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Dostoevskij e Matteo Renzi

sabato 21 febbraio 2015

Siccome voglio scrivere un romanzo il cui protagonista è uno studente fuori corso che da degli anni cerca di scrivere una tesi sulle brutte figure in Dostoevskij, ho preso, di Dostoevskij, il libro Lettere sulla creatività, a cura di Gianlorenzo Pacini, che è una scelta delle lettere di Dostoevskij che trattano della scrittura, e son capitato su una lettera del gennaio del 1869 che Dostoveskij scrive da Firenze e che comincia così: «È assolutamente necessario che io torni in Russia, qui sto perdendo perfino la possibilità di scrivere». Del soggiorno di Dostoevskij a Firenze, io avevo letto, qualche anno fa, in un libro di Matteo Renzi intitolato Stil novo che era praticamente un saggio sulla bellezza pieno di frasi stupefacenti, come per esempio: «Dobbiamo avere la forza di sconfiggere il pensiero debole dei poteri forti, o presunti tali». Oppure: «Diciamoci la verità, a Firenze ci sono cose meravigliose, che spaccano il pensiero». «Ma Firenze fa anche arrabbiare /…/, anche questa città, patria dell’arte e della cultura, si fa spesso raggiungere dalla mucillagine del banale». Oppure: «Sono sicuro che se Dante fosse in vita scriverebbe sul suo blog parole al vetriolo contro queste assurdità». O, ancora: «Io sono convinto che Dante era di sinistra, anche se non lo sapeva». E, infine, per me memorabile: «Anche perché, diciamo la verità, la Gioconda è più enigmatica che bella», che è una frase che, in un saggio sulla bellezza, diciamo la verità, non mi sarei mai aspettato di trovarla, e un’altra cosa che ci ho trovato, in questo saggio di Matteo Renzi, è il fatto che se fai un giro a Firenze, nella bellissima Firenze, il senso di quel giro «ti si fissa in mente mentre arrivi in piazza Pitti: una targa richiama l’attenzione, all’altezza del numero civico 22. È la testimonianza che in questa casa Fëdor Dostoevskij ha scritto L’idiota, uno dei suoi capolavori». E poi continua, Renzi, dicendo che gli piace pensare che l’idea che «la bellezza salverà il mondo», che è un’idea del protagonista dell’Idiota, il principe Myškin, a Renzi piace pensare che questa idea sia venuta a Dostoevskij grazie a Firenze, «che Firenze, in qualche modo», possa «avergli ispirato quella frase sul valore salvifico del bello», scrive Renzi e io, all’epoca, devo dire che ci avevo creduto, cioè ero stato proprio suggestionato da questa idea suggestiva esposta nel capitolo «Michelangelo e il servizio pubblico» del libro di Matteo Renzi Stil novo, solo che poi, dopo aver trovato quella frase così antipatica di Dostoevskij «È assolutamente necessario che io torni in Russia, qui sto perdendo perfino la possibilità di scrivere», ancor più antipatica se consideriamo che è stata scritta in un posto così bello come Firenze, dopo aver trovato questa frase sono andato a informarmi e ho scoperto che L’idiota Dostoevskij ha cominciato a scriverlo in Russia alla fine del 1866, l’ha continuato nel 1867 a Ginevra, a Vevey e a Milano e l’ha finito a Firenze (dove era arrivato sul finire del ‘68) nel gennaio del 1869, quindi a Firenze Dostoevskij ha scritto l’ultima parte del romanzo, quella più cupa, più disperata, quella del delitto, della ricaduta, quella che prende meno luce dall’idea, bellissima, che la bellezza salverà il mondo, proprio il contrario di quello che avevo capito leggendo il libro di Renzi, si vede che non son stato attento.

[uscito ieri su Libero]