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Dire di cosa parla Charms si fa fatica

domenica 9 settembre 2012

Daniil Charms (Pietroburgo 1905 – Leningrado 1942), a leggere le cose che ha scritto, si fa fatica a dire di cosa parlano, anche se credo sia possibile individuare alcune ricorrenze, per esempio la sua avversione, testimoniata anche da chi lo conobbe, per i bambini, che stupisce ancora di più se si considera che Charms, in vita, fu, sostanzialmente, uno scrittore per bambini, e, come scrive il suo biografo Aleksandr Kobrinskij, se si considera che «per alcuni decenni, a cominciare dalla metà degli anni cinquanta, vale a dire dal momento in cui fu di nuovo possibile nominarlo, intere generazioni di bambini sovietici crebbero con le poesie e i racconti per l’infanzia di Charms, che erano stati ripubblicati con tirature considerevoli».
Questo affetto dei bambini nei confronti di Charms e delle sue opere (anch’esso testimoniato dai contemporanei), suona in un modo strano se si considerano alcuni passi delle opere per adulti, di Charms (pubblicate queste, in Unione Sovietica, più tardi, in frammenti a partire dalla fine degli anni 60 e in volume dai tardi anni ’80).
Per esempio, in un frammento senza titolo del 1938, si legge:
Mi chiamano cappuccino. Per questo mi toccherà strappare le orecchie a qualcuno, ma adesso, quello che non mi dà pace, è la gloria di Jean-Jacques Rousseau. Perché sapeva tutto? E come fasciare i bambini, e come maritar le ragazze. Piacerebbe anche a me, saper tutto. Io poi so già tutto, solo non ho fiducia nelle mie conoscenze. Sui bambini io so con certezza che non bisogna fasciarli per niente, bisogna distruggerli. Per questo farei in città una buca centrale e ci butterei i bambini. E perché dalla buca non venisse puzza di decomposizione, una volta la settimana ci si potrebbe aggiungere la calce viva. Nella stessa buca ci spingerei anche tutti i pastori tedeschi.

E, in un pezzetto intitolato Riabilitazione, si legge:

Riabilitazione

Posso dire modestamente che quando Volodja mi ha picchiato in un orecchio e mi ha sputato in fronte io gli ho dato una di quelle strette che non se la dimentica. Subito dopo l’ho picchiato con il fornello da campo, invece con il ferro da stiro l’ho picchiato di sera. Di modo che non è morto proprio subito. Questo non significa che gli ho strappato la gamba di giorno. Allora era ancora vivo. Andrjuša invece l’ho ucciso per inerzia, e di questo non mi sento di farmi una colpa. Perché Andrjuša e Elizaveta Antonovna mi sono capitati tra i piedi? Non avevano nessun motivo di saltar fuori dalla porta. Mi accusano di essere sanguinario, dicono che ho bevuto del sangue, ma questo non è vero, ho leccato le macchie e le pozze di sangue; è il naturale desiderio di una persona di cancellare le tracce del suo, anche se insignificante, delitto. E poi non ho violentato Elizaveta Antonovna. Prima di tutto, non era più vergine, e secondo io ho avuto a che fare con un cadavere, che non si lamentava. E cosa c’entra il fatto che era incinta? L’ho estratto io il bambino. E che non fosse più vivo, non è colpa mia. Non sono io che gli ho strappato la testa, è che aveva il collo sottile. Non era fatto per questa vita. È vero che con gli stivali ho spalmato sul pavimento il loro cane. Ma è un bella dimostrazione di cinismo accusarmi di aver ucciso un cane quando lì vicino, per così dire, erano state distrutte tre vite umane. Il bambino non lo conto. Bè, va bene: in tutto questo (posso essere d’accordo), si può vedere una certa crudeltà da parte mia. Ma considerare un delitto il fatto che io mi sono seduto e ho defecato sulle mie vittime, questo, scusate, è assurdo. Defecare è una necessità naturale e di conseguenza affatto delittuosa. Perciò capisco l’apprensione del mio difensore, ma spero ugualmente in una assoluzione con formula piena.

Una cosa insomma che mi stupisce, in Charms, è che le cose che scrive non mi dovrebbero piacere e invece mi piacciono.
Ci sono certi suoi scritti, brevissimi, che mi ricordano l’inizio di quella poesia di Angelo Maria Ripellino «Sono uno zolfanello, ardo di botto, in un prestissimo consumo il mio dappoco», e metto qua sotto una brevissima serie di questi dappoco:

A me piacciono solo le giovani donne sane e formose. Per gli altri rappresentanti dell’umanità nutro diffidenza.
Può darsi che sul pianeta Marte ci sia qualcuno più intelligente di me. Sul pianeta Terra ne dubito fortemente.
Prova a conservare l’indifferenza, quando finiscono i soldi.
Sterminare bambini è una cosa crudele, ma con loro qualcosa bisogna pur fare.
Quando compri un uccello, guarda se ci sono i denti o se non ci sono. Se ci sono i denti, non è un uccello.

C’è una specie di crudeltà, una specie di cinismo, una specie di sfrontatezza insensata che si ritrova anche nelle opere più celebri, di Charms, come un pezzetto senza titolo del 1937
C’era un uomo rosso di capelli, che non aveva occhi né orecchie. Non aveva nemmeno i capelli, tanto che lo dicevano rosso convenzionalmente. Parlare non poteva, dato che non aveva la bocca. Nemmeno il naso aveva. Non aveva neppure le mani e i piedi. E il ventre non aveva e la schiena non aveva e la spina dorsale non aveva, né aveva viscere di nessun tipo. Non c’era niente. Quindi non si capisce di chi si tratti. Meglio che di lui non parliamo più.
O un altro pezzetto intitolato Vecchie che si ribaltano:
Vecchie che si ribaltano

Una vecchia, per la troppa curiosità, s’è ribaltata dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata.
Dalla finestra s’è sporta un’altra vecchia, e ha cominciato a guardare in giù quella che si era sfracellata ma, per la troppa curiosità, s’è ribaltata anche lei dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata.
Poi dalla finestra s’è ribaltata una terza vecchia, poi una quarta, poi una quinta.
Quando s’è ribaltata la sesta vecchia mi sono stancato di guardarle, sono andato al mercato Mal’cevskij, dove, dicevano, a un vecchio cieco avevano regalato uno scialle fatto a mano.

E la stessa crudeltà, lo stesso cinismo, la stessa sfrontatezza sono gli strumenti che Charms usa quando deve raccontare se stesso, per esempio in questo pezzetto in cui parla della sua nascita:
Adesso racconto come sono nato, come sono cresciuto, e come si sono manifestati in me i primi segni del genio. Io sono nato due volte. È successo così.
Mio babbo ha sposato mia mamma nel 1902, ma i miei genitori mi han messo al mondo solo alla fine del 1905, perché mio babbo voleva assolutamente che suo figlio nascesse il primo gennaio. Il babbo aveva calcolato che il concepimento dovesse aver luogo il primo di aprile, e solo quel giorno si è avvicinato alla mamma al fine di concepire un bambino.
La prima volta il babbo si è avvicinato alla mamma il primo aprile del 1903. La mamma aspettava da tempo questo momento, e se ne è molto rallegrata. Ma il babbo, si vede, era proprio in vena di scherzi, e non si è trattenuto e ha detto alla mamma – Pesce d’aprile!
La mamma si è offesa moltissimo, e per quel giorno non ha permesso al babbo di avvicinarsi. È toccato aspettare l’anno successivo.
Il primo aprile 1904 il babbo ha ricominciato ad avvicinarsi alla mamma con lo stesso fine. Ma la mamma, ricordando il caso precedente, ha detto che non voleva più far la figura della stupida, e di nuovo non ha permesso al babbo di avvicinarsi. Per quanto il babbo si agitasse, non c’è stato niente da fare.
E è stato soltanto l’anno dopo che mio babbo è riuscito a vincere le resistenze di mia mamma e a concepirmi.
Così, il mio concepimento ha avuto luogo il primo aprile 1905.
Tutti i conti del babbo, però, sono andati a farsi benedire, perché io sono risultato prematuro e sono nato quattro mesi prima del previsto.
Il babbo si è infuriato talmente che la levatrice che mi aveva preso si è spaventata e ha cominciato a rificcarmi nel posto da dove ero uscito.
Uno studente dell’accademia medico-militare che assisteva al parto ha dichiarato che a rificcarmi dentro non ci sarebbero riusciti. Tuttavia, nonostante le parole dello studente, a rificcarmi dentro ci sono riusciti, ma, per la fretta, non nel posto giusto.
A questo punto è cominciata una terribile baraonda. La puerpera grida – Datemi il mio bambino! – E le rispondono: – Il suo bambino, – le dicono, – si trova dentro di lei. – Come, – grida la puerpera, – come sarebbe, dentro di me, se l’ho appena partorito! – E se si sbagliasse? – dicono alla puerpera. – Come, – grida la puerpera,
– come faccio a sbagliarmi! Come se potessi sbagliarmi. Ma se un attimo fa ho visto il bambino qui sul lenzuolo!
– È vero, – dicono alla puerpera, – però, forse, si è infilato da qualche parte –. In poche parole, non sapevano neanche loro che cosa dire alla puerpera.
E la puerpera strepita e chiede che le diano il suo bambino.
È toccato chiamare un medico esperto. Il medico esperto ha visitato la puerpera e ha allargato le braccia, poi ha capito la situazione e ha dato alla puerpera una buona dose di sale inglese. Alla puerpera è venuta la diarrea, e in questo modo io sono venuto al mondo per la seconda volta.
A questo punto il babbo ha ricominciato a dare in escandescenze, che secondo lui questa, diceva, non si poteva ancora chiamare una nascita, che questo, diceva, non era ancora un uomo ma piuttosto un mezzo embrione e che bisognava rificcarlo dentro, oppure metterlo nell’incubatrice.
Allora mi han messo nell’incubatrice.

Ma in particolare, tra le cose di Charms che mi è capitato di leggere, c’è una lettera che io mi son sempre chiesto di cosa parlasse e non ho mai saputo rispondere, questa qui:

Caro Nikandr Andreevič,
ho ricevuto la tua lettera e ho capito subito che era tua. All’inizio avevo pensato che magari non fosse tua, ma quando l’ho aperta ho capito subito che era tua, mentre prima avevo pensato che magari non fosse tua. Sono contento che è già un po’ che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella con cui si voleva sposare, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Per questo sono molto contento che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella che voleva, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Ieri ho ricevuto la tua lettera e ho pensato subito che era tua, poi ho pensato che sembrava che non fosse tua, l’ho aperta, ho guardato, era proprio tua. Hai fatto proprio bene a scrivermi. Prima non mi scrivevi, poi tutto d’un tratto mi hai scritto, anche se anche prima, prima di non scrivermi per un po’, tu m’avevi scritto. Subito, appena ho ricevuto la tua lettera, ho deciso subito che era tua, e poi sono molto contento che ti sei già sposato. Perché se uno ha voglia di sposarsi, bisogna che si sposi senza meno. Per questo sono molto contento che tu, alla fine, ti sei sposato proprio con quella con cui ti volevi sposare. E hai fatto proprio bene a scrivermi. Sono stato molto contento quando ho visto la tua lettera, e ho perfino pensato subito che era tua. A dir la verità, mentre l’aprivo, ho pensato che magari non fosse tua, ma poi ho deciso che era tua in ogni caso. Te ne ringrazio molto e sono molto contento per te. Tu, forse, non sai spiegarti perché sono così contento per te, te lo dico subito, sono contento per te perché ti sei sposato, e proprio con quella con cui ti volevi sposare. E è proprio bene, sai, sposarsi proprio con quella con cui ci si vuole sposare, perché così si ottiene quello che si vuole. Ecco perché sono così contento per te. E sono contento anche che mi hai scritto una lettera. Fin da subito avevo deciso che la lettera doveva essere tua, l’ho presa in mano e ho pensato: e se per caso non è tua? Poi ho pensato: ma no, certo che è tua. Apro la lettera e intanto penso: è tua o non è tua? È tua o non è tua? Bè, come l’ho aperta, l’ho visto subito, che era tua. Sono stato molto contento e ho deciso di scriverti anch’io una lettera. Ho molte cose da raccontarti, ma non ho proprio tempo. Quello che ho potuto, te l’ho scritto in questa lettera, il resto te lo scriverò un’altra volta, adesso non ho più tempo. Intanto, è un bene che mi hai scritto una lettera. Adesso so che è già un po’ che ti sei sposato. Anche dalle lettere precedenti, sapevo che ti eri sposato, e adesso lo vedo ancora: è proprio vero, ti sei sposato. E sono molto contento che ti sei sposato e che mi hai scritto una lettera. Subito, appena ho visto la tua lettera, ho deciso che ti eri sposato un’altra volta. Bè, ho pensato, è un bene, che ti sei sposato un’altra volta e che me l’hai scritto in una lettera. Scrivimi adesso com’è la tua nuova moglie e come sono andate le cose. Salutami la tua nuova moglie.
Daniil Charms
25 settembre e ottobre 1933

In un libro intitolato Il lettore e il narrare, recentemente ripubblicato in Italia (se ne parla in questi giorni al festival letteratura di Mantova), lo scrittore svizzero Peter Bichsel scrive:
Quel che René Magritte ha scritto sotto il disegno realistico di una pipa: “Ceci n’est pas une pipe”: “Questa non è una pipa”, uno scrittore dovrebbe scriverlo sotto ognuna delle sue parole. Quando per esempio mette su carta la parola “albero”, dovrebbe subito aggiungere: “Questo non è un albero”, perché la parola “albero” su un foglio di carta bianco non assomiglia per niente a un albero. Sto pensando anche alle lettere tutte sghembe di un bambino di prima elementare, che prova da solo a riscrivere quello che ha imparato e d’improvviso si trova di fronte la parola “albero”. In questo modo ha preso possesso dell’albero più che se lo avesse disegnato, perché grazie alla parola lo ha sottratto completamente al sistema “albero” e lo ha integrato nel sistema lingua. Se si limita a disegnarlo, l’albero, non è un albero nemmeno quello, ma a lui risulterà meno evidente.
Gli psicologi sostengono che una persona completamente muta non sarà in grado di disegnare. Solo la lingua, il sistema-lingua, è in grado di distinguere “tipico” e “atipico”. Il che però significa: chi non conosce la parola “albero” non è in grado di riconoscere nell’albero la tipologia dell’albero. La parola “albero” è un’affermazione importante a proposito di quelli che definiamo “alberi”.
Ecco io ho l’impressione che i testi di Charms, tra quelli che ho mai letto, son forse quelli che, più fortemente, sottolineano, di per sé, il fatto che non si parla degli alberi, ma del modo in cui si parla degli alberi.
In un passo dei suoi diari del 31 ottobre del 1937 Charms scrive:
A me interessano solo le «scemenze»; solo quello che non ha nessun senso pratico. Mi interessa la vita solo nelle sue manifestazioni assurde.
Eroismo, pathos, audacia, moralità, pulizia, etica, commozione e fervore sono parole e sentimenti che non posso sopportare.
Ma capisco perfettamente e apprezzo: entusiasmo e ammirazione, ispirazione e disperazione, passione e riservatezza, dissolutezza e castità, tristezza e dolore, felicità e riso.
Ho sentito spesso, in questi anni, l’esortazione agli scrittori a «raccontare la realtà».
Ecco, io ho l’impressione che Charms, che viene considerato un maestro della letteratura dell’assurdo, con il suo modo di scrivere, cioè con il fatto che non mi parla degli oggetti dei suoi discorsi, ma del modo in cui questi discorsi son fatti, vale a dire degli errori, delle sconfitte, delle illusioni e dei fallimenti dei suoi narratori , io ho l’impressione che Charms, mi dica, sulla mia realtà, più di quel che mi potrebbe dire uno scrittore anche bravissimo e attentissimo e oculatissimo che si sforzasse anche tantissimo di far diventare il suo albero un albero.

[uscito ieri sul foglio]