano di chi l’italiano non lo sapeva, ed è bellissimo, ed è, tra le altre cose, un inno a una lingua povera, fatta di niente, a un’ignoranza benedetta, che permette alla Marchi di dir delle cose che se avesse studiato forse non sarebbe riuscita a dire. Invece, il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, l’altro giorno, a Parma, ha fatto un discorso che ha fatto gli auguri alla città, e il discorso finiva così: «Questo è un grande desiderio che voglio esprimere alla città, e che vorrei donare, cioè, che donassimo a se stessi. Vi ringrazio della presenza, dell’attenzione e augùro a tutti, tutti voi, un felice anno nuovo, e la speranza che il 2013 possa diventare veramente l’anno di svolta, al di là di tanti numeri e di tante espressioni di futuro che si possono avere io spero veramente che la città, e la nazione intera, possa stringersi, siamo un momento di difficoltà che ha bisogno di idee nuove, di nuovi spunti per superare un momento veramente così difficile, sono tanti tutti i giorni, eh, insomma, i gridi di speranza che vengono rivolti al comune, e penso anche alle altre istituzioni, per quanto riguarda la casa e il lavoro, speriamo che, nell’anno prossimo, si possano trovare soluzioni per alleviare le difficoltà di tutti, grazie mille a tutti, e grazie per, veramente…» (seguivano un paio di parole coperte dagli applausi). E io, che sono di Parma, a sentire questo discorso, un po’ mi ha fatto ridere, un po’ ho avuto vergogna, e mi è tornato in mente quando, ai primi di ottobre, durante un consiglio comunale, il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, aveva detto, rivolto ai consiglieri di minoranza: «Io non ho capito se voi preferiate, plurale maiestatis, che il comune fallisca», che anche allora, un po’ mi aveva fatto ridere, un po’ avevo avuto vergogna per lui, e poi alla fine ho pensato che la cosa che Manganelli dice per la cultura, che non c’è cultura che non fa male a nessuno e rende migliori, eh, forse vale anche per l’ignoranza.

[uscito ieri sul Foglio]