Da febbraio

lunedì 7 gennaio 2019

– Ancora non mi credi?
– Be’, mi sembra davvero assurda come storia. Non è che non ti credo è che mi riesce difficile immaginarmi una situazione del genere.
– Ale guarda, non è che me la sono cercata. E’ arrivata. Anzi. E’ arrivato e punto. Ero lì, che potevo fare?
– Magari è stata un’allucinazione. Un colpo di sole.
– A ottobre?
– Vabe’, sabato faceva caldo
– A Bologna non c’è mica il deserto!
– Vabe’, dicevo per dire, magari sarà stata una specie di indigestione, il latte scaduto, la marmellata adulterata, le mozzarelle blu o forse saranno state quelle tue sigarette, quelle che fanno ridere.
– Nessuna allucinazione Ale e nessuna sigaretta simpatica
– Magari sarai un po’ stanco. Magari lavori troppo. O troppo poco. Le preoccupazioni. L’ansia. La famiglia. La suocera. Ecco, pensa a tutto questo, mischialo con la crisi dei trent’anni a quarant’anni, mettici la calvizie precoce e vedi che tutto si spiega.
– Certo che tutto si spiega ma non con una macedonia esistenziale.
– E allora ti prego, ricordamela ancora una volta, per l’ultima volta ti prego!
– Vedi che ti piace ascoltarmi
– No, è che mi piace sentirmi normale.
– Senti, hai presente il balcone in cucina, vero?
– Certo!
– Ci sono io che affido il mio bucato al sole. E tra una mutanda e un calzino, tra quella porzione di cielo che si apre tra i tetti rossi del palazzo qui di fianco e il balcone sporgente della signora Beatrice, vedo in lontananza questo riflesso che piano piano si avvicina
– Quindi, vedi solo una luce Alfo’?
– Abbagliante. Certo. Solo una luce. Stagliata contro un cielo azzurro puffo.
– E poi era incostante. Zigzagava. Si impennava verso sinistra e poi rimbalzava a destra, verso il balcone di quell’attico dove qualcuno ha pensato bene di piantare pini e cipressi a trenta metri dal cielo.
– Certo Alfo’, il giardino pensile della riccona napoletana. Ce l’ho presente.
– Esatto, su quel balcone si è pure fermata un secondo, se non ricordo male. E poi è ripartita schizzando via come una mosca infastidita.
– E poi dimmi, dimmi come finisce, fammi compiacere della mia normalità.
– Allora, dopo essere passata dalla riccona questa luce si è allontanata verso le Torri, disegnando un otto tra le sue punte e poi come se stesse inseguendo chissà cosa all’improvviso ha imboccato questo rettilineo immaginario che dalla Garisenda porta diritto verso questo balcone.
– Mi sto emozionando!
– Allora mi credi?
– Certo che no, non sono mai stato così lontano dal crederti.
– E allora più si avvicinava e più scorgevo i contorni di questa massa lucente. Ho visto finalmente anche un’ombra. Una piega nell’aria, un corpo che sembrava addirittura umano. Qualcosa di familiare.
– Era un angelo, vero? Il tuo angelo, vero?
– Magari. Sarebbe dovuto accadere. Ne avrei davvero bisogno di un angelo.
– E allora chi era. Dai ripetilo, chi era?
– E allora ho visto questo corpo. Il suo corpo. I suoi muscoli perfetti sotto la tuta aderente, i suoi capelli tra l’oro e l’avorio. E il suo mantello. Bello come il velo di una sposa.
– E dimmi, dimmi chi era. Dillo quel nome, dai!
– Superman
– Superman?
– Superman!
– E dimmi, questo Superman che ha fatto, dimmelo per l’ultima volta, che ha fatto?
– Mi ha guardato negli occhi, senza fulminarmi. Con uno sguardo che era un abbraccio. Mi ha accarezzato la guancia, senza stritolarla. Ha guardato e sfiorato il bucato ancora umido e con una voce risoluta, ferma, senza nessuna inflessione mi ha detto: “Alfonso, mai più senza ammorbidente!”.

[A febbraio, a Bologna, ricomincia la Scuola elementare di scrittura emiliana, dalla quale, qualche anno fa, è uscito, tra gli altri, questo compito, di Alfonso Posillipo. Per i dettagli: clic]