Da febbraio

sabato 5 gennaio 2019

Non mi ricordo mai i nomi delle strette di mano, quando qualcuno si presenta e dice piacere, sono Tizio, piacere sono Caio, ecco io lì per lì mi agito sempre un po’ e i nomi di Tizio e Caio non me li ricordo mai, e dopo devo chiederli di nuovo, che è sempre una brutta figura.
Non mi ricordo mai niente della trama dei libri che leggo o dei film che vedo, mi ricordo solo un dettaglio, una scena, e se mi è piaciuto tanto oppure no, e penso: come fa a essermi piaciuto tanto, che non mi ricordo niente?
Non mi ricordo mai niente di un fidanzato, dopo, o meglio, non è che non mi ricordo i fatti, i fatti me li ricordo, ma non mi ricordo per niente com’era essere innamorati di quello lì, e penso: “qualcosa vorrà dire”. Non mi ricordo le stesse cose che si ricorda Giovanni, il mio amico del liceo, di quegli anni di quando eravamo al liceo, e dire che mi ricordo tante cose ben assurde, ma lui se ne ricorda delle altre, anche quelle assurde, ma diverse, e ogni volta penso: “ma io dov’ero quella volta lì?”.
Non mi ricordo la faccia della Bruna, la prima fidanzata dello zio Guido, quello del Bananito e di «Giù le mani da Cuba», che per noi la Bruna all’inizio era come un essere mitologico, perché non la vedevamo mai, poi a un certo punto è diventata una persona vera, che ci veniva a trovare e ci portava i regalini, e mio zio ci è stato fidanzato sette anni, poi all’improvviso ha sposato un’altra.
Non mi ricordo nessun mio pensiero prima di quando ho avuto dieci anni, che ho guardato gli abeti scuri, di un verde quasi nero, fuori dalla finestra sul retro della casa e ho scritto su un foglietto «ormai non c’è più niente da fare», o qualcosa del genere, e i miei genitori hanno riso, e io mi sono offesa moltissimo.
Non mi ricordo che mia mamma abbia mai giocato con me, mio babbo sì, ma mia mamma no, forse sono io che non mi ricordo, ma non mi ricordo.
Non mi ricordo quasi niente del mio babbo, poche cose, poco più che aneddoti, finché non si è ammalato, e abbiamo cominciato a parlarci davvero, proprio quando lui non si ricordava più niente. Cioè, si ricordava benissimo di me, ma non sapeva dire perché. Poi l’ultima estate, che era caldissimo e l’avevo portato fuori per cercare di dargli un po’ di sollievo, ma lui con quel caldo stava peggio fuori che dentro e si è dovuto sedere sulla panchina in mezzo al prato, seduto sulla panchina mi ha guardato e mi ha detto: «Mi dispiace di averti conosciuto in questo giardino».

[A febbraio, a Bologna, ricomincia la Scuola elementare di scrittura emiliana, dalla quale, qualche anno fa, è uscito, tra gli altri, questo compito, di Chiara Lambertini. Per i dettagli: clic]