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Da gridare al soccorso

sabato 16 dicembre 2017

Tutte le volte che, in questi anni, ho sentito parlare di nichilismo, e è successo abbastanza spesso, c’è stato un periodo che ne parlava sempre anche il papa, tutte le volte che ne sentivo parlare a me veniva in mente Bazarov, il protagonista del romanzo di Turgenev Padri e figli, pubblicato nel 1862, e con Bazarov mi venivano in mente le rane.
E quando ho poi visto il film dei fratelli Coen Il grande Lebowski, dove c’era un gruppo di nichilisti, tutti vestiti di nero, che dicevano praticamente solo «Noi non crediamo in niente», oppure «Noi non vogliamo niente», oppure «Noi non sappiamo niente», mi è venuto da pensare che Bazarov non era così: lui credeva nelle rane, e negli esperimenti che faceva sulle rane, e non faceva finta di rapire le figlie di facoltosi produttori cinematografici, come succede, se non ricordo male, nel film dei fratelli Coen, no. Lui studiava medicina, faceva il medico, curava la gente e si innamorava di inarrivabili nobili signore che lo facevan star male.
Quando è uscito Padri e figli, nel 1862, qualcuno, il critico Antonovic, ha pensato che Bazarov fosse una parodia di Nikolaj Pisarev, che all’epoca era il leader della cosiddetta critica positivista, radicale, o utilitarista.
Ma a Pisarev il libro di Turgenev era piaciuto: «I personaggi e le situazioni, le scene e i paesaggi di Padri e figli – aveva scritto Pisarev, – sono tracciati in modo così concreto, e nello stesso tempo morbido, che il più accanito nemico dell’arte sente, nel corso della lettura, un qualche incomprensibile piacere, che non si spiega né con l’interesse delle vicende narrate, né con una particolare verosimiglianza dell’idea principale».
Quanto Pisarev parlava del più accanito nemico dell’arte, è possibile che intendesse se stesso.
In articolo del 1865, intitolato La distruzione dell’estetica, Pisarev scriveva: «Immaginatevi che la contemplazione dei quadri di Raffaello e delle statue antiche accenda a tal punto la vostra immaginazione che tutte le donne viventi, che vedete tutti i giorni, vi sembrino brutte. Che cosa ci guadagnereste, dal vostro malcontento, e cosa ci guadagnerebbero gli altri? Le donne russe effettivamente non sono così belle come le italiane che incontrava Raffaello o come le greche che incontravano gli scultori antichi; ma per quanto sia grande il vostro malcontento, le donne russe non diventeranno più belle, e voi, con il vostro malcontento, non riuscirete, in tutta la vostra vita, a inventarvi niente che le renda più belle di quello che sono».
È stranissimo il motivo per cui Pisarev, a metà dell’ottocento, pensava che le russe a lui contemporanee fossero più brutte delle italiane dei tempi di Raffaello, ma, a parte quello, la cosa che risulta chiara da quell’articolo è che, secondo lui, secondo Pisarev, l’arte doveva essere al servizio della realtà, e, come si diceva all’epoca, se non ricordo male, un paio di stivali erano più utili della Venere di Botticelli.
Un personaggio di Padri e figli, effettivamente, un discepolo di Bazarov, il nobile Arkadij Kirsanov, toglie dalle mani del padre Nikolaj un volume di versi di Puškin per sostituirlo con Kraft und Stoff (Forza e materia), opera del medico e fisiologo tedesco Ludwig Büchner considerata uno dei caposaldi del materialismo evoluzionistico.
Il giudizio positivo che Pisarev dà di Padri e figli di Turgenev non deriva da una sensazione estetica o dalla bravura dello scrittore, ma dal fatto che Padri e figli «mostra come agiscono su un uomo come Turgenev le idee e le aspirazioni che agitano le nostre giovani generazioni», scrive Pisarev stesso.
Adesso, per quando fossero importanti, all’epoca, nel 1862, le idee e le aspirazioni che agitavano le giovani generazioni russe, io mi ricordo che, all’inizio degli anni novanta del secolo scorso, quando ero in Russia a studiare, e avevo detto a dei miei amici russi che stavo leggendo Pisarev, uno di loro mi ricordo che mi aveva risposto che il mio impegno «confinava con lo stoicismo», mentre per Turgenev, che veniva considerato da Pisarev un anziano rappresentante di una classe superata (Turgenev, quando è uscito il romanzo, aveva 44 anni), si può forse dire che l’incomprensibile piacere provato da Pisarev mentre leggeva Padri e figli, è stato condiviso da generazioni e generazioni di lettori, che e ancor oggi, nel 2017, non è impossibile che un lettore italiano abbia la stessa reazione che ebbe, allora, un giovane medico russo di nome Anton Cechov che scrisse: «Dio mio! Che magnificenza Padri e figli di Turgenev! Da gridare al soccorso!».
I personaggi principali, di Padri e figli, Bazarov, l’Odincova, Arkadij, Nikolaj e Pavel Kirsanov, sono descritti con un’attenzione incantevole e una minuzia di gesti e di intonazioni e una misura, nelle distanze, che lascia stupefatti ancor oggi, ma più incantevoli ancora, nella loro frammentarietà, a me sembrano i personaggi secondari, come un certo Sitnikov che, dopo aver deciso di andare a far visita, in campagna, a una donna che conosceva appena e che non l’aveva mai invitato, si era intimidito e, invece di pronunciare le scuse che aveva preparato in anticipo si era confuso «a tal punto che si era seduto sul proprio cappello»; o come quella Arina Vlas’evna che «credeva che se la domenica di Pasqua, alla messa notturna, non venivano spente le candele, ci sarebbe stato un buon raccolto di grano, e che un fungo smetteva di crescere, quando lo vedeva un occhio umano, e che il diavolo amava i posti dove c’era dell’acqua, e che ogni ebreo avesse in petto una macchiolina color sangue, e che aveva paura dei topi, delle bisce, delle rane, dei passeri, delle sanguisughe, del tuono, dell’acqua fredda, degli spifferi, dei cavalli, dei caproni, dei rossi di capelli e dei gatti neri, e che pensava che grilli e cavalli fossero animali impuri, e che non mangiava né carne di vitello, né piccioni, né gamberi, né formaggio, né asparagi, né tartufi di canna, né lepri, né cocomeri, perché un cocomero tagliato ricordava la testa di Giovanni Battista». O come la vecchia principessina, «una donna magrolina, piccola, con un volto grande come un pugno, e degli immobili occhi cattivi sotto una parrucca grigia» che «nelle stanze comuni sbuffava e basta, ma nella sua stanza, con la sua cameriera, delle volte si scatenava in certi insulti che la cuffia le ballava in testa insieme alla parrucca».
E poi, ultima cosa che voglio dire, l’ultima volta che ho riletto Padri e figli, sette anni fa, mi è tornato in mente quel che un docente sardo di letteratura inglese, grande appassionato di Dickens, aveva detto quando una volta, a Sassari, mi aveva detto: «Dickens è crudele; quando ti vuole far ridere, ti fa ridere, quando ti vuole far piangere, ti fa piangere».
Ecco. Turgenev, uguale, secondo me.

[Uscito ieri sulla Verità]