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Due domande da un’intervista

martedì 22 marzo 2016

[Su una rivista che si chiama Leggere: tutti è uscita un’intervista che mi ha fatto Matteo Girardi, che è uno di quelli che hanno scritto il Repertorio dei matti della città di Roma (di fianco all’intervista, mi dice Matteo, c’era una mia foto e sotto c’era scritto Paolo Neri, che son cose bellissime, quando succedono)]

Nori cos’è il giornalismo disinformato?
L’idea è che per raccontare una cosa non bisogna essere degli esperti, anzi, più uno è esperto in qualcosa e meno la vede, meno ne rimane colpito ed è capace di raccontarla, secondo Baistrocchi. L’altro giorno è morto David Bowie e io ero a Milano, sul treno, e davanti a me c’erano due ragazzi, un ragazzo e una ragazza, e la ragazza ha detto: Hai sentito chi è morto? E lui le ha chiesto: No, chi è morto? E lei: Quel cantante famosissimo. E lui le ha detto: Bob Dylan? E lei: Sì. Questa è una notizia da giornalista disinformato. L’impressione che ho è che Baistrocchi lavori su questa parte qui, che viene considerata poco significativa.

Baistrocchi, oltre a fare il giornalista disinformato, tiene dei corsi sul giornalismo disinformato in cui dice ai suoi allievi che oggi non basta più scrivere un diario, ci vuole un minutario.

Questa cosa la dice Chlebnikov, che ha vissuto un passaggio simile al nostro, quello tra Ottocento e Novecento. Perché, nel corso della giornata, uno attraversa talmente tanti di quegli stati d’animo che una giornata è fin troppo. Un minuto è già un universo, con le proprie regole, che poi tre ore dopo è cambiato completamente tutto. A noi questa cosa ci succede ancora di più che cent’anni fa, tant’è vero che Baistrocchi, quando cita Schopenhauer, e pensa al primo sguardo che si son scambiati con la madre di sua figlia, dice: Io, se fossi stato bravo, in quel momento lì avrei sentito tutti i rumori, i percorsi della nostra vita che cambiavano. Quello è stato un momento decisivo e Baistrocchi ai suoi allievi dice: Voi dovete andare in quella direzione lì. Non raccontare un’epoca, non cogliere l’epoca, ma cogliere i secondi, raccontare quei momenti che son forse i più significativi. E anche lui non racconta della rivoluzione russa o francese, ma racconta di uno sguardo con una ragazza, che però, nel contesto della sua vita, è stato un momento rivoluzionario.