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E indifferenza

sabato 2 luglio 2016

Sono andato a San Pietroburgo. Erano tredici anni che non ci andavo e ero un po’ in smania anche perché, per come son fatto io, a me succede che dalla Russia vedo meglio le cose. Per esempio, la seconda volta che ci sono andato, nel ’93, quando mi sono trovato a Mosca con degli studenti dell’accademia di belle arti di Mosca intorno a un tavolo con sopra una bottiglia di vodka e dei cetrioli e cantavamo Un italiano vero, di Toto Cutugno, che loro sapevano meglio di me, mi sono accorto che quella lì, che era una canzone che in Italia avevo sempre considerato con una certa sufficienza, cantata a 4.000 chilometri di distanza da casa manifestava la sua natura di canzone bellissima e avevo pensato che, se ci fosse stata una giustizia, quello sarebbe diventato il vero inno nazionale e io sarei campato abbastanza per vedere una partita della nazionale con i giocatori che, al centro del campo, cantavano «Buongiorno Italia gli spaghetti al dente, un partigiano come presidente, con l’autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra» eccetera eccetera. Solo che poi l’altro giorno, nel giugno del 2016, a 23 anni di distanza, nell’Albergo Ambassador di San Pietroburgo, quando è stato il momento degli inni nazionali, la partita era Italia Spagna, invece dell’inno che sarebbe piaciuto a me i calciatori italiani hanno poi cantato il solito inno, quello che dice «Noi fummo, da secoli, calpesti, derisi, perché non siam popoli, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò. Fratelli d’Italia eccetera eccetera. Son giunchi che piegano le spade vendute; già l’aquila d’Austria le penne ha perdute. Il sangue d’Italia e il sangue polacco bevé col cosacco ma il cuor le bruciò. Fratelli d’Italia eccetera eccetera». Che poi, comunque, nonostante l’inno un po’ così così, devo dire che è stata una partita che mi è piaciuta, l’altro giorno, a San Pietroburgo. L’abbiamo guardata in albergo, noi italiani da una parte e un gruppo di spagnoli dall’altra. Quando ha segnato l’Italia, nel primo tempo, noi l’abbiamo persa con un distacco, avevamo un’aria che sembrava che dicessimo «Guarda, ha segnato l’Italia». E nel secondo tempo, gli spagnoli, ogni volta che la Spagna arrivava a trenta metri dalla porta italiana, c’eran gli spagnoli, sia gli uomini che le donne, che dicevano «Dài dài dài dài dài dài», o un equivalente spagnolo, facevano una gran confusione e un signore genovese, a un certo punto, si è voltato verso di noi ha detto «È un popolo latino», e l’ha detto con un tono scandinàvo che a me è sembrato bellissimo. Per il resto, la Russia, io intanto che eravamo in aereo ho pensato una cosa che la penso sempre, quando vado in giro, «Non era meglio stare a casa?», ho pensato. Poi mi son detto che dovevo farmi forza, andare avanti, che così mi accorgevo meglio di quel che succedeva in Italia, che io in Russia vedo meglio le cose, mi sono detto, e poi dopo, in una libreria, ho comprato un quaderno che c’era scritto, in copertina, «Da Pietroburgo con apatia e indifferenza», e mi son detto che è proprio così, che bisogna scrivere, con apatia e indifferenza e che, d’ora in poi, tutti i libri che mi chiedono di autografare io la dedica la scrivo così; se me lo chiede, faccio per dire Luciana: «A Luciana con apatia e indifferenza, Paolo». E questo, in sostanza, è tutto.

[Uscito ieri su Libero]