Delle domande

martedì 28 ottobre 2008

Quest’estate, una volta, ero in treno, mi ha chiamato una giornalista mi ha chiesto se poteva farmi un’intervista sul libro di un mio amico che era appena uscito.
Io le avevo risposto che volentieri, solo che quel libro non l’avevo ancora letto. Lei mi aveva detto che avremmo potuto fare un’intervista non sul libro, ma sul mio amico come persona, non sul mio amico scrittore, sul mio amico uomo.
Io le avevo detto che avrei dovuto pensarci e che comunque in quel momento ero in treno e presto sarebbe probabilmente caduta la linea di richiamarmi magari il giorno dopo, se non le dispiaceva.
Poi mi ero messo a pensare cosa avrei potuto dire di quel mio amico, e mi era venuto in mente che, con lui, mi era successo un paio di volte che ci eravamo chiesti, seduti al tavolo di un ristorante di Piacenza, o pencolando tra il dentro e il fuori di un interregionale nella stazione di Parma (uno sul marciapiede, che non pencolava, e uno sul treno, che pencolava attaccato alle sbarre che servono da corrimano delle scalette che portan sui treni), mi era successo un paio di volte che ci eravamo chiesti come mai non ci eravamo ancora ammazzati.
E era una domanda, non so come dire, normale, senza nessuna enfasi, normale, anzi. Aveva dentro una specie di sorpresa.
E dopo niente.



7 commenti to “Delle domande”

  1. l’unico argomento sensato contro il suicidio è che togliersi la vita significa privarsi del piacere di riderne. forse è per questo che non l’avete fatto (oppure la vostra motivazione è come quella di boris vian, che diceva “se non mi sono ammazzato è per la vita che ho fatto”).

  2. Se non mi sono ancora suicidato è perchè mi riesce difficile procurarmi una pistola, non so come annodare una corda e se vado in farmacia a chiedere dei tranquillanti mi dicono che han bisogno della ricetta del mio medico curante.

  3. anch’io un giorno voglio andare alla stazione di parma e pencolare o non pencolare in quel modo. Che a me però parma non mi piace, c’è questo centro tutto perfettino e più fighetto di me che invece preferisco reggio emilia ma quando ci sono andato, a reggio, non ho trovato neanche una libreria, e ci sono rimasto male, e a parma invece ne ho trovate diverse, e anche lì ci sono rimasto male, perché non mi piacevano.
    http://micasbagiuzza.blogspot.com/

  4. Me anche se non mi porto nei pressi di Parma stazione, che a Parma medesima ci sono stato una sola volta negli anni Settanta alla manifestazione di Mario Lupo ucciso dai fascisti, sull’ammazzarsi c’ho un pò di robe e cose da dire e, in questo caso, scrivere. Che il suicidio è davvero una cosa compromettente in relazione proprio alla scrittura scritta. Un conto è scrivere un biglietto di addio e altre spiegazioni o anche nel vago e del rinvagare; e, un’altra ammazzarsi, anche se avevi pensato di scrivere qualcosa, e non hai scritto niente che è rimasto di quei pensieri non scritti tutto in una nuvola passeggera di pensaieri che ti tocca guardare le nuvole e interpretare quel che il suicida aveva pensato e adesso è in eredità alle nuvole. Che gli indiani non a caso con le nuvole, seppur di fumo, avevano il loro bel cominicare tra prateria e canion dove stavano sempre in agguato e col sole a picco con in testa sole la penne di falco dietro la nuca. Che poi da bambini quando giocavamo a Arrivano i nostri, me stavo sempre dalla parte di questi indiani, le cui donne già erano di mio gradimento per i lor capelli neri e la pelle abbronzata, che la cosa che più mi scocciava degli indiani era che urlavano come pazzi, specie quando stavano in agguato. Che se uno urla come un pazzo, specie in una prateria, nulla da dire, ma se a urlare ce n’è un sacco di indiani, credo bene che gli indiani soccombevano morti ammazzati contro Arrivanio i nostri, per per il fatto delle urla. Infatti, Arrivano i nostri sentivano le urla e si mettevano nelle condizioni di impallinare gli indiani urlanti al galoppo. Me dico che anche una cosa così dell’urlo è una maniera senza scrivere biglietti di ammazzarsi. Sull’ammazzarsi nell’età moderna di adesso che ci sono tutte queste macchine di tipo autostrade e tamgenziali pericolosissime che ti fanno perlomeno un venti trenta quaranta morti a settimana; e gente che veste sempre alla moda che appena compri una macchina il giorno dopo è già vecchia e deprezzata. Che è tutto un via vai di gente di tutte le età e di cose da fare da pensare e ccetera che sul quando ammazzarsi e con che metodologia c’è sempre un qualche impedimento che anche ammazzarsi è un bel casino di momenti si, momenti no, momenti ni di confusione che il tempo per diventatre l’assassini di se medesimo non lo trovi mai, insoma tipo cercare un ago nel pagliaio. Almeno così mi pare, almeno.

  5. È appena uscito un libro (La piuma e la montagna, a cura di F. Barilli e S. Sinigallia, manifestolibri) una parte del quale è dedicata a Mario Lupo. L’ho ricevuto stamattina, una piccola combinazione che qui nei commenti tu ti ricordi di lui. E il libro magari ti interessa (parla anche di Pinelli, di Serantini, di Lorusso e di altri che sono stati uccisi negli anni Settanta).

  6. Molto bello il post e tutti i commenti! Davvero. Mi andava di dirlo anche se il mio non aggiunge granchè. Anzi, aggiungo che io non mi ammazzo, anche se è capitato di pensarci e secondo me è poco normale chi non ha mai avuto un pensiero del genere, perchè poi penso che non ci sarebbe tanta gente che si struggerebbe dal dolore, e questo pensiero mi fa venire giù un nervoso.

  7. Paolo sul mio comodino adesso ho tre libri:il tuo, di Ugo e quello di Cristiano Armati, CUORI ROSSI. Volevo aggiungere che quel giorno, credo un sabato pomeriggio, alla manifestazione c’eravamo andati io, Chiara e Mario N. che adesso vive in Venezuela. Venivamo da Pescara, ospiti della nostra amica e compagna, e che alla manifestazione pioveva; che smise; che le luci del giorno si spensero e si accessero quelle della sera; e che poi ritornammo a Pescara ma non ricordo con quale mezzo. Non ricordo se volammo senza accorgercene o ci porto un treno carico d’emigranti e che nel loro odori riconoscemmo anche i nostri.E a Pescara il giorno dopo c’era il sole, facemmo il bagno e tornammo sulla collina. Dopo cena andammo al Festival internazionale delle Marionette, se non ricordo male, era il turno delle marionette d’Argentina. Ridevamo come tre bambini.
    Anzi, quattro.