Giocare a memory respirando

mercoledì 20 dicembre 2017

Aleksandr Puškin, anche se è nato nel 1799, è il padre della letteratura russa, un po’ come Dante Alighieri per la letteratura italiana, anche se Puškin, in Russia, è di più, del tanto che è Dante in Italia.
Fëdor Dostoevskij arriva a San Pietroburgo quindicenne, a metà del mese di maggio del 1837, poche settimane dopo la morte della propria madre e pochi mesi dopo la morte di Puškin, e anni dopo dirà che, se non fosse stato in lutto per la morte della mamma, avrebbe portato il lutto per la morte di Puškin.
Ma perché è così importante, Puškin?
Tutti conosciamo i grandi romanzieri russi dell’otto e del novecento, ma prima, nel settecento, chi erano i romanzieri russi?
Non c’erano: quei pochi, come Karamzin, scrivevano imitazioni dei romanzi francesi, perché i romanzi russi non esistevano. Era una cosa esotica, per un russo, scrivere romanzi, nel settecento, ed era esotico anche, per la classe colta, parlare in russo, perché la lingua madre della maggior parte dei nobili russi dei tempi di Puškin non era il russo, era il francese, il russo lo parlavano i servi della gleba, che erano la maggioranza della popolazione ma non sapevano leggere e scrivere.
A Puškin era molto simpatica la sua njanja, la sua bambinaia, Arìna Rodiònovna, che era una serva della gleba e che gli ha insegnato una lingua che era parlata e compresa dalla stragrande maggioranza dei russi, ma che non aveva una letteratura.
Puškin ha usato questa lingua per fondare la letteratura russa moderna, le ha dato una dignità letteraria, ha usato, per primo, questo strumento così duttile, così tenero e così violento, dando il via a una stagione letteraria stupefacente.
Qualche decennio dopo Ivan Turgenev dirà: «Puškin da solo, ha dovuto fare due lavori che, in altri paesi, sono stati fatti a distanza di interi secoli, e anche di più, vale a dire: organizzare una lingua, e creare una letteratura».
L’inizio dell’Eugenio Onegin, il poema in versi scritto negli anni 20 dell’ottocento che è un po’ l’inizio della letteratura russa moderna, «Moj djadja samych čestnych pravil, / kogda ne v šutku zanemog, / on uvažat’ sebja zastavil / i lučše vydumat’ ne mog» (che significa: «Mio zio, che aveva degli ottimi princìpi, quando si è ammalato per davvero, ha voluto che lo rispettassero tutti, e non poteva aver miglior pensiero), questo inizio russo, in Russia lo capiscono tutti, anche i bambini.
È singolare, rispetto alla nostra situazione, il fatto, determinato da differenti condizioni geo-politiche, che, in Russia, i dialetti praticamente non esistono, e che il russo che si parla a Mosca e a San Pietroburgo, siano praticamente identici, così come quello che si parla a Rostov sul Don, a Murmansk o a Pskov, dove c’erano i possedimenti dei Puškin, dove stava Arina Rodionovna, e dove adesso a lei, la madrina della lingua russa, una serva della gleba, hanno fatto un monumento.
Quindi Puškin, in Russia, lo capiscono anche i bambini, e in Italia? Qualche anno fa, intanto che presentavo un libro, mi sono chiesto cosa sarebbe successo a prendere un’opera letteraria italiana contemporanea all’Onegin di Puškin, non so, il 5 maggio, di Manzoni, «Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro», e a leggerla a un bambino di 5 anni, e, all’epoca mia figlia aveva 5 anni, avevo detto «Stasera quando torno a casa faccio la prova». Poi mi ero dimenticato. Alla presentazione successiva mi era tornato in mente e avevo ridetto che, la sera, tornato a casa, avrei fatto la prova. Poi mi ero dimenticato. Alla presentazione successiva, l’avevo ridetto, e la sera, arrivato a casa, mi ero ricordato. Avevo preso mia figlia e le avevo detto «Ascolta, adesso ti dico una cosa e tu mi dici quello che capisci». «Va bene», mi aveva detto lei. E io le avevo detto: «Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro», e poi le avevo chiesto: «Cos’hai capito?». E lei ci aveva pensato un po’ e poi aveva detto: «Eh, che lui era lì, in piedi, immobile, che giocava a memory respirando». Che è una traduzione molto bella, secondo me, ma che ci dà la misura della distanza che c’era, da noi, tra la lingua letteraria e quella parlata, distanza che in Russia non c’era affatto, per via del fatto che il russo, per tutti i russi, è prima una lingua parlata e poi una lingua scritta (i russi hanno l’alfabeto nel IX secolo dopo Cristo, con l’evangelizzazione di Cirillo e Metodio), diversamente da quel che è successo alla maggior parte dei nostri nonni, per i quali l’italiano è prima una lingua scritta, a scuola, e poi una lingua parlata, mentre la lingua madre, per i non toscani, era il dialetto.
Questa impresa di Puškin, l’avere innalzato a strumento letterario una lingua parlata da secoli e comprensibile a tutti, ha fatto sì che esistesse quello straordinario fenomeno che è la letteratura russa, e si capisce il poeta Aleksandr Blok quando, nel 1921, dice: «La nostra memoria serba fin dalla prima infanzia un nome lieto: Puškin».

[Parte del discorso che ho letto al gabinetto Vieusseux che è uscito su Repubblica Firenze domenica]