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Del loro padre ambosesso

venerdì 31 marzo 2017

Un libro che non scriverò

Dopo tutto il male che hanno fatto alla mia mamma, a mia sorella e a me, io; col cuore in tumulto, malato, orribilmente spaurito dai sistemi della borghesia della mia città, e della città dove mi portarono fin da bambino, e della vicina città nella quale per caso ero andato come a rifugiarmi, io; rimasto senza terra e senza averi, rimasto privo di affetti, torturato per beffa persino dal medico di P. che mi ha ridotto con le mascelle gonfie e gli orecchi quasi sori, abbandonato da una falsa fidanzata ricchissima che faceva a società con l’avvocato che derubava gli ultimi margini delle mie terre: io avevo ben deciso di scrivere un racconto, un racconto enorme, sconfinato, pieno terribile, vendicativo e giustiziere; un racconto che avrebbe dovuto diventare un romanzo; un romanzo che avrebbe dovuto trasformarsi nella realtà di una Storia Risoluta; io avevo dunque deciso, dopo tutto il male che hanno fatto a mia mamma, a mia sorella e a me, avevo dunque deciso, davanti a Dio e agli uomini, e ove avessi avuto ancora vita tempo e intelletto, avevo dunque deciso di scrivere senza paura né del Tribunale né degli immondi figuri che mi sono stati appresso per la nostra rovina, che mi sono stati appresso derubandomi svilendomi e riducendomi nella solitudine, nel vuoto, nel silenzio dell’angoscia (e così alla mamma, a mia sorella); avevo dunque deciso di scrivere. E doveva diventare il più grosso libro del nostro tempo. Doveva diventare la più grossa condanna del nostro tempo e di quello che l’ha generato, la più grossa condanna perciò dell’antifascismo e dei partiti borghesi antifascisti e del loro padre ambosesso: il fascismo.

[Antonio Delfini, Diari, Torino, Einaudi 1982, p. 401]